I soldi attorno ai soldi degli immigrati

Gli immigrati inviano quasi 500 miliardi di euro l’anno, un enorme flusso finanziario per i paesi in via di sviluppo, ma le commissioni sono troppo alte, scrive l’Economist

(AP Photo/Khalil Senosi)

Le rimesse degli immigrati sono uno dei flussi finanziari più importanti per i paesi in via di sviluppo, assieme agli aiuti internazionali: sono i soldi che gli immigrati lavoratori inviano alle proprie famiglie (o anche a terzi) rimaste nel paese di origine e che contribuiscono allo sviluppo delle economie più arretrate, nonché al miglioramento delle condizioni di vita delle famiglie stesse. In Italia il flusso di denaro verso l’estero viene monitorato dalla Banca d’Italia, secondo cui l’ammontare delle rimesse è aumentato dal 2005 al 2011, quando raggiunse i 7,3 miliardi di euro, e poi ha subito un calo nel biennio 2012-2013, per assestarsi intorno ai cinque miliardi tra il 2016 e il 2017.

Le rimesse degli immigrati sono un fenomeno economico-finanziario di notevoli dimensioni anche a livello globale. Ma, come scrive l’Economist, il problema è che i trasferimenti di denaro attraverso le vie legali, i cosiddetti “money transfer”, costano moltissimo (ci sono anche vie informali, come portarsi i soldi appresso quando si torna in visita nel proprio paese, e secondo i dati del Sole 24 ore nel 2016 dall’Italia sono stati trasferiti in questo modo tra i 750 milioni e i 2,25 miliardi di euro).

Il costo medio per una singola transazione a livello mondiale si aggira intorno al 7 per cento, secondo l’Economist, mentre le commissioni per i trasferimenti di denaro tra i paesi del G7 si aggirano intorno al 2 per cento (i trasferimenti interni alla zona euro sono gratuiti, mentre all’interno dell’Unione Europea viene imposta una commissione per la conversione della valuta tra i paesi che adottano l’euro e gli altri e che il Parlamento sta cercando di ridurre). Si calcola che quest’anno almeno 550 miliardi di dollari di rimesse (486 miliardi di euro) verranno inviati verso i paesi in via di sviluppo, una cifra che secondo la Banca Mondiale supera di gran lunga quella degli investimenti delle società multinazionali negli stessi paesi interessati dal fenomeno.

Le commissioni elevate sono dovute principalmente a due motivi: ai comportamenti anti-concorrenziali – per cui molto spesso le agenzie preposte al trasferimento di denaro, come MoneyGram e Western Union, hanno contratti esclusivi con gli enti statali – e all’atteggiamento di sospetto dei paesi occidentali, che hanno imposto nuove regole sempre più severe per evitare il riciclaggio di denaro attraverso questi canali ed evitare che in questo modo per esempio vengano finanziati i gruppi terroristici. In Italia, dal primo di gennaio 2019, tutti i trasferimenti di denaro verso paesi che non fanno parte dell’Unione Europea con importi superiori ai 10 euro sono tassati con un’aliquota dell’1,5 per cento, oltre alla commissione che viene già applicata dalla banca o dall’agenzia che effettua il servizio. Questi costi aggiuntivi vanno a incidere soprattutto sul reddito degli immigrati regolari che vivono e lavorano nei nostri paesi, e sul flusso di denaro che viene trasferito verso i paesi in via di sviluppo.

Secondo l’Economist, uno dei modi per abbassare le imposte sulle rimesse sarebbe stimolare la competizione e permettere l’entrata di nuove start-up che si occupino del trasferimento di denaro oltre le frontiere. Tra il 2011 e il 2015 il settore aveva visto l’affermarsi di nuovi attori e un conseguente calo delle commissioni del 17 per cento, ma in seguito, dal 2016 circa, il numero di nuovi entrati nel sistema si è dimezzato portando a un livellamento dei costi. Un’altra soluzione arriva dal mercato digitale: centinaia di milioni di persone in Africa, Asia e America Latina oggi usano i servizi finanziari delle piattaforme online per trasferire denaro come PayPal. L’affermarsi di questi servizi potrebbe portare il costo delle commissioni sui trasferimenti delle rimesse sempre più vicino allo zero.

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