Sei belle canzoni di Suzanne Vega

Oggi compie 60 anni: una buona ragione per canticchiare tututurutututuru per tutto il giorno

Suzanne Vega durante un concerto a Zlin, in Repubblica Ceca (CTK via AP Images)

Suzanne Vega, cantautrice statunitense californiana ma newyorkese, compie oggi 60 anni. Queste sono le sue sei canzoni che il peraltro direttore del Post, Luca Sofri, aveva scelto per il libro Playlist, La musica è cambiata.

Suzanne Vega (1959, Santa Monica, California)
Erede di Joni Mitchell e Rickie Lee Jones, e zia di altre cantautrici intellettuali che sarebbero venute dopo, Suzanne Vega ebbe qualche anno di notorietà con i primi due ellepì, alla fine degli anni Ottanta. Poi fece ancora cose discrete, ma sempre meno.

Marlene on the wall
(Suzanne Vega, 1985)
Marlene è una foto di Marlene Dietrich che, severa, giudica gli amori di Suzanne Vega da una posizione privilegiata, la parete della sua camera da letto. Allargherebbe le braccia per il disappunto, se potesse.

Luka
(Solitude standing, 1987)
I Luca delle migliori canzoni pop non hanno vita facile. Quello di Carboni si buca ancora, quello di Suzanne Vega è un ragazzino che viene picchiato tra le mura domestiche, al piano di sopra.

Tom’s diner

(Solitude standing, 1987)
Tom’s diner è un ristorante all’angolo tra Broadway e la 112ma, a New York. Fu anche usato in una popolarissima sitcom americana, Seinfield. Ma prima era stato la canzone più originale e geniale della carriera di Suzanne Vega, un quadretto hopperiano di un momento nella vita del locale e della narratrice-osservatrice, cantato tutto a cappella come una filastrocca dalla metrica perfetta. La cattedrale di cui si citano le campane si chiama St. John the Divine, ed è una delle più note della parte settentrionale di Manhattan, al confine con Harlem. Qualcuno ha ricostruito – mettendo insieme le date e gli indizi – che l’attore della cui morte parla il giornale sia William Holden, ma appare strano che la protagonista possa “non averlo mai sentito nominare”.
Nel 1990 due produttori britannici mixarono “Tom’s diner” con una base strumentale dei Soul II Soul, senza chiedere niente a nessuno. Il loro lavoro ebbe un certo successo underground, e lei e la sua casa discografica decisero di acquistarlo e distribuirlo. Sotto il nome “DNA featuring Suzanne Vega” divenne un riempipista internazionale e conobbe una nuova vita e notorietà. Un’ulteriore e successiva fama “Tom’s diner” la deve al fatto di essere stata usata come test per le prime compressioni di files mp3.

In Liverpool
(99.9F°, 1992)
Suzanne Vega aveva avuto un fidanzato di Liverpool, una volta, e anni dopo trovandosi in città si mise a pensare a lui, mentre la sua camera d’albergo era riempita da un fortissimo rumore di campane. E così immaginò una specie di gobbo della cattedrale impazzito, forse d’amore, che scuoteva forsennatamente le campane. Gran canzone, in un disco di arrangiamenti più robusti, con un bellissimo ritornello.

When heroes go down
(99.9F°, 1992)
Due minuti neanche, belli tirati, sulla caduta precipitosa degli eroi.

Tired of sleeping

(Days of open hand, 1990)
«L’immagine che ho in mente è quella di una bambina che sta dormendo. Sta facendo un brutto sogno. Probabilmente ha detto qualcosa nel sonno, o ha urlato, e sua madre è corsa da lei. La bambina si sveglia e dice “va tutto bene, puoi tornare a letto”. Cerca di rassicurarla: “È che sono stufa di dormire, pensavo di alzarmi, non ti preoccupare, torna a letto”. Ma in realtà stava sognando cose spaventose, l’uccello sul filo, eccetera. Però non vuole preoccupare sua madre. È strano, ha a che fare con la mia vita. Tutti i personaggi della canzone hanno a che fare con la mia vita, in un modo o nell’altro».
Oh-oh Mom, the dreams are not so bad
It’s just that there’s so much to do
and I’m tired of sleeping

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