“Leaving Neverland”, il discusso documentario su Michael Jackson

Cosa racconta e perché se ne è parlato molto, visto che stasera sarà trasmesso per la prima volta in Italia

Questa sera alle 21.30 andrà in onda sul canale Nove Leaving Neverland, il documentario sulle accuse di molestie sessuali contro la popstar Michael Jackson prodotto dal network americano HBO. Ancor prima della sua messa in onda negli Stati Uniti, a inizio marzo, Leaving Neverland aveva provocato grosse discussioni e polemiche: non tanto perché le accuse che riporta – quelle di Wade Robson e Jimmy Safechuck, nello specifico – siano nuove, ma perché le racconta in un modo molto coinvolgente ed esplicito.

La principale conseguenza del documentario, oltre a provocare le proteste di molti fan incalliti di Jackson, è stato un dibattito su come ci si debba rapportare oggi alla sua eredità: la discussione, riproposta periodicamente, se si possa apprezzare la produzione artistica di una persona accusata credibilmente di aver fatto cose molto brutte, come violentare ripetutamente dei bambini. Dopo la messa in onda del documentario, infatti, ci sono state radio nel Regno Unito e in Australia che hanno deciso di smettere di trasmettere le canzoni di Jackson, cosa che ha sorpreso molti soprattutto perché le accuse contenute in Leaving Neverland erano note da anni. I produttori dei Simpson, per dirne un’altra, hanno deciso di ritirare un vecchio episodio a cui Jackson aveva partecipato come doppiatore. L’azienda di moda Louis Vuitton ha ritirato tutti i capi della nuova collezione uomo ispirati a Michael Jackson.

Altri, come il critico del New York Times Wesley Morris, hanno invece sostenuto che rimuovere dalla cultura pop le canzoni di quella che forse è stata la più grande popstar di sempre non sia la soluzione al problema. «L’eredità di Michael Jackson è più grande di Michael Jackson», dice Morris, e cancellarla significa cancellare un grosso pezzo di America. Secondo Morris, è giusto che il documentario provochi un dibattito, che però per essere risolto necessita di argomentazioni profonde e complesse, e non di una semplice censura delle canzoni di Jackson.

Leaving Neverland racconta in particolare la storia – incredibile, a guardarla da lontano – di come Jackson riuscì a persuadere i genitori di Robson e Safechuck a permettere che instaurassero con lui un rapporto che era con tutta evidenza ambiguo e strano. I due avevano rispettivamente 7 e 11 anni quando, alla fine degli anni Ottanta, entrarono in contatto con Jackson: il primo durante una gara di ballo per bambini organizzata nell’ambito di un tour australiano; il secondo perché comparve in una pubblicità di Pepsi con il cantante.

Jackson strinse un legame con le due famiglie, e invitò i bambini prima a esibirsi con lui sul palco, e poi agli ormai famosi “playdate” – cioè gli incontri tra i bambini per giocare – organizzati nel suo ranch conosciuto come Neverland. Jackson visitò anche diverse volte la casa di Safechuck. All’inizio i genitori dei bambini erano presenti, quando i loro figli erano con Jackson: ma il documentario racconta come furono convinti a lasciarli sempre più soli, anche quando – raccontano i due – cominciarono a passare le notti a letto con Jackson.

Robson e Safechuck accusano Jackson di averli costretti a praticare sesso orale, masturbazione reciproca e a vedere dei video porno, e raccontano di come questo li traumatizzò e come gestirono questo passato negli anni successivi. In particolare, spiegano come Jackson riuscì a manipolarli per sostituirsi ai loro genitori, e come questa influenza perdurò nel tempo: i due bambini infatti testimoniarono sotto giuramento che Jackson non aveva fatto loro niente, durante il processo a suo carico. Jackson, dicono oggi Robson e Safechuck, aveva detto loro che sarebbero andati in prigione se avessero parlato, e per questo per tutti gli anni in cui continuarono gli abusi non dissero niente nemmeno ai genitori.

Robson e Safechuck, protagonisti del documentario, non sono le uniche persone che accusarono Jackson, che però non fu mai condannato da un tribunale (anche grazie alle loro testimonianze assolutorie). Fin da subito si sviluppò un folto movimento innocentista e l’intera storia fu resa complicata e oscura dalla spesso inaccurata e sensazionalistica copertura che ne diedero molti giornali. Gli eredi di Jackson hanno provato a opporsi alla diffusione del documentario, smentendo ogni testimonianza di Robson e Safechuck e ricordando che i due resero delle testimonianze sotto giuramento in cui dissero cose diverse. In particolare, gli eredi di Jackson hanno accusato il regista – il britannico Dan Reed, che prima si era occupato principalmente di documentari sul terrorismo – di non aver interpellato nessuno che potesse difendere Jackson.

In un’intervista a Vanity Fair, Reed ha sostenuto di non aver voluto «rompere completamente la prospettiva della narrazione con delle persone estranee che non erano state così vicine a Jackson». Ha anche detto che non capisce chi lo critica per aver raccontato una sola versione della storia: «Qual è l’altra versione? Che Michael Jackson era un grande performer e una brava persona? Può anche essere vero, ma violentava i bambini».

A differenza di altri documentari su argomenti controversi o casi di cronaca irrisolti, poi, i critici hanno notato come Leaving Neverland non dedichi molta attenzione a sostenere le accuse con prove diverse dalle testimonianze delle persone coinvolte. In una lettera di dieci pagine, gli avvocati degli eredi di Jackson hanno scritto che «questa sarà ricordata come la pagina più triste nella storia di HBO». Robson e Safechuck, da parte loro, hanno detto di essere abituati a non essere creduti da nessuno se non dai loro cari.