Di chi è l’oro della Banca d’Italia

E soprattutto, una volta per tutte: chi può disporne? È la quarta riserva più grande del mondo, e secondo alcuni potrebbe servire a fare un sacco di cose

(AP Photo/Barry Thumma)

La Banca d’Italia possiede la quarta riserva d’oro più grande del mondo, dietro soltanto Stati Uniti, Germania e Fondo Monetario Internazionale. Sono quasi 2.500 tonnellate di oro, per un valore – agli attuali prezzi di mercato – di 90 miliardi di euro. La storia di questo accumulo risale al boom economico del dopoguerra, quando una serie di prudenti governatori della Banca scelsero di investire in lingotti d’oro i proventi in valuta estera delle esportazioni italiane. La riserva avrebbe dovuto funzionare come una sorta di paracadute di emergenza, nel caso in cui la situazione economica del paese fosse volta al peggio. L’ultimo acquisto di oro fu fatto nel 1973, quando la riserva toccò il record di 2.600 tonnellate.

Da allora non si parla più di comprare oro, anzi: sempre più spesso si è iniziato a parlare di venderlo o di trovare altri modi per metterlo a frutto. Romano Prodi, per esempio, propose nel 2011 di cederlo a un fondo dove sarebbero dovute confluire le riserve auree di tutte le banche centrali europee, e che sarebbe stato poi usato per garantire l’emissione di un nuovo debito pubblico europeo. Di recente l’attuale maggioranza ha più volte lasciato intendere che queste riserve possano essere utilizzate per finanziare in qualche modo la spesa pubblica: per esempio disinnescando le famose clausole di salvaguardia che rischiano di scattare nel 2020 e far aumentare l’IVA per oltre 40 miliardi di euro.

Quello che è meno chiaro, però, è chi possieda l’oro di Banca d’Italia e soprattutto chi ne possa disporre per farci quello che meglio crede. Gli ultimi a occuparsi di questa questione sono stati Alberto Bagnai e Claudio Borghi, i due più noti sostenitori dell’uscita dell’Italia dall’euro e oggi parlamentari della Lega e presidenti delle commissioni Bilancio rispettivamente di Senato e Camera. Tramite interviste e mozioni parlamentari (l’ultima approvata pochi giorni fa) Bagnai e Borghi hanno chiesto al governo di mettere in chiaro una volta per tutte che l’oro appartiene allo Stato italiano, che quindi ne può disporre come meglio crede.

In realtà, anche prima delle loro richieste di chiarimenti, c’erano pochi dubbi sul fatto che l’oro fosse di proprietà dello stato: la Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico, il cui presidente è nominato dal presidente della Repubblica su proposta del governo. Fa insomma indubbiamente parte del perimetro dello Stato. Ribadirlo, anche tramite una legge, non cambierebbe molto, almeno nell’immediato. Molti però temono che Borghi e Bagnai, sostenuti dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, abbiano intenzione di ribadire la proprietà pubblica delle riserve auree come primo passo per mettere quelle stesse riserve a disposizione del governo.

Salvini, Bagnai e Borghi hanno negato che questa sia la loro intenzione e in effetti questa manovra sarebbe probabilmente molto complicata da mettere in pratica. La Banca d’Italia è, per statuto, completamente indipendente dal governo, che quindi non può obbligarla a trasferire le sue riserve. Inoltre i trattati europei, che hanno rango costituzionale, proibiscono alle banche centrali dei paesi dell’Unione di finanziare direttamente gli stati membri (e la Banca d’Italia specifica sul suo sito che cedere l’oro andrebbe considerato esattamente come un finanziamento).

Il sito di fact-checking Pagella Politica ha scritto nella sua analisi della vicenda per AGI:

Nel quadro normativo attuale sembra difficile un’azione diretta dell’esecutivo per imporre alla Banca d’Italia di vendere le proprie riserve auree e mettere il ricavato a disposizione del governo. Questo sarebbe vero anche se fosse approvata la proposta di legge che chiarisce in modo inequivocabile che le riserve auree sono di proprietà dello Stato.

Ma se invece questo o un futuro governo dovessero comunque riuscire a prendere il controllo dell’oro, sarebbe davvero possibile usarlo per finanziare spese come il reddito di cittadinanza o bloccare aumenti di imposte come le clausole di salvaguardia? La risposta è che sì, potrebbero riuscirci, almeno per qualche anno, ma probabilmente non sarebbe una buona mossa e per una serie di ottime ragioni.

Salvatore Rossi, a lungo importante dirigente della Banca d’Italia, nel suo libro Oro, pubblicato dal Mulino, ha ricordato per esempio che nel 2016 l’offerta totale di oro sul mercato mondiale fu di poco inferiore alle 6 mila tonnellate. Se a questo totale venissero aggiunte le 2.500 tonnellate delle riserve italiane, o anche soltanto poche centinaia, il risultato più probabile sarebbe un crollo del prezzo dell’oro e una conseguente riduzione dei profitti che lo Stato potrebbe ricavare dalla vendita.

A questo bisogna aggiungere che la liquidazione di questo patrimonio – «l’argenteria di famiglia», come la chiama spesso Rossi – darebbe il segnale di un governo sulla soglia della disperazione, disposto a tutto pur di raggranellare un po’ di risorse. Temendo un crollo imminente, quindi, i fondi e gli investitori che oggi mensilmente prestano denaro all’Italia chiederebbero probabilmente rendimenti più alti, o addirittura potrebbero rifiutare di prestarci denaro, potenzialmente neutralizzando qualsiasi beneficio derivato dalla vendite dell’oro.

Sarebbe molto più prudente vendere le riserve poco a poco, al ritmo di pochi miliardi l’anno. Il beneficio della vendita, però, a quel punto sarebbe molto ridotto. Pagella Politica ha notato che se le riserve auree della Banca d’Italia appaiono a prima vista impressionanti, 90 miliardi di euro, ammontano in realtà ad appena il 4 per cento dei circa 2.350 miliardi di euro di debito pubblico accumulati dal nostro paese.

Insomma, vendere l’oro della Banca d’Italia rischia di non avere grandi effetti positivi per i conti pubblici, ma potrebbe averne di negativi, in particolare sul lungo periodo. Nel suo libro Rossi spiega che un’importante riserva aurea come quella italiana funziona come un’assicurazione da utilizzare in momenti di grave difficoltà. Tra il 1973 e il 1974, per esempio, l’Italia si trovò improvvisamente a corto di valuta estera, necessaria per acquistare sui mercati internazionali il petrolio e le altre materie prime energetiche dalle quali dipendeva. La banca centrale tedesca accettò di prestarle 2 miliardi di dollari, scongiurando una grave crisi energetica, ma chiese che a garanzia del prestito un quinto delle riserve auree italiane. Senza le riserve, ottenere il prestito sarebbe stato più complicato e gli italiani avrebbero probabilmente passato al freddo tutto l’inverno.

Con la moneta unica situazioni del genere sono divenute impossibili, e lo resteranno fino a che questo sistema rimarrà in piedi. Cosa accadrà nei prossimi dieci, venti, trenta o cinquant’anni, però, rimane imprevedibile. Quale che sia il futuro della moneta unica e del nostro paese, sarà più rischioso affrontarlo senza le grandi riserve d’oro accumulate negli ultimi 70 anni.