Mohammed Hamdan Dagalo (AP Photo)
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  • sabato 22 giugno 2019

Il nuovo uomo più potente del Sudan

È il generale "Hemedti", già accusato di terribili crimini durante la guerra in Darfur, che ha spodestato Omar al Bashir

Mohammed Hamdan Dagalo (AP Photo)

Quando lo scorso aprile l’esercito sudanese completò il colpo di stato contro il presidente Omar al Bashir, al potere in maniera autoritaria da più di trent’anni, le decine di migliaia di persone che nei mesi precedenti avevano protestato contro il governo auspicarono che fosse iniziata una nuova fase della storia del Sudan, basata su libere elezioni e democrazia. Il mondo stava assistendo all’ultima di una serie di rivoluzioni che dal 2011 avevano portato alla caduta di regimi autoritari in diversi paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, che aveva già i suoi propri slogan e simboli.

Oggi, a poco più di tre mesi di distanza dalla fine del regime di Bashir, le possibilità di vedere un vero cambiamento in Sudan si sono quasi azzerate. I negoziati tra civili e militari su come gestire la transizione si sono arenati. I militari hanno preso il sopravvento, e uno in particolare sembra poter diventare il nuovo leader autoritario del paese: il generale Mohamed Hamdan Dagalo, più noto con il soprannome Hemedti, accusato di essere coinvolto in alcune delle più gravi violenze compiute in Sudan negli ultimi 15 anni.

Hemedti (a destra) insieme al leader tribale Sidig Wada a Khartum, il 18 giugno 2019 (Yasuyoshi CHIBA / AFP)

Hemedti è un uomo di mezza età con quattro mogli, con alle spalle solo un’educazione da scuola elementare e un passato da mandriano di cammelli.

Fino a pochi anni fa era il leader di Janjaweed, una milizia che negli anni Duemila durante la guerra in Darfur, regione occidentale del Sudan, fu assoldata dal governo e si rese responsabile di enormi violenze e crimini di guerra contro le comunità non arabe della regione. Molti dei membri della milizia furono poi perlopiù assorbiti da un gruppo paramilitare molto potente, le Rapid Support Forces (RSF), di cui oggi Hemedti è il leader. Le RSF non sono una forza paramilitare qualsiasi: divennero molto potenti durante gli anni di Bashir, quando furono usate regolarmente per reprimere le proteste, ma si schierarono contro l’ex presidente durante il colpo di stato di aprile. Sono il corpo militare responsabile del massacro compiuto il 3 giugno scorso a Khartum, la capitale del Sudan, contro il sit-in che avevano messo in piedi i manifestanti per chiedere che la transizione post-golpe venisse gestita dai civili, e non dai militari: quel giorno furono uccise decine di persone – non si sa con precisione quante – furono compiuti stupri sistematici e nei giorni successivi moltissimi corpi furono tirati fuori dal Nilo.

Amnesty International sostiene che le RSF stiano usando a Khartum le stesse tattiche violente usate negli anni Duemila durante la guerra in Darfur, che divenne nota in tutto il mondo per la gravissima crisi umanitaria che provocò nella regione. «Sono una milizia», ha detto al Wall Street Journal il ricercatore Ahmed Elozbier: «Le RSF non sono addestrate per svolgere attività di polizia. La loro filosofia è sparare per uccidere».

Hemedti è anche il vicecapo del Consiglio militare, l’organo che controlla il potere in Sudan dalla fine del regime di Bashir: secondo diversi analisti, sarebbe più influente del capo del Consiglio, il generale Abdel Fattah al Burhan. Hemedti, ha scritto il Wall Street Journal, è «il più potente dei generali che governano oggi il paese».

Sostenitori di Hemedti a Khartum il 18 giugno 2019 (Yasuyoshi CHIBA / AFP)

Il potere di Hemedti è stato legittimato anche da diversi stati stranieri, interessati a portarsi dalla propria parte il Sudan, paese che durante gli anni di Bashir cambiò piuttosto radicalmente le sue alleanze internazionali. Fino al 2014, infatti, il Sudan era considerato un partner strategico dell’Iran: Bashir era arrivato al potere nel 1989 con un colpo di stato di forze islamiste, che erano sunnite ma si ispirarono comunque alla Rivoluzione iraniana del 1979, guidata da religiosi sciiti, l’altro grande orientamento dell’Islam. Dal 2014 al 2016, però, Bashir cambiò schieramento, spostandosi progressivamente dalla parte dell’Arabia Saudita e del resto dei paesi arabi del Golfo Persico: sperava di ottenere aiuti economici in un momento molto complicato per il paese, soprattutto dopo l’indipendenza del Sud Sudan, ha scritto l’analista Giorgio Cafiero per il Middle East Institute, think tank di Washington.

I militari sudanesi furono uno degli strumenti usati da Bashir per stringere le nuove alleanze. Il generale al Burhan, oggi capo del Consiglio militare, fu per esempio la persona che supervisionò un importante accordo del 2015 firmato con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti che prevedeva l’invio di 10mila soldati in Yemen per combattere la guerra contro i ribelli houthi, appoggiati dall’Iran. Dopo il colpo di stato contro Bashir, Hemedti ha sfruttato immediatamente le opportunità date dalle nuove alleanze per trovare legittimazione anche dall’esterno, e a maggio ha incontrato il potente principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, ribadendo l’alleanza tra i due paesi e ricevendo rassicurazioni sull’appoggio al nuovo regime militare dei sauditi, ma anche dell’Egitto e degli Emirati Arabi Uniti.

Nonostante le organizzazioni che avevano guidato le proteste nei mesi precedenti al colpo di stato non si siano ancora arrese allo strapotere dei militari, le aspettative di un vero cambio si sono molto ridotte, soprattutto dopo il massacro a Khartum del 3 giugno. Alaa Salah, la donna 22enne diventata simbolo delle proteste contro Bashir dopo avere cantato vestita di bianco in piedi sul tettuccio di un’auto, ha detto al New York Times: «Per anni Hemedti ha ucciso e bruciato in Darfur. Ora il Darfur è arrivato a Khartum».

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