(Bill Clark/CQ Roll Call via AP Images)
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  • mercoledì 10 luglio 2019

Negli Stati Uniti si litiga per il censimento, ma in ballo c’è molto di più

Trump vuole inserire una domanda a prima vista innocua, ma che potrebbe dare ai Repubblicani un notevole vantaggio elettorale

(Bill Clark/CQ Roll Call via AP Images)

Da settimane negli Stati Uniti l’amministrazione di Donald Trump, l’opposizione e la Corte Suprema si stanno occupando di una questione che a prima vista può sembrare innocua, ma che invece nasconde questioni molto rilevanti per il futuro della democrazia americana. Tutto ruota intorno a una domanda da inserire o meno nel censimento, cioè la rilevazione ufficiale che il governo americano compie ogni dieci anni sulla popolazione.

Nel nuovo censimento, che si terrà nel 2020, l’amministrazione Trump vuole introdurre una domanda che chieda a ciascuna persona che vive negli Stati Uniti se sia o meno cittadino statunitense. È una questione così delicata che è già finita davanti alla Corte Suprema – che ha parzialmente respinto la proposta di Trump – e sta agitando moltissimo sia i Democratici sia i Repubblicani, che potrebbero persino farsi causa a vicenda pur di andare fino in fondo.

Mentre in Italia e in altri paesi europei il censimento serve soprattutto a raccogliere dati che rendano più informate le decisioni prese dal governo e dal Parlamento, in uno stato enorme e dalla complessa architettura istituzionale come gli Stati Uniti ha una rilevanza superiore. Per prima cosa determina dove e come debbano essere spesi i circa 900 miliardi di dollari che ogni anno il governo investe per tutto quello che dipende dalla sua giurisdizione, dalle scuole pubbliche ai programmi di assistenza sanitaria, passando per i corpi di polizia e le riparazioni delle autostrade. Ma soprattutto, il censimento è la base su cui ogni dieci anni vengono ridisegnati i confini dei collegi elettorali, dalla cui manipolazione – anche la più piccola – può passare la vittoria o la sconfitta di un certo politico o di un intero partito.

La cosa importante da sapere è che la Costituzione statunitense prevede che questi calcoli avvengano «conteggiando il numero totale delle persone che vivono in ciascuno stato» (14esimo emendamento, introdotto nel 1868), e non solo dei cittadini. Insomma, anche se non possono votare, i cittadini stranieri devono essere conteggiati dal censimento: perché è anche in base alla loro presenza o assenza che vengono stanziati i fondi per i servizi essenziali, e lo stesso vale per la rappresentanza elettorale di ogni territorio. Anche per questo motivo, il censimento negli Stati Uniti non è mai stato utilizzato per separare i cittadini statunitensi dagli stranieri, ma solo per capire quante e quali persone vivono nelle diverse parti degli Stati Uniti, a prescindere dalla loro nazionalità.

Gli esperti di diritto di voto temono che inserendo nel censimento la domanda sulla nazionalità – per giunta da parte di un’amministrazione così nazionalista e apertamente ostile agli stranieri – centinaia di migliaia di persone straniere non rispondano del tutto al censimento perché spaventate che possa portare a controlli indesiderati del fisco o della controversa e aggressiva agenzia federale che si occupa di immigrazione irregolare, l’ICE.

In questo modo i quartieri più abitati da cittadini stranieri – in cui il voto tende molto spesso a favorire i Democratici – sarebbero sfavoriti nel momento in cui bisognerà adeguare i confini elettorali ai dati contenuti nel nuovo censimento, cioè nel 2021.

Se in una certa zona del Texas ad alta immigrazione dal Centro e dal Sud America, per esempio, la popolazione fosse aumentata fino al punto da meritarsi di eleggere da sola un deputato alla Camera statale, oppure addirittura alla Camera dei deputati federale, la modifica non si materializzerebbe perché moltissimi stranieri potrebbero non aver risposto al censimento, diventando di fatto invisibili per lo stato federale. Di conseguenza, ragionano gli esperti, la rappresentazione democratica degli abitanti di quella zona sarebbe fortemente penalizzata: e dato che nella maggior parte dei casi gli adeguamenti, penalizzando gli stranieri e le zone più etnicamente diverse, andrebbero a favore dei Democratici, i Repubblicani hanno tutto l’interesse a non aggiornare le stime. Una stima del governo prevede che circa 6,5 milioni di cittadini stranieri potrebbero non compilare il censimento a causa della domanda sulla cittadinanza.

Il consenso sulle eventuali conseguenze di questa misura è piuttosto unanime, ma Vox fa notare che non è possibile dimostrarlo concretamente: «Non ci sono abbastanza studi o esperimenti, né in un senso né nell’altro. Ed è assolutamente plausibile pensare che una domanda sulla cittadinanza possa non avere un impatto così rilevante: sia perché alla fine non importerà così tanto, sia perché gli immigrati sono già spaventati dal censimento, a prescindere da cosa contenga».

Alcuni documenti governativi ottenuti dai giornali americani hanno dimostrato che la proposta di inserire la domanda sulla cittadinanza nel nuovo censimento sta a cuore da tempo al segretario al Commercio dell’amministrazione Trump Wilbur Ross, il membro dell’amministrazione Trump che segue le questioni sul censimento. All’interno dell’amministrazione se ne parlava sin dal 2017, e nelle discussioni era stato coinvolto anche Steve Bannon, l’ex stratega della Casa Bianca e noto fra le altre cose per le sue posizioni xenofobe.

In questi mesi l’amministrazione Trump si è difesa dalle accuse sostenendo che la nuova domanda sulla cittadinanza sia necessaria per applicare correttamente il Voting Rights Act, la legge del 1965 che garantisce il diritto di voto alle minoranze etniche. Nella sua decisione presa due settimane fa, però, la Corte Suprema ha giudicato speciose e «forzate» le motivazioni offerte del governo, lasciando comunque aperta la possibilità di includere la domanda se il governo riuscirà a giustificarla (compiendo comunque una forzatura, dato che la supervisione del censimento spetta al Congresso e non al governo).

Nei giorni successivi alla decisione della Corte Suprema, Ross sembrava essersi rassegnato: «l’Agenzia per il censimento ha iniziato a stampare i moduli senza la domanda. La mia attenzione, quella del Dipartimento e dell’Agenzia sono rivolte a condurre un censimento completo e accurato», aveva fatto sapere in un comunicato stampa. Poco dopo, però, Trump aveva twittato che i giornali che avevano riportato il comunicato stavano scrivendo notizie false: «stiamo assolutamente andando avanti col piano, dobbiamo farlo per via dell’importanza della risposta a quella domanda», aveva aggiunto Trump.

Da allora, Trump e il procuratore generale Bill Barr stanno lavorando per trovare il modo di aggiungere la domanda al censimento aggirando la sentenza della Corte Suprema: Barr ha promesso che l’amministrazione Trump diffonderà presto le nuove motivazioni per includere la domanda, senza però fornire ulteriori dettagli. Non tutti all’interno dell’amministrazione sembrano favorevoli a portare avanti questa battaglia: domenica si era saputo che il Dipartimento di Giustizia aveva sostituito il gruppo di avvocati e funzionari che stava seguendo la pratica per conto dell’amministrazione, e dal comunicato si è capito che erano stati gli stessi funzionari e avvocati a chiedere di essere sollevati dal caso.

La decisione di Trump di insistere sulla nuova domanda nel censimento ha provocato anche diverse agitazioni politiche. La speaker della Camera Nancy Pelosi ha annunciato che presto avrebbe programmato un voto della Camera per citare per oltraggio all’aula Ross e Barr, per via del loro rifiuto a fornire alcuni documenti sulla vicenda. In caso di voto favorevole – e i Democratici alla Camera hanno la maggioranza – la commissione della Camera che si occupa del censimento potrebbe chiedere a un giudice di costringere Barr e Ross a soddisfare le richieste della Camera e diffondere i documenti. Ma è una procedura che viene utilizzata di solito soltanto in casi estremi, e non è ancora chiaro se i Democratici siano davvero disposti ad attivarla.

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