Manifesti di Rahul Gandhi, Wayanad, 4 aprile 2019 (Atul Loke/ Getty Images)
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  • giovedì 11 aprile 2019

Le più grandi elezioni al mondo

Cominciano oggi, ovviamente in India, in sette fasi: i numeri, i candidati e cosa se ne dice

Manifesti di Rahul Gandhi, Wayanad, 4 aprile 2019 (Atul Loke/ Getty Images)

Oggi, giovedì 11 aprile, iniziano in India le elezioni per il rinnovo della camera bassa del parlamento (Lokh Saba, la cosiddetta Camera del popolo) e quindi l’elezione del nuovo primo ministro: si svolgeranno in sette fasi e si concluderanno il prossimo 19 maggio. L’inizio dello scrutinio, ha fatto sapere il capo della commissione elettorale, è previsto per il 23 maggio. Le elezioni nazionali indiane del 2019, le diciassettesime dall’indipendenza del paese, saranno anche le più imponenti della storia della democrazia mondiale, per il numero delle persone che saranno chiamate al voto: quasi 900 milioni.

Quando e come
Le elezioni indiane si terranno l’11, il 18, il 23 e il 29 aprile e poi il 6, il 12 e il 19 maggio. I membri della Camera del popolo sono eletti direttamente dai cittadini con il sistema uninominale: i seggi andranno cioè a chi ottiene, in un turno unico, la maggioranza relativa in ogni collegio. Ogni stato ha un numero di rappresentanti proporzionale alla popolazione: lo stato più popoloso è l’Uttar Pradesh, che elegge 80 deputati e che è quindi fondamentale per la formazione della maggioranza.

Alle prossime elezioni saranno eletti 543 dei 545 membri della camera bassa del Parlamento indiano. Gli altri due seggi saranno riservati ai rappresentanti della comunità anglo-indiana (cioè i discendenti delle famiglie di origine mista, britannica e indiana, risalenti all’epoca coloniale), nominati direttamente dal presidente. La coalizione vincente dovrà comunque controllare almeno 272 seggi. Secondo la commissione elettorale, quest’anno le persone aventi diritto di voto saranno circa 900 milioni, 84 milioni di persone in più rispetto alle ultime elezioni. I giovani che voteranno per la prima volta sono 15 milioni. I seggi saranno circa 930 mila in tutto il paese.

Nel 2014 le elezioni avevano messo fine al lungo potere praticamente incontrastato del Partito del Congresso (Indian National Congress, INC), il partito laico e di centrosinistra della famiglia Gandhi – che non ha legami di parentela col Gandhi più noto, il cosiddetto “Mahatma” – e che fin dall’indipendenza del paese, nel 1947, aveva governato l’India per quasi 50 anni. Le elezioni erano state vinte da Narendra Modi del BJP, il Partito Popolare Indiano di orientamento nazionalista indù e conservatore, parte dell’Alleanza Nazionale Democratica di centrodestra, che aveva conquistato la maggioranza assoluta.

I principali candidati
I due candidati favoriti per la carica di primo ministro sono, come nel 2014, Narendra Modi (alla ricerca di un secondo mandato) e Rahul Gandhi, leader del Partito del Congresso, figlio di Sonia Gandhi e dell’ex primo ministro Rajiv. In vista delle elezioni del 2019 alcuni partiti regionali hanno deciso però di coalizzarsi in un terzo fronte che riunisce, tra l’altro, molte esponenti donne. I partiti più importanti che lo compongono sono il Samajwadi Party (SP) guidato da Akhilesh Yadav, che è vicino ai musulmani, e il Bahujan Samaj Party (BSP) di Kumari Mayawati, prima ministra dell’Uttar Pradesh e leader dei dalit, cioè degli “intoccabili”. Questa alleanza potrebbe mettere a rischio il risultato del partito di Modi in uno degli stati più importanti e popolosi del paese, ma in generale il risultato del terzo fronte potrebbe diventare fondamentale per garantire a una delle due principali coalizioni la possibilità di vincere le elezioni e governare stabilmente.

Rahul Gandhi e sua sorella Priyanka Gandhi, nominata dal Partito del Congresso responsabile per l’Uttar Pradesh orientale, Wayanad, 4 aprile 2019 (Atul Loke/ Getty Images)

Al centro dell’attuale campagna elettorale ci sono soprattutto l’economia, la disoccupazione e i recenti scontri con il Pakistan. La causa scatenante delle ultime tensioni tra i due paesi era stato l’attentato suicida compiuto il 14 febbraio contro un convoglio di mezzi militari a Pulwama, nel sud dello stato di Jammu e Kashmir. L’attacco, il più grave degli ultimi 30 anni, era stato compiuto da un miliziano di Jaish-e-Mohammed (“l’esercito di Maometto”), gruppo terroristico che secondo l’India è appoggiato dal Pakistan. L’India aveva risposto colpendo i campi di addestramento di Jaish-e-Mohammed in Pakistan, e a sua volta il Pakistan aveva abbattuto almeno un aereo da guerra indiano. Il BJP ha subito cercato di sfruttare per la campagna elettorale sia l’attentato che la risposta delle forze armate indiane, secondo alcuni osservatori riuscendoci con successo. Le opposizioni hanno accusato Modi di voler politicizzare l’esercito, mentre il BJP ha respinto queste dichiarazioni affermando che hanno influito negativamente sul morale dei soldati.

Modi, l’attuale primo ministro, ha costruito la propria carriera politica insistendo sul nazionalismo e ottenendo il sostegno dell’elettorato indù contro la minoranza musulmana (in India gli indù costituiscono circa l’80 per cento della popolazione, contro il 13 per cento dei musulmani). Durante il suo primo mandato ha concentrato la propria attenzione sullo sviluppo e la crescita economica, diventando il punto di riferimento principale della classe media, degli industriali e degli uomini d’affari. Nel 2014 aveva promesso che avrebbe creato 10 milioni di posti di lavoro all’anno, che avrebbe migliorato i trasporti e le infrastrutture, che avrebbe costruito più di 100 milioni di bagni pubblici in un paese dove l’igiene e le latrine costituiscono un problema molto serio. Ma la maggior parte di queste promesse non è stata mantenuta.

Un sostenitore di Modi e del BJP, Calcutta, India, 3 aprile 2019 (Atul Loke/Getty Images)

Il 31 gennaio, infatti, è stato diffuso il contenuto di un rapporto dell’agenzia che in India è responsabile delle indagini statistiche nel quale si dice che il tasso di disoccupazione sarebbe stato del 6,1 per cento nel periodo 2017-2018: il più alto degli ultimi 45 anni. La disoccupazione interesserebbe soprattutto i giovani. Il governo si è difeso dicendo che il rapporto non era definitivo: Modi ha negato l’esistenza di una crisi occupazionale spiegando che non mancano i posti di lavoro ma dei veri dati sull’occupazione. Rahul Gandhi ha invece sfruttato questi dati per parlare di «disastro nazionale». Altri dati mostrano comunque che, nonostante l’India abbia un tasso di sviluppo tra i più alti del mondo, questa crescita non si sia tradotta in un maggior benessere per la maggior parte della popolazione ma solo per alcuni (il 73 per cento della ricchezza prodotta nel 2017 è andata all’1 per cento della popolazione).

Il Partito del Congresso sta insistendo, dunque, sul disagio degli agricoltori e delle persone più in difficoltà del paese. Ha detto che serve un assalto finale alla povertà e ha annunciato che, se vincerà le elezioni, il suo governo introdurrà un reddito minimo garantito: darà cioè un sussidio al 20 per cento delle famiglie più povere dell’India. Anche Modi ha però fatto una serie di nuove promesse: riservare delle quote nei posti di lavoro pubblici alle categorie economicamente svantaggiate e sussidi a favore degli agricoltori. Forte dell’attacco dello scorso febbraio alle postazioni dell’organizzazione terroristica pakistana Jaish-e-Mohammed, ha insistito poi sul proprio successo in materia di sicurezza nazionale.

Sondaggi
Sembra che il consenso nei confronti del Partito del Congresso stia crescendo, ma non abbastanza per ottenere la maggioranza dei voti. Il BJP di Narendra Modi e della sua National Democratic Alliance resta il favorito, secondo la maggior parte delle indagini. Alcuni osservatori pensano però che la vittoria non sarà stavolta garantita come alle precedenti elezioni. Una ricerca effettuata dal Centre for the Study of Developing Societies (Csds) di Nuova Delhi dice comunque che il primo ministro uscente Narendra Modi resta il leader politico più popolare e che il suo gradimento è al 43 per cento: più alto di sette punti percentuali rispetto alla campagna elettorale di cinque anni fa.

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