I BTS per principianti

Guida per adulti al più grande gruppo musicale k-pop di sempre (eh?), che ha eguagliato un record dei Beatles e ha milioni di fan nel mondo

I BTS a Las Vegas, 1 maggio 2019 (Kevin Winter/Getty Images for dcp)

È possibile che il nome BTS non vi dica molto, a meno che siate molto appassionati di musica pop internazionale o che bazzichiate (o siate voi stessi) adolescenti o ventenni. Ma mentre molti di voi guardavano da un’altra parte, i BTS sono diventati recentemente uno dei più grandi fenomeni globali della musica odierna. Sono un gruppo musicale sudcoreano nato nel 2013 e composto da sette ragazzi attorno ai vent’anni che ha venduto più di 10 milioni di dischi soltanto in Corea del Sud, ma che ha un gigantesco e crescente seguito mondiale.

Nonostante cantino in coreano, infatti, i BTS hanno fan in tutto il mondo: si chiamano “ARMY”, acronimo di “Adorabile Representative MC for Youth”, ma che significa anche esercito. Soltanto negli Stati Uniti i BTS hanno riempito interi stadi, e sono stati visti complessivamente da centinaia di migliaia di persone. Hanno vinto il Top Social Artist Award ai Billboard Music Awards (cioè il premio del pubblico) negli ultimi tre anni e sono diventati il secondo gruppo della storia della musica, dopo i Beatles, ad avere tre dischi al numero uno della classifica Billboard 200 nello stesso anno.

L’ultimo disco dei BTS – Map of the Soul: Persona, un EP con sette canzoni – è uscito il 12 aprile 2019 ed è diventato subito il più venduto nella storia della musica sudcoreana. Il giorno dopo il gruppo si è esibito al Saturday Night Live, il famosissimo e prestigioso programma televisivo americano, punto di passaggio di ogni carriera musicale che si rispetti: il video in cui ballano e cantano la loro Boys with Luv è diventato il più visto in assoluto della storia del SNL, con 21 milioni di visualizzazioni. Anche in Italia i BTS hanno un certo seguito (il gruppo Facebook BTS Army Italia ha 9.500 iscritti). Di fatto i BTS sono la più grande band di sempre di K-pop. E quindi, cos’è il K-pop?

Il K-pop, in breve
È un fenomeno musicale e culturale sudcoreano, un pop locale mescolato o ispirato alla musica statunitense: pop, R&B, rock e anche hip hop. Si rivolge in particolare agli adolescenti, e dagli anni Duemila ha travalicato i confini della Corea del Sud facendosi conoscere con successo in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’India, dal Medio Oriente all’Italia. Per capirci: Psy, l’autore della famosissima “Gangnam Style” del 2012, fu il primo cantante k-pop di cui si parlò davvero nel resto del mondo. Comunemente si fa risalire la nascita del k-pop al 1992, quando il gruppo Seo Taiji and Boys ballò e cantò Nan Arayo a un talent show: arrivarono ultimi ma il singolo – un’innovativa combinazione tra pop statunitense e coreano – divenne subito primo in classifica e ci rimase per 17 settimane. I Seo Taiji and Boys influenzarono la nascita di gruppi successivi e posero le basi per un’industria discografica, inizialmente divisa in tre etichette.

Queste etichette setacciavano i talent show in cerca di ragazzini con il potenziale per diventare famosi – “idol”, come si chiamano nel k-pop – che venivano poi portati nella stessa scuola per imparare a cantare, ballare, a parlare inglese e spesso anche giapponese. Erano i manager delle case discografiche ad assemblare i gruppi, cercando di infilarci dentro ragazzi con i caratteri e gli aspetti più diversi per intercettare un pubblico più ampio possibile.

È importante che i ragazzi non sappiano solo cantare, ma anche ballare perfettamente, e che siano anche carini e alla moda: i momenti più importanti della loro carriera sono infatti le esibizioni dal vivo ai programmi tv dedicati al k-pop, talmente frequenti da essercene almeno uno al giorno. Quando un gruppo è pronto, viene annunciato con una serie di video anticipatori sui social network fino al debutto, l’uscita del primo singolo musicale insieme alle prime esibizioni dal vivo per promuoverlo: il banco di prova della tenuta della band.

La nascita dei BTS
È all’interno di questo sistema collaudato da anni che, attorno al 2010, il compositore e produttore musicale Bang Si-hyuk ebbe l’idea di creare un gruppo rap, quello che sarebbe poi diventato i BTS. Il rap coreano era considerato più underground e ribelle del k-pop, che dovendo passare in tv per avere successo era un genere molto conformista: i testi delle canzoni per esempio non parlavano mai di sesso, droghe, alcol e non contenevano nessuna critica sociale. Bang Si-hyuk scelse come figura centrale del suo futuro gruppo un sedicenne che si faceva chiamare Rap Monster, abbastanza conosciuto nel mondo del rap locale, e nel giro di tre anni, provino dopo provino, gli assemblò attorno gli altri membri, ognuno con un suo punto di forza.

Adesso il gruppo è composto da RM (il nuovo nome di Rap Monster), che ha 24 anni, è ancora il leader del gruppo ed è quello che parla in inglese più spesso degli altri (l’ha imparato da autodidatta); Jin, 26 anni, che voleva fare l’attore: canta, compone ed è considerato il più carino di tutti; Suga, 26 anni, rapper che scrive i testi; J-Hope, 25 anni, rapper e ballerino; Jimin, 23 anni, che è considerato il più bravo a ballare (nel video del SNL è quello con i capelli rosa); V, 23 anni, che balla e canta; infine Jungkook, 21 anni, il cosiddetto golden maknae, dove maknae indica in coreano quello più giovane (la mascotte, diremmo in Italia) e golden i suoi molti talenti.

Anche il nome del gruppo venne scelto dalla casa discografica, la Big Hit: BTS è infatti l’acronomo di Bangtan Sonyeondan, che in coreano significa qualcosa come “Boyscout a prova di proiettile”: la promessa era che il gruppo non sarebbe stato scalfito dagli stereotipi o dalle critiche. Nel 2017, vista la fama mondiale, i BTS decisero di cambiare il significato dell’acronimo in Beyond the Scenes, “Dietro le quinte”, per avvicinarsi al pubblico inglese; molti fan non furono d’accordo.

Il successo
Quando la Big Hit ritenne che il gruppo fosse pronto, iniziò a prepararne il debutto con una serie di video in cui un membro alla volta ballava o cantava o raccontava qualcosa di sé. Erano qualcosa di nuovo nel mondo del k-pop, perché i ragazzi parlavano liberamente di sé stessi, delle loro paure e stanchezze, della pressione della casa discografica, della mancanza di casa, del terrore di fallire. Il 12 giugno 2013 uscì il primo disco, 2 Cool 4 Skool: sette canzoni con sonorità rap e hip hop e testi sulle difficoltà dell’essere giovani; è considerato il primo della cosiddetta “trilogia scolastica”, e vendette in quell’anno 24 mila copie.

Il giorno dopo, quello considerato il debutto ufficiale, i BTS si esibirono per la prima volta dal vivo, tutti insieme, in un programma tv. Gli appassionati capirono, guardandoli e ascoltandoli cantare, che erano qualcosa di nuovo: la loro musica era ispirata soprattutto al rap anni Novanta, non così attuale nella Corea del Sud del tempo, mentre i testi raccontavano quello che vivevano i loro coetanei. Non erano infatti scritti interamente dai produttori discografici, e questo li rendeva un po’ anticonformisti e li avvicinava al loro pubblico, anche grazie a un utilizzo dei social attento a mostrarli come ragazzi normali. Oggi tutti i BTS scrivono o compongono; alcuni di loro producono, anche per altri gruppi e musicisti.

Nel 2015 i BTS sbancarono con un tour in Giappone – a Tokyo si esibirono davanti a 25 mila persone – e aprirono una nuova fase della loro carriera: l’hip hop divenne solo uno dei tanti generi frequentati, abbandonarono lo stile più mascolino e aggressivo degli inizi – tipico del rap tradizionale – e abbracciarono un’estetica più gender fluid, più allineata coi tempi, vestendosi con uno stile un po’ maschile e un po’ femminile.

I BTS infatti sono famosi per essere andati un po’ contro gli stereotipi di genere e aver contribuito a diffondere in Corea del Sud e tra i ventenni un nuovo modello di mascolinità: si dipingono i capelli di rosa, indossano abiti dai colori pastello, si truccano accuratamente la pelle del viso e gli occhi e si mostrano sui social mentre si fanno le maschere. In quel periodo stravolsero anche i messaggi dei loro testi, dopo alcune accuse di sessismo per via di canzoni in cui si vantavano di avere una ragazza dietro l’altra, o in cui le invitavano a indossare più spesso i tacchi. RM successivamente ha raccontato di leggere saggi femministi e di sottoporre le canzoni che scrive a esperti sul tema.

Il successo negli Stati Uniti venne sancito nel 2017 quando i biglietti dell’unica tappa americana del loro tour mondiale andarono esauriti in pochi minuti, portando il gruppo ad aggiungere altre due tappe. In quell’anno i BTS furono anche il primo gruppo sudcoreano a esibirsi agli MTV Music Awards; a maggio vinsero il premio di Top Social Artist ai Billboard Music Award, quello della giuria popolare, con oltre 300 milioni di voti.

Il successo continuò nel 2018, quando con l’uscita di due nuovi dischi chiusero la nuova trilogia, Love Yourself, iniziata nel 2017. Love Yourself: Tear e Love Yourself: Answer sono stati il terzo e il secondo disco più venduti nel mondo nel 2018, anno in cui i BTS hanno venduto cinque milioni di dischi solo in Corea del Sud, coprendo il 65 per cento del mercato discografico del paese. Love Yourself: Tears è stato anche il primo disco coreano ad arrivare al primo posto della classifica musicale Billboard 200. A novembre 2018 infine è uscito il docu-film Burn the Stage dedicato alla storia del gruppo.

I BTS hanno avuto un notevole impatto culturale, contribuendo a diffondere il k-pop nel mondo, ma anche strettamente economico. A fine 2018 una ricerca dello Hyundai Research Institute ha stimato che i BTS producono un giro d’affari dall’equivalente di 3,6 miliardi di dollari all’anno per l’economia della Corea del Sud, tra vendite, esportazioni e turismo, e che nel 2017 più di 1 miliardo di dollari di merce esportata dalla Corea – abbigliamento, cibo, cosmetici – era associata a loro. L’istituto ha anche calcolato che dal 2013 una media di 800 mila turisti stranieri all’anno ha visitato la Corea del Sud per ragioni legate ai BTS.

Perché hanno successo
Critici e appassionati sono d’accordo su un punto: i BTS funzionano perché si mostrano come ventenni normali, che parlano ad altri ventenni. La quantità e qualità di contenuti disponibile online sui BTS e ciascun membro del gruppo è gigantesca e va molto oltre le canzoni e i video, che peraltro esistono in più versioni con differenti coreografie: ci sono interviste, video-diari, reality show, documentari, che escono a un ritmo serratissimo. Siccome li hanno sotto il naso tutto il tempo, attraverso materiali di ottima qualità ma che li mostrano mentre fanno cose normali, i fan hanno l’impressione di vedere i “veri” BTS e non i loro personaggi: si faceva anche prima, lo facevano anche altri, ma loro lo fanno di più e meglio.

Inoltre i BTS hanno saputo anche smantellare gli stereotipi legati alla mascolinità: non solo quelli estetici, ma anche quelli emotivi. Nei loro testi affrontano liberamente e con profondità temi come la fragilità, i disturbi psicologici, l’ansia sociale, promuovendo invece l’importanza di accettarsi e amarsi per quello che si è. Hanno anche promosso una campagna dell’UNICEF, Love Myself, contro la violenza su bambini e adolescenti e a favore dell’accettazione personale.

Poi ovviamente funzionano perché sono belli, alla moda, ballano bene, cantano, sono simpatici, ammiccanti e carini. I loro fan sono famosi per essere accoglienti e poco livorosi e litigiosi. Sull’Atlatic, Lenika Cruz ha riassunto bene una formula evidente del successo dei BTS:

«Immaginate che i giocatori della vostra squadra preferita (i BTS si allenano come gli atleti, in fondo) siano anche i vostri musicisti preferiti e le star del vostro reality tv preferito; in più, le sentite anche come persone di famiglia».

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