(Lukas Schulze/Getty Images)

In Europa si possono vendere e comprare emissioni di CO2

Le aziende hanno a disposizione un numero fisso di "quote" di inquinamento, ma se inquinano meno possono rivendere quelle in eccesso

(Lukas Schulze/Getty Images)

A inizio aprile Fiat Chrysler (FCA) ha firmato un accordo con Tesla per comprare “quote verdi” e rientrare quindi nei parametri per le emissioni di CO2 stabiliti dall’Unione Europea, evitando eventuali sanzioni della Commissione Europea. La notizia ha fatto quindi parlare del sistema inventato dall’Unione Europea per provare a ridurre l’inquinamento e combattere gli effetti del cambiamento climatico: il sistema, appunto, che si basa sulle cosiddette “quote” di inquinamento. Sono quelle che FCA aveva esaurito, ma che ha potuto comprare da Tesla, che in quanto produttore di auto elettriche, ne aveva in surplus. Ma come funziona questo sistema? E funziona?

Dal 2005 l’Unione Europea ha istituito una specie di mercato delle emissioni di CO2, conosciuto anche come ETS (Emission Trading System), che è di fatto la principale politica comunitaria per contrastare i cambiamenti climatici e ridurre le emissioni di gas a effetto serra. L’ETS è il primo mercato al mondo di CO2 e si basa sul principio del “cap and trade” (“limita e scambia”). Per ridurre le emissioni dei settori industriali, l’Unione ha fissato il totale di emissioni di gas serra (cap) dei diversi settori: le aziende hanno a disposizione un numero fisso di “quote”, che ufficialmente si chiamano European Emission Allowance (EUA), ognuna delle quali permette l’emissione di una tonnellata di CO2 in un anno solare. Negli anni il tetto massimo è stato progressivamente abbassato, in modo da ridurre anche le emissioni di gas serra nell’atmosfera, e verrà ancora progressivamente abbassato costringendo tutte le aziende a inquinare di meno.

Le quote assegnate ogni anno sono però cedibili: le aziende possono ricevere o acquistare all’asta le quote da altre aziende o, nel caso in cui riescano a ridurre le emissioni dei propri impianti, possono rivendere le loro quote ad aziende che inquinano di più (trade). L’importante è che il tetto massimo di emissioni a livello europeo non venga sforato, in quel caso è prevista una multa per le aziende che inquinano più di quanto è permesso loro dalle quote verdi in loro possesso (che più o meno si aggira intorno ai 100 euro per tonnellata di CO2). Nel caso di FCA e Tesla, è andata quindi così: FCA aveva esaurito le sue “quote” di emissioni e ne ha comprate da Tesla.

Dal 2013 al 2020, il tetto massimo di emissioni concesse alle centrali elettriche e alle industrie ad alta intensità energetica (cioè quelle che producono ferro, alluminio, cemento, vetro, cartone o acidi) è stata diminuita dell’1,74 per cento ogni anno. Tra il 2021 e il 2030 la riduzione sarà del 2,2 per cento annuo. L’obiettivo è quello di arrivare a una riduzione complessiva per questi settori del 21 per cento nel 2020 rispetto ai livelli del 2005 (quando venne istituito l’ETS) e di almeno il 43 per cento entro il 2030.

Nonostante il mercato delle quote verdi abbia avuto successo nel diminuire nel complesso le emissioni di CO2, secondo diversi esperti però il sistema non è riuscito a rendere i combustibili fossili una fonte energetica economicamente meno conveniente di quelle rinnovabili. Gli scienziati dell’Istituto tedesco per la ricerca economica hanno calcolato che solo se il costo per ogni tonnellata di CO2 emessa fosse di 40 euro, inciderebbe sul prezzo dell’energia prodotta da carbone e combustibili fossili. Ma all’inizio del 2014 una quota verde costava appena 2,81 euro, mentre nel febbraio del 2018 il prezzo d’asta di partenza era pari a 9,68 euro e ad agosto il prezzo era salito a 18,50 euro.

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