Lionel Richie nel 1987. (AP Photo/Jeff Robbins)

8 canzoni per voler bene a Lionel Richie e i Commodores

Lui oggi compie 70 anni: vedete voi se festeggiare con "All night long" oppure con queste, scelte dal direttore del Post

Lionel Richie nel 1987. (AP Photo/Jeff Robbins)

Oggi compie 70 anni Lionel Richie, che alcune generazioni conoscono benissimo per un periodo dagli anni Ottanta in cui qualche sua canzone ebbe una pazzesca popolarità mondiale – “All night long” su tutte – e per il ruolo nel progetto musicale benefico che si chiamò USA for Africa: ma prima era stato in una band di pop/soul con cui aveva fatto le sue cose migliori, i Commodores. Per il suo libro Playlist, la musica è cambiata, Luca Sofri – peraltro direttore del Post – ne aveva scelto queste canzoni.

Commodores e Lionel Richie
Commodores (1967, Tuskegee, Alabama), Lionel Richie (1949, Tuskegee, Alabama)
Dire che i Commodores erano la band di Lionel Richie è piuttosto riduttivo, se non altro perché fa pensare a un repertorio di ballate sentimentali e melense. Che pure c’erano, ma assieme a robe assai più tirate e funky. A un certo punto Richie se ne andò a fare sfracelli dimenticabili; gli altri lo rimpiazzarono, senza neanche gli sfracelli.

Machine gun

(Machine gun, 1974)
Un classico della programmazione radiofonica e la sigla di quasi tutto, soprattutto in ambito sportivo. Tutto strumentale, riuscì ad arrivare al ventiduesimo posto nelle classifiche americane. Smodato uso del sintetizzatore, funky funky funky.

Easy

(Commodores, 1977)
Capolavoro. Dal pianoforte, al modo disincantato e dandy con cui atta–cca “know it sounds funny, but I just can’t stand the pain”, al “uuh!”, al fatto che lui sia easy come una domenica mattina. Si era mai sentito? (Certo è la canzone di un vile egoista che fugge alle sue responsabilità, ma ne è valsa la pena). Ne fecero un’ottima cover appena appena più aggressiva i Faith No More. “Uuh!”.

Still

(Midnight magic, 1979)
Qui ci si può ammazzare, o rivestirsi di candore e tolleranza, e godersela. Perché è un lento cialtronissimo, ma fatto da maestri. Richie aveva un amico con dei dolori coniugali, e qui fa la parte che fanno sempre gli amici, quelli che ti dicono: “meglio continuare a volersi bene, piuttosto che soffrire ancora”. La fanno facile, loro.

Sail on

(Love songs, 1981)
Voleva essere un’altra “Easy” – in questo caso invece di andarsene lui, pregava lei di navigare via – ma venne abbastanza facile e prevedibile. Però ha un passaggio di grande sapienza, dove dice “and I don’t mind…”.

My love

(Lionel Richie, 1982)
“Non avevi molto da perdere ad andartene, ma sono contento che tu sia rimasta”. Uno non sa bene come prenderla, ma vorrebbe essere una cosa affettuosa.

Stuck on you

(Can’t slow down, 1983)
Ogni tanto a Lionel Richie rimasero queste sbandate country (le cover country di “Easy” non si contano): i Commodores erano neri, ma dell’Alabama. Qui risuona anche qualcosa di nautico, tipo vele spiegate, ormeggi mollati: o è un’impressione mia?

Nightshift

(Nightshift, 1985)
Inizia come una canzone di Marvin Gaye ammodernata alla bell’e meglio, e infatti celebra Gaye e Jackie Wilson, con citazioni dei versi di entrambi. Erano morti tutti e due l’anno prima. Fu l’unica cosa che i Commodores azzeccarono (senza esagerare) dopo che se ne era andato Lionel Richie.

Deep river woman

(Dancing on the ceiling, 1986)
Tornando alle indulgenze country: solo queste, o un problema sillabico, giustificano che si intitoli una canzone alla “donna del fiume profondo”.