(Netflix)

La brutta fine dei trichechi in “Our Planet”

Una scena molto cruda – centinaia di trichechi che muoiono precipitando da una scogliera – ha portato qualche critica alla nuova serie naturalistica di Netflix

(Netflix)

Dallo scorso 5 aprile è disponibile su Netflix Our Planet, l’attesa serie di documentari naturalistici realizzata dallo stesso gruppo che ha girato le varie edizioni di Planet Earth per BBC, tra i documentari più premiati degli ultimi anni. Our Planet racconta la sterminata varietà degli ecosistemi del nostro pianeta e quanto alcuni di essi siano a rischio, a causa delle attività umane. La serie ha raccolto critiche molto positive, anche se talvolta arriva a conclusioni troppo affrettate e colpevoliste nei confronti degli interventi umani.

Le critiche si sono concentrate su una scena del secondo episodio di Our Planet, dove viene illustrata la vita dei trichechi tra le coste dell’Alaska e della Russia, in una fase storica in cui i ghiacci si stanno progressivamente ritirando a causa del riscaldamento globale. Nel periodo estivo i trichechi frequentano quelle coste, dove trovano facilmente molluschi e crostacei, prima di trasferirsi sulle grandi placche di ghiaccio dove si riposano e allevano i loro piccoli. Negli ultimi anni, però, la disponibilità di ghiaccio è diminuita enormemente a causa del cambiamento climatico. In mancanza di queste piattaforme ghiacciate, i trichechi hanno iniziato a frequentare le scogliere, ammassandosi sulle rocce per riposarsi dopo i lunghi periodi trascorsi in mare, e per allevare la prole.

Comportamenti di questo tipo erano già stati osservati in passato, e non necessariamente erano riconducibili al riscaldamento globale. Era un fenomeno che interessava comunque un numero limitato di esemplari, quasi sempre maschi, mentre le femmine e i loro piccoli riuscivano a trovare spazi a sufficienza sulle piattaforme di ghiaccio.

Nei quattro anni necessari per l’intera produzione della serie di documentari, una troupe di Our Planet ha ripreso uno dei punti dove più trichechi raggiungono le scogliere, non avendo alternative. La troupe si è trovata davanti una scena impressionante – e ben illustrata nel secondo episodio della serie – con circa 100mila trichechi ammassati su vari livelli lungo la scogliera. La voce narrante, che è quella del documentarista britannico David Attenborough (già voce di Planet Earth), descrive la situazione dicendo che i trichechi si raccolgono lì perché spinti “dalla disperazione, non per scelta. Una fuga precipitosa può verificarsi in qualsiasi momento. In queste condizioni, i trichechi sono un pericolo per loro stessi”.

Il documentario spiega quindi che i trichechi provano a scalare la scogliera per trovare un po’ di spazio ed evitare di essere schiacciati dagli altri esemplari, che man mano arrivano dal mare. Le riprese mostrano la difficoltosa scalata che compiono questi animali, dotati di pinne e quindi in difficoltà a muoversi lungo percorsi scoscesi e ripidi, fuori dall’acqua. Alcuni si spingono fino alla sommità della scogliera, a quasi 80 metri di altezza, altri seguono lo stesso esempio, attirati dall’odore dei loro compagni. Sempre Attenborough:

Almeno sulla sommità c’è spazio per riposare. La vista di un tricheco fuori dall’acqua è scarsa, ma può percepire gli altri più sotto. Quando diventano affamati, i trichechi hanno bisogno di tornare in acqua. Nella disperazione di farlo, centinaia cadono da altezze che non avrebbero mai dovuto raggiungere.

Le scene del documentario, piuttosto crude, mostrano la caduta di diversi trichechi da decine di metri di altezza. Molti perdono la presa mentre stanno scalando la scogliera, altri mentre cercano di percorrerla al contrario per tornare in acqua. Le cadute sono rovinose e causano la morte di centinaia di loro. Le immagini e la narrazione fanno chiaramente intendere che la causa di tutto questo sia il riscaldamento globale, ma alcuni ricercatori consultati da Ed Yong dell’Atlantic consigliano di essere più prudenti nel trarre conclusioni.

Lori Quakenbush del Dipartimento per la pesca dell’Alaska, per esempio, dice che di solito i trichechi sono ben contenti di starsene in aree molto affollate e in compagnia dei loro simili, anche quando ci sarebbe più spazio a disposizione. Nel documentario la scogliera appare in diverse scene pressoché vuota, cosa che sembrerebbe smentire ciò che dice Attenborough sulla ricerca di maggiori spazi con meno trichechi.

I produttori di Our Planet hanno risposto alla critica spiegando che, come avviene sempre con i documentari, le immagini mostrate sono il frutto dell’unione di scene e momenti diversi, ripresi nel corso dei lunghi appostamenti degli operatori. Le immagini dei trichechi sono state girate in due punti diversi della scogliera, uno dove c’erano oltre 100mila trichechi e un altro dove sono avvenute le cadute. In questa seconda area, dicono i documentaristi, i trichechi hanno iniziato la loro scalata solo quando la scogliera in basso era ormai satura e non c’era fisicamente spazio per altri esemplari. Arrivati in cima, sono rimasti lì per alcuni giorni, prima di provare a tornare verso il mare, quando ormai gli altri trichechi rimasti in basso si erano già spostati in acqua.

Quakenbush e altri suoi colleghi sono inoltre scettici sul mettere direttamente in collegamento le cadute dei trichechi con il cambiamento climatico, considerato che fenomeni di questo tipo erano già stati messi in evidenza in passato. Quei casi avevano però interessato poche decine di esemplari, rispetto alle centinaia riprese dalla troupe di Our Planet.

Sempre sull’Atlantic, Nicole Misarti dell’Università dell’Alaska Fairbanks ha spiegato che comunque i tratti di costa lungo i quali si rifugiano i trichechi sono aumentati notevolmente negli ultimi anni, proprio per la mancanza di sufficienti piattaforme di ghiaccio. È un problema anche per le popolazioni locali che da secoli cacciano e vivono con i trichechi. A Vankarem, un piccolo villaggio di poco meno di 200 abitanti nel circondario autonomo della Čukotka (Russia), il fenomeno si ripete da diverse estati e porta alla morte di molti trichechi, che attirano gli orsi polari. La popolazione deve fare i conti con questi predatori, spostando le carcasse in punti distanti dal villaggio, dove gli orsi polari restano confinati senza raggiungere le abitazioni.

Non è ancora completamente chiaro che cosa determini il comportamento dei trichechi, ripreso dalle telecamere di Our Planet. Al di là del caso specifico, è comunque evidente come il riscaldamento globale stia modificando, e in molti casi complicando, la vita di intere specie soprattutto nell’area dell’Artico dove la permanenza dei ghiacci nel periodo estivo è inferiore.

Il 2018 è stato il quarto anno più caldo mai registrato, secondo i dati raccolti dalla NASA e diffusi ufficialmente a inizio 2019. Nel 2018, la temperatura media globale è stata di oltre un grado Celsius superiore rispetto alla media registrata negli ultimi decenni dell’Ottocento, quando le attività umane iniziarono a comportare l’emissione di maggiori quantità di anidride carbonica nell’atmosfera. Come altri gas serra, l’anidride carbonica impedisce alla Terra di disperdere correttamente il calore accumulato dai raggi solari, portando a cambiamenti del clima e a eventi meteorologici – come uragani, tempeste e periodi di siccità – più estremi di un tempo.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.