Il buon vecchio Billy Joel ha 70 anni

E queste sono le sue migliori tredici canzoni: così migliori, che poi di dischi non ne ha fatti più

Billy Joel durante uno dei suoi spettacoli al Madison Square Garden (Jamie McCarthy,
Getty Images Entertainment)
Billy Joel durante uno dei suoi spettacoli al Madison Square Garden (Jamie McCarthy, Getty Images Entertainment)

Billy Joel compie 70 anni oggi: “sono un anacronismo”, ha detto in una bella intervista a Rolling Stone. È uno dei cantautori più venduti, importanti e amati di sempre, soprattutto negli Stati Uniti ma non solo. Da quando Luca Sofri, peraltro direttore del Post, scelse queste canzoni per il suo libro Playlist, La musica è cambiata, Joel non ha più fatto dischi (rivendicando come non ce ne sia nessun bisogno, e che sarebbero imparagonabili con i suoi vecchi), si è sposato una quarta volta con un’altra moglie più giovane di lui di 33 anni (e ci ha fatto due figli), e ha preso una sorta di “residency” al Madison Square Garden di New York, dove tiene un concerto al mese.

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Billy Joel
(1949, New York City, New York)
La cosca perdente dei cantautori rock, quella del pianoforte, ha tre campioni. Randy Newman, Joe Jackson e Billy Joel. Quest’ultimo ha fatto dischi stupendi per vent’anni, poi qualche disco così così, se n’è accorto, e non ne ha più incisi per tredici anni fino a oggi, limitandosi a concerti e raccolte. Nel 2006 è tornato a fare notizia per i dodici tuttoesaurito di seguito al Madison Square Garden di New York, con cui ha battuto il primato precedente detenuto da Bruce Springsteen. Negli ultimi anni ha avuto qualche problema con l’alcool e gli capita spesso di sbattere con la macchina: però si è risposato, per la terza volta, con una ragazza che ha trent’anni meno di lui ed è quasi coetanea di sua figlia.

Got to begin again
(Cold spring harbour, 1971)
Billy Joel ha sempre saputo quale canzone mettere in fondo a un disco. Questa, che finisce progettando di ricominciare da capo, è la migliore.

Piano man

(Piano man, 1973)
Con tutta la buona volontà patriottica, “Sono un pianista di piano bar” non le lega nemmeno le scarpe a questa. È una fotografia nitidissima: pare di vederlo, lui, il padrone del locale, i “regulars”, il barista che vorrebbe essere altrove o fare del cinema, e Paul e Davy e tutti gli avventori, uno più triste e solo dell’altro.
 Fu tagliata pesantamente per farle raggiungere una durata radiofonica: Joel se la legò al dito, e citò l’episodio nella successiva “The entertainer”.

You’re my home

(Piano man, 1973)
Canzone dell’amore maturo, complice, domestico, senza fulmini, saette e “crazy for you”. Lei è la sua casa, dovunque si trovi: “home is just another word for you”. (Resta una perplessità sulle capacità amatorie di lui, dove dice “you’re my instant pleasure dome”).

Captain Jack
(Piano man, 1973)
Ritratto di abbrutimento giovanile e indulgenza nelle droghe (Captain Jack è uno spacciatore) particolarmente vivo e verosimile. Forse solo un po’ semplicistico nell’individuare le ragioni di questa insoddisfazione e fallimento nella mancanza di ambizioni: “Se non capisci perché stai così, beh: hai 21 anni e tua madre ancora ti fa il letto”. Vallo a dire ai ventunenni (e ai trentunenni) italiani.

I’ve loved these days
(Turnstiles, 1976)
“È stato bello”, è uno dei versi più belli, perché è uno dei concetti più belli, una delle cose più belle da dire: “È stato bello”. La percezione della felicità è solo di chi se la merita, e ancora di più la percezione della felicità appena ottenuta, la riconoscenza implicita. Ma in particolare in questa canzone c’è un sincero e ribelle compiacimento per tutti i piaceri della vita. Quelli che – è vero – bisognerebbe limitare, su cui da domani dovremmo essere più saggi e ragionevoli: smettere di bere, di buttar via soldi, di godersi le lenzuola di seta, la macchina straniera, le perle, e la cocaina. Ma sapete che c’è?
È stato bello.

Miami 2017 (Seen the lights go out on Broadway)
(Turnstiles, 1976)
Una specie di Fuga da New York. Il disco del ritorno in città dopo un periodo californiano – aperto da “Say goodbye to Hollywood” – si chiude con una fantasia di fine del mondo sulla città. La Miami del titolo è la città dove ha trovato rifugio il narratore dopo la distruzione di New York. La versione migliore è quella che introduce il bellissimo disco dal vivo che si chiama Songs in the attic. La canzone assunse un significato inquietante e rinnovato nei giorni dopo l’11 settembre (“I saw the Empire State laid low”): Joel la cantò al famoso concertone benefico del Madison Square Garden, assieme a “New York state of mind”.

New York state of mind
(Turnstiles, 1976)
Altro che la città che non dorme mai e tutte quelle fregnacce. La poesia migliore su New York è questa, scritta da uno che è-la-sua-città, scritta in un periodo in cui ci era appena tornato dopo tre anni dall’altra parte (“seen all the movie stars”). Pochi fuochi d’artificio, e invece un gran pianoforte, un autobus sulla linea dell’Hudson, il New York Times, Chinatown, e la città vera.

Only the good die young

(The stranger, 1977)
Esplicita richiesta di lasciarsi – ehm… – andare, rivolta a questa Virginia che ha avuto un’educazione troppo cattolica e non sa cosa si perde. “Meglio ridere con i peccatori che piangere con i santi: i peccatori sono molto più simpatici”. Un bel pezzo tirato come un colpo di strombola, le mani che saltano sulla tastiera del pianoforte e l’ausilio di una opportuna sezione fiati. Per gustarlo appieno, ci si rivolga alla versione dal vivo del concerto russo.

Just the way you are

(The stranger, 1977)
È vero che è stata devastata da mille abusi pomicioni, ed è vero anche che puoi dire “ti amo così come sei” quanto vuoi, ma alla fine hanno divorziato anche loro. Però “Just the way you are” resta una delle più perfette lovesongs da manuale di tutti i tempi.

Scenes from an italian restaurant
(The stranger, 1977)
Sette minuti e mezzo – la più lunga canzone di Joel – di chiacchiere e racconti intorno a una cena italiana, in un piccolo circo broadwayano. Un’antologia di idee e ideuzze melodiche o, come si dice, una suite (Joel dice di aver avuto come modello la sequenza di canzoni sul lato B di Abbey Road dei Beatles).

All for Leyna
(Glass houses, 1980)
Quando si tratta di metter su un bel pezzo rock va benissimo anche un pianoforte, cari i miei cultori della chitarra.

Where’s the orchestra

(The nylon curtain, 1982)
Lui si è sbagliato: pensava di andare a teatro a vedere un musical e si
 trova davanti Shakespeare, e nessuno canta. Tipico lento conclusivo, un po’ più debole dei classici
“Got to begin again” o “You’re my home”, ma è bellissimo canticchiarla, con quelle svolte di tono, e
le parole che non si interrompono
mai, fino a chiudere, come si con-
viene, con il sipario, e la breve citazione strumentale di “Allentown”, 
la canzone che apriva il disco.

Tell her about it
(An innocent man, 1983)
Si era messo con una supermodella (Christie Brinkley), e gli era presa allegra: nello stesso disco – composto con un debole per il pop dei Cinquanta e Sessanta – mise “Uptown girl” e “Tell her about it”, più genere Motown.