Sostenitrici di Ekrem Imamoglu festeggiano per le strade di Istanbul. (Burak Kara/Getty Images)
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  • domenica 23 giugno 2019

A Istanbul ha ri-vinto l’opposizione

Ekrem Imamoglu sarà il nuovo sindaco, dopo che la sua precedente vittoria era stata annullata a causa delle pressioni di Erdoğan

Sostenitrici di Ekrem Imamoglu festeggiano per le strade di Istanbul. (Burak Kara/Getty Images)

Il partito del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha nuovamente perso le elezioni per il sindaco di Istanbul: il candidato dell’opposizione Ekrem Imamoglu ha vinto per la seconda volta dopo che il primo voto, tenuto lo scorso 31 marzo, era stato annullato in seguito alle forti pressioni di Erdoğan sulla commissione elettorale. Binali Yildirim, il candidato del partito di Erdoğan AKP, ha riconosciuto la sconfitta: Imamoglu ha ottenuto oltre il 54 per cento dei voti.

Lo scorso marzo Imamoglu era riuscito a battere l’ex primo ministro Binali Yildirim per 14mila voti su 10 milioni, e quindi con un margine molto inferiore. Secondo i sondaggi – che in Turchia non sono particolarmente affidabili, visto che i mezzi di comunicazione sono quasi tutti controllati dal governo – anche l’esito del voto di oggi era molto incerto. Yildirim, un politico piuttosto noto e molto fedele al presidente Erdoğan, aveva dalla sua parte i media e l’apparato governativo, che in Turchia appoggia quasi sempre i candidati vicini ad Erdoğan.

Imamoglu poteva contare sul suo carisma personale e su una solida base formata da oltre 150mila attivisti. Nelle ultime settimane si era dimostrato molto ottimista sulle sue possibilità di vincere. Nel suo commento prima del voto pubblicato sul Washington Post, intitolato «Come ho vinto l’elezione a sindaco di Istanbul e come la vincerò di nuovo», Imamoglu aveva scritto di essere certo della vittoria, sempre che «ai cittadini di Istanbul sia consentito di esprimere liberamente il loro voto».

È un risultato storico, visto che Erdoğan governa di fatto il paese dal 2003 e il suo partito sembrava invincibile, soprattutto dopo l’inasprirsi delle misure autoritarie e repressive seguite al tentato colpo di stato del 2016. Istanbul è la città più importante della Turchia, con i suoi 15 milioni di abitanti, nonché centro economico del paese. Chiunque venga eletto sindaco di Istanbul diventa insomma immediatamente uno dei politici più importanti del paese, con grandissima visibilità e il controllo su un’enorme macchina amministrativa. È proprio a Istanbul, infatti, che Erdoğan venne eletto sindaco per la prima volta, negli anni Novanta, dando inizia alla sua carriera politica; nel corso degli ultimi 25 anni il suo partito, l’AKP, non era mai stato sconfitto in città.

La vittoria di Imamoglu lo renderà quasi automaticamente una sorta di anti-Erdoğan. Dopo la vittoria, migliaia di persone sono scese in piazza a festeggiare, soprattutto nei quartieri tradizionalmente più liberali. C’è però un po’ di scetticismo su quante promesse elettorali riuscirà a mantenere, visto che l’AKP controlla ancora 25 dei 39 distretti in cui è divisa Istanbul e ha la maggioranza al consiglio cittadino.

Inizialmente Imamoglu aveva insistito molto sui problemi della città, lasciando in secondo piano i temi nazionali. Nella seconda campagna elettorale, invece, ha dedicato molto più tempo ad attaccare direttamente Erdoğan e presentarsi come una credibile alternativa al suo sistema di potere. Nelle ultime settimane, per esempio, ha tenuto una serie di comizi, tutti molto affollati, lungo la costa del Mar Nero, la sua regione di origine, che però non era coinvolta direttamente nelle elezioni cittadine.

Ad aiutarlo ha contribuito il fatto che lo stesso AKP, nel tentativo di mobilitare il suo elettorato, aveva messo il voto di Istanbul in cima alla sua agenda. Erdoğan ha sostenuto il candidato dell’AKP con tutte le sue energie, arrivando a tenere fino a otto comizi al giorno. Yildirim ha persino accettato un confronto televisivo con Imamoglu, il primo che si è tenuto in Turchia negli ultimi 17 anni. Diventare un credibile rivale di Erdoğan rischia comunque di avere conseguenze molto gravi, come ha scoperto per esempio il leader curdo Selahattin Demirtaş, arrestato nel 2016 dopo una serie di vittorie elettorali e da allora detenuto.

Erdoğan, che lo scorso anno era stato rieletto presidente per un secondo mandato con più del 52 per cento dei voti, negli ultimi anni aveva aumentato enormemente il suo controllo sulla Turchia, facendo approvare riforme costituzionali che hanno accresciuto i suoi poteri e licenziando migliaia di agenti di polizia, soldati e funzionari pubblici accusati di aver partecipato al colpo di stato del 2016. Nonostante il suo pervasivo controllo anche sui mezzi di informazione – non esistono di fatto grandi giornali di opposizione, nel paese – alle ultime elezioni amministrative il CHP ha ottenuto importanti vittorie in molte grandi città del paese, tra cui anche la capitale Ankara, complice il fatto che la Turchia sta attraversando una recessione dopo dieci anni di crescita economica.

Molti considerano la sconfitta a Istanbul un segnale importante della crisi di Erdoğan, messo in difficoltà dalla situazione economica dopo 20 anni trascorsi al potere. Altri sostengono che Erdoğan abbia già in passato attraversato gravi periodi di crisi ma che sia sempre riuscito a uscirne, in genere imponendo al paese crescenti svolte autoritarie (per esempio, appunto, arrestando avversari politici come Demirtaş e distruggendo il suo partito, il curdo HDP). C’è chi pensa che Erdoğan possa a questo punto decidere di convocare elezioni nazionali anticipate, per consolidare la sua maggioranza ed escludere il malcontento interno in crescita dopo la sconfitta alle elezioni di Istanbul.

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