AP Photo/Gregorio Borgia
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  • sabato 20 luglio 2019

Il caldo sta cambiando lo sport

I risultati potrebbero essere condizionati sempre di più dalla migliore preparazione alle condizioni climatiche, più che dalla forma o dal talento sportivo

AP Photo/Gregorio Borgia

Gli ultimi cinque anni sono stati i più caldi mai registrati sulla Terra, e 18 dei 19 anni più caldi mai registrati si sono verificati a partire dal 2001: la Terra si sta scaldando, le conseguenze per la vita sul nostro pianeta saranno svariate e probabilmente molto gravi, e in molti contesti ce ne stiamo già accorgendo. Il Washington Post ha parlato di uno di questi contesti, sicuramente non urgente: lo sport. L’articolo, scritto da Rick Maese, spiega quanto lo sport professionistico stia già cambiando per via del caldo e ipotizza quanto ancora possa cambiare in futuro. Un futuro molto vicino, se si pensa che le prossime Olimpiadi, in programma tra un anno in Giappone, a Tokyo, saranno con ogni probabilità le più calde della storia.

Ancora prima delle Olimpiadi, ci sarà un altro evento che rischia di farsi notare per il grande caldo: i Mondiali di atletica leggera di quest’anno si svolgeranno infatti tra settembre e ottobre a Doha, in Qatar, in uno stadio in cui l’attuale temperatura è di circa 40 °C e in cui, anche a ottobre, sarà probabilmente superiore ai 30 °C. Il Qatar è lo stesso paese in cui, pur di far giocare un Mondiale di calcio nel 2022, si è deciso di spostare straordinariamente l’evento dall’estate all’inverno. Nel caso dei Mondiali di atletica si è deciso invece di non spostare l’evento ma di modificare l’orario di alcune delle gare più importanti: la maratona, per esempio, partirà a mezzanotte. Una decisone simile a quella presa per la maratona delle Olimpiadi di Tokyo, che partirà alle 6 del mattino.

Il primo impatto che il caldo sta avendo e avrà sempre di più sullo sport è quindi organizzativo: per garantire condizioni perlomeno decenti di competizione, gli eventi (anche quelli più importanti, come la maratona) vengono spostati a orari insoliti, spesso per niente funzionali a una programmazione televisiva in gran parte del resto del mondo, o addirittura, come nel caso dei Mondiali, posizionati in una stagione diversa da quella in cui si sono sempre tenuti. Ma questa è solo una piccola parte della questione, tra l’altro in certi casi legata al fatto che solo da pochi anni paesi molto caldi come il Qatar abbiano iniziato a ospitare, per ragioni economiche, grandi eventi sportivi.

I modi in cui il caldo potrebbe cambiare lo sport sono anche altri, che non hanno nulla a che fare con il Qatar. Per cominciare, l’aumento delle temperature potrebbe cambiare le abitudini sportive di interi paesi: è il caso dei Paesi Bassi, per esempio, un paese con una grande tradizione nel pattinaggio su ghiaccio, spesso praticato anche all’aperto. Se fa più caldo, però, c’è meno ghiaccio. La stessa questione, in termini diversi, si pone per ogni paese in cui si praticano sport invernali e in cui, come nel caso dell’Italia, è in programma l’organizzazione di Olimpiadi invernali.

Oltre ai problemi economici, logistici e organizzativi ci sono quelli più pratici che riguardano le garanzie per gli atleti in gara e le prestazioni di quegli atleti. Il Washington Post spiega che alcuni eventi, per esempio gli Australian Open di tennis, da tempo hanno istituito misure per bloccare le gare se il caldo diventa eccessivo, e che sia il CIO che la FIFA (il Comitato olimpico internazionale e l’organizzazione che regola e gestisce il calcio mondiale) hanno creato apposite commissioni per occuparsi delle questioni legate al caldo e allo sport.

Come spiegava un articolo accademico pubblicato nel 2018 su The Conversation, c’è però un problema di base: è difficile, quasi impossibile, stabilire quando sia troppo caldo. Per cominciare bisogna tenere conto della temperatura, del sole, del vento e dell’umidità, non solo della temperatura all’ombra. The Conversation proponeva come indice comune il “Wet Bulb Globe Temperature”(WBGT), che tiene conto di tutti questi valori, ma spiegava che comunque non poteva essere sempre ritenuto affidabile, anche perché sport diversi hanno esigenze diverse. Un giocatore di cricket si muove meno di uno di rugby, ma una partita dura molto di più. Un ciclista pedala sull’asfalto, quindi molto al caldo, ma perlomeno ha il vento; che spesso manca a un tennista impegnato in una partita che può durare anche diverse ore.

Per il momento il problema resta soprattutto degli atleti e di chi li allena. Il primo modo per provare a ridurre gli effetti del caldo mentre si fa sport è l’acclimatamento, come si fa quando si va oltre certe altitudini. Per permettere al corpo di adattarsi alle nuove condizioni ambientali, l’idea è che un atleta debba arrivare nel luogo in cui dovrà competere almeno una settimana prima della gara. Ma ci sono anche altre precauzioni: Randy Wilber, fisiologo delle squadre olimpiche e paralimpiche statunitensi dal 1993, ha detto al Washington Post che sta studiando la questione dal 2013, cioè da quando le Olimpiadi del 2020 furono assegnate a Tokyo. Wilber non si è sbottonato molto su quanto sta facendo per preparare gli atleti statunitensi, comprensibilmente, ma ha detto: «Se ci prepariamo nel modo giusto all’umidità, potremmo anche battere avversari che normalmente ci straccerebbero».

Sebbene sia difficile aspettarsi prestazioni da record, è possibile che alle Olimpiadi di Tokyo ci siano, specialmente nelle discipline all’aperto e di resistenza, risultati inattesi. Questi risultati potrebbero essere dovuti a una migliore preparazione alle condizioni climatiche, più che a una migliore condizione fisica generale o un maggior talento sportivo. Un’altra cosa da aspettarsi è un’alta presenza di tute e indumenti appositamente studiati per ridurre gli effetti di temperatura e umidità. Resta comunque il fatto che, sebbene con tutte le precauzioni e preparazioni del caso, fare attività fisiche intense e prolungate a 35 o addirittura 40 °C non è per niente l’ideale, nemmeno per il fisico di un atleta professionista.

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