Joe Biden durante un comizio a Cedar Rapids, in Iowa. (Scott Olson/Getty Images)
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  • sabato 4 maggio 2019

Come ha cominciato Joe Biden

Da super favorito rispetto agli altri candidati alle primarie Democratiche, e questo comporta anche degli svantaggi

Joe Biden durante un comizio a Cedar Rapids, in Iowa. (Scott Olson/Getty Images)

«Se batterò Donald Trump nel 2020, succederà qui» ha detto la settimana scorsa dopo un comizio a Pittsburgh, Pennsylvania, l’ex vice presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Da poco più di una settimana ha annunciato la sua candidatura alle primarie Democratiche con le quali verrà scelto chi prenderà parte alle presidenziali del prossimo anno, ed è partito da strafavorito. Ai sondaggi in vista delle primarie è dato tra il 33 e il 38%, con circa venti punti in vantaggio sul secondo candidato più popolare, il senatore del Vermont Bernie Sanders.

Joe Biden durante un comizio a Pittsburgh, Pennsylvania. (Jeff Swensen/Getty Images)

La campagna di Biden è cominciata bene, e la sua è una candidatura con un sacco di punti di forza: ma è ancora prestissimo per prevedere cosa succederà man mano che la campagna elettorale entrerà nel vivo. Esattamente quattro anni fa, in cima ai sondaggi delle primarie Repubblicane c’era Jeb Bush, che si sarebbe ritirato nel marzo successivo dopo un mezzo disastro elettorale. Se questo paragone aiuta a prendere i sondaggi con cautela, va anche tenuto presente che Bush al suo massimo arrivò al 17 per cento dei consensi: il distacco di Biden sui rivali è molto più impressionante del suo essere primo, cosa invece piuttosto scontata.

Nessun candidato Democratico ha vinto la presidenza senza vincere il voto in Pennsylvania dal 1948. Nel suo discorso a Pittsburgh, Biden ha subito provato a posizionarsi come candidato vicino alla classe media, chiamando sul palco sindacalisti e vigili del fuoco, e promettendo un aumento del salario minimo a 15 dollari all’ora. Ha puntato visibilmente sulla sua popolarità in un elettorato che alle scorse presidenziali fu in parte conquistato da Trump, che vinse proprio grazie a meno di 80mila voti tra Michigan, Pennsylvania e Wisconsin, tre stati che erano considerati la “diga” di Hillary Clinton perché solidamente Democratici dall’inizio degli anni Novanta, e che invece nel 2016 votarono per i Repubblicani.

Biden, senatore da decenni, conosciuto per il suo stile affabile e alla mano e per una storia personale molto drammatica e difficile, è probabilmente il politico più stimato e trasversale della politica americana. Nel video con cui ha annunciato la sua candidatura, e ancora nel suo discorso a Pittsburg, ha citato alcuni gravi episodi di terrorismo interno e violenza politica o religiosa, come la manifestazione di Charlottesville e la sparatoria nella sinagoga di San Diego, insistendo su quanto gli anni di Trump abbiano diviso il paese, e sulla necessità di un presidente che rappresenti “tutti gli americani” e non soltanto il suo elettorato.

Biden è tradizionalmente considerato un Democratico centrista, e come ha scritto il politologo ed esperto di sondaggi Nate Silver questo potrebbe non essere uno svantaggio nemmeno per la stessa base elettorale Democratica, la cui metà si identifica come moderata o conservatrice. Ma questa sua caratteristica è una delle sue armi più forti per presentarsi come l’unico candidato che può battere Trump nel 2020: riconquistando quegli elettori della classe media che avevano abbandonato i Democratici alle ultime presidenziali.

Joe Biden con un elettore a Dubuque, Iowa. (Scott Olson/Getty Images)

Alle ultime primarie dei Democratici, Clinton fu da subito la stragrande favorita: non c’era praticamente nessun altro candidato con qualche minima chance, tranne proprio Sanders, che a un certo punto sembrò poter addirittura sfilarle la nomination. Quest’anno la situazione è molto diversa: i candidati “di peso” sono tanti, dai senatori Cory Booker, Kamala Harris, Elizabeth Warren, Bernie Sanders, Kirsten Gillibrand, all’ex candidato a senatore del Texas Beto O’Rourke e al sindaco Pete Buttigieg. Ma a parte Sanders, Harris, O’Rourke, Buttigieg, Booker e Warren, i sondaggi danno tutti sotto il 2 per cento dei gradimenti. Di per sé, essere indietro a questo punto potrebbe essere una buona cosa per gli sfidanti di Biden: Obama ottenne così la nomination nel 2008. Ma per come si sono messe le cose negli ultimi giorni, i candidati alle primarie Democratiche che non si chiamano Joe Biden sono già diventati “gli sfidanti di Joe Biden”.

È indubbio che l’orientamento politico generale delle primarie Democratiche sia questa volta spostato nettamente più a sinistra del solito: per via di Sanders e Warren, che però sono stati seguiti anche da candidati con storie politiche e identità diverse, da Harris a O’Rourke. Biden per ora non sembra però voler rincorrere a sinistra i suoi avversari, anche perché ci sono delle cose del suo passato politico che glielo impediscono. Alcune sue vecchie posizioni sui diritti civili, per esempio, ma soprattutto il suo ruolo nel caso di Anita Hill, l’avvocata che nel 1991 accusò il giudice Clarence Thomas, nominato alla Corte Suprema, di molestie sessuali.

Durante la sua testimonianza, Hill fu duramente attaccata dai Repubblicani, e alla fine la nomina di Thomas fu confermata. Biden era a capo del comitato che la ascoltò, e soprattutto dopo il movimento #MeToo questo episodio del suo passato è spesso tornato a galla. Per questi motivi, Biden non può probabilmente scavalcare a sinistra i suoi avversari, perdendo un pezzo rilevante dell’elettorato giovane e bianco. Ma al contrario può considerarsi il favorito tra gli elettori più anziani, sia bianchi che afroamericani, che sono statisticamente più moderati.

Un’elettrice di Joe Biden a un comizio a Iowa City, il primo maggio. (Scott Olson/Getty Images)

Secondo Silver, gli scandali passati hanno dimostrato spesso di non essere un aspetto determinante nel successo o meno delle candidature politiche negli Stati Uniti. E sembra che non abbiano avuto conseguenze nemmeno le testimonianze di alcune donne che avevano raccontato nelle scorse settimane che Biden ebbe con loro atteggiamenti inappropriati e troppo intimi, che le misero a disagio. Nessuna delle donne aveva parlato di molestie sessuali, ma di abbracci o contatti non graditi che non avevano però rappresentato una prevaricazione o un abuso di potere.

Questo però è un tema che si collega a quello che è probabilmente il punto debole più grande di Biden: l’età. Avendo 76 anni, nell’ipotetico momento del suo insediamento alla Casa Bianca avrebbe gli stessi anni che avrebbe Trump – il più anziano presidente nella storia degli Stati Uniti al momento dell’elezione, con 70 anni – alla fine del suo secondo mandato. Le storie sugli atteggiamenti invadenti di Biden, secondo molti opinionisti, rivelano in primo luogo come Biden sia un politico di un’altra generazione, inadatto a gestire una campagna elettorale contemporanea e a interpretare la sensibilità di una parte notevole dell’elettorato Democratico nel 2020.

Queste accuse di inadeguatezza si sono spesso legate ai dubbi sull’attrattiva elettorale di Biden, maschio bianco eterosessuale (come solo il 25 per cento degli elettori Democratici), in un momento in cui le politiche sull’identità e l’inclusione delle minoranze hanno assunto un’importanza centrale nel dibattito pubblico statunitense. È vero però che quello che attualmente è il suo sfidante meglio posizionato è un altro “maschio bianco eterosessuale”, che per giunta è più vecchio di lui di un anno, Bernie Sanders.

Joe Biden durante un comizio a Dubuque, Iowa, il 30 aprile. (Scott Olson/Getty Images)

Essere stato per otto anni il vice presidente – e l’amico, anche – di un leader ancora estremamente popolare tra i Democratici come Obama è comunque secondo molti il suo attuale asset maggiore. Ma c’è almeno un settore in cui la popolarità, il carisma e la coolness generalmente attribuiti ad Obama non si è trasmesso a Biden: i media. La reazione alla sua candidatura sui principali giornali americani è stata perlopiù scettica. Secondo Silver, ci sono probabilmente pochi elettori di Biden nelle cerchie dei giornalisti, ma «le élite dei media hanno per Biden la stessa cecità selettiva che ebbero per Trump».

Ma al di là di quanto la freddezza dei media si rispecchi nell’elettorato Democratico, ci sono degli svantaggi nel ricoprire questo ruolo. Per Biden c’è il rischio di diventare “il candidato un po’ obsoleto” anche per chi nemmeno si era posto il problema; se passerà il messaggio che è uno che fa molte gaffe, ogni piccolo incidente in campagna elettorale sarà amplificato. E se Biden vincerà le primarie, la narrazione che ne uscirà sui media potrebbe essere quella di una storia noiosa, che non gli garantirà molta inerzia in vista delle presidenziali. Hillary Clinton era notoriamente poco apprezzata dai media, e fu uno dei suoi problemi più grossi nella campagna elettorale.

Probabilmente per questi motivi, secondo l’Atlantic Biden sta provando ad abbassare le aspettative sul suo conto, per evitare proprio di mettersi in una situazione simile a quella di Clinton, la candidata super favorita, super competente e super affermata, e che di conseguenza in campagna elettorale aveva tantissimo da perdere e poco da guadagnare. Jennifer Palmieri, consigliera di Clinton ed ex responsabile della comunicazione di Obama, ha spiegato all’Atlantic che è comprensibile che Biden non voglia essere giudicato sulla base di standard più alti rispetto a quelli dei suoi sfidanti. È una specie di maledizione dei favoriti, ed è il motivo per esempio per cui si è parlato molto delle donazioni raccolte da Harris, Sanders e O’Rourke e meno di quelle di Biden, che pure – con 6,3 milioni di dollari nel primo giorno – sono state le più consistenti. Ma questo, dice Palmieri, è inevitabile anche perché per certi versi queste caratteristiche – l’esperienza, l’affidabilità, la solidità – sono tra le caratteristiche principali con cui Biden si sta presentando agli elettori.

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