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  • lunedì 18 marzo 2019

Le novità sull’assassinio del giudice Scopelliti

L'omicidio di uno dei più importanti giudici antimafia è rimasto insoluto per più di 27 anni: ora un collaboratore di giustizia sostiene che ci fu un'alleanza tra Cosa Nostra e la 'ndrangheta

(ANSA/@ArchiviFarabola)

Secondo una nuova inchiesta della procura di Reggio Calabria, Antonio Scopelliti, il giudice ucciso il 9 agosto del 1991, fu assassinato per ordine di Cosa Nostra, la mafia siciliana, e a eseguire l’omicidio furono uomini della ‘ndrangheta, la mafia calabrese. Scopelliti fu ucciso con due colpi di fucile vicino a Villa San Giovanni, un paese in provincia di Reggio Calabria, mentre stava lavorando al cosiddetto “maxiprocesso” contro Cosa Nostra. Il suo omicidio è rimasto senza colpevoli per oltre 27 anni.

Le novità sul caso sono arrivate grazie a un collaboratore di giustizia siciliano le cui dichiarazioni hanno permesso alla procura di Reggio Calabria di indagare 17 persone affiliate a Cosa Nostra e alla ‘ndrangheta. La tesi dei giudici è che Scopelliti sia stato ucciso da un’alleanza tra la mafia siciliana e le organizzazioni criminali calabresi. A ordinare l’omicidio sarebbe stato Totò Riina, all’epoca capo di Cosa Nostra, preoccupato che il lavoro di Scopelliti potesse portare alle condanne dei capi mafiosi coinvolti nel processo. Scopelliti era un magistrato di grande esperienza e prima dell’omicidio aveva già rappresentato l’accusa in numerosi processi per mafia e terrorismo, come il primo processo Moro, quello sul sequestro della nave Achille Lauro e quelli sulle stragi di Piazza Fontana e del Rapido 904.

All’epoca del suo assassinio Scopelliti rappresentava l’accusa del maxiprocesso alla Corte di Cassazione; nelle settimane precedenti al suo assassinio stava lavorando all’istanza di rigetto di una serie di ricorsi presentati dalla difesa degli imputati. Secondo questa nuova ipotesi, Riina avrebbe chiesto alla ‘ndrangheta di eseguire l’omicidio poiché Scopelliti, che lavorava a Roma, trascorreva spesso le sue vacanze in Calabria, dove era nato. L’accordo sarebbe stato raggiunto nel corso di un incontro tra i capi delle due organizzazioni criminali avvenuto all’inizio dell’estate del 1991.

Riina è morto nel 2017, ma i magistrati hanno indagato numerosi suoi collaboratori e luogotenenti. Il più importante è Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993 e ritenuto l’ultimo capo di Cosa Nostra. Sarebbe stato Messina Denaro a guidare la delegazione di Cosa Nostra all’incontro con i rappresentanti della ‘ndrangheta. In tutto sono indagati altri cinque siciliani tra cui Maurizio Avola, il collaboratore di giustizia che ha permesso l’inizio della nuova indagine (gli altri sono Marcello D’Agata, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Vincenzo Salvatore Santapaola, Francesco Romeo).

Secondo quanto scrivono i giornali, Avola avrebbe aiutato gli investigatori a trovare il fucile con cui fu ucciso Scopelliti, che era stato abbandonato nelle campagne della provincia di Catania (i test per verificare se si tratta veramente dell’arma del delitto dovrebbero svolgersi nei prossimi giorni). Avola viene descritto come un “killer” del boss mafioso di Catania Marcello D’Agata: collabora con i magistrati dal 1994 e, nonostante abbia confessato più di 80 omicidi, non aveva mai parlato dell’omicidio Scopelliti in oltre 25 anni.

I magistrati hanno indagato anche dieci calabresi (Giuseppe Piromalli, Giovanni e Paquale Tegano, Antonino Pesce, Giorgio De Stefano, Vincenzo Zito, Pasquale e Vincenzo Bertuca, Santo Araniti e Gino Molinetti) ma non è chiaro se tra loro ci siano anche i presunti esecutori dell’omicidio. Se le indagini proseguiranno con successo, i magistrati potrebbero chiedere il rinvio a giudizio degli indagati che, se sarà accolto, darà il via al primo processo sull’omicidio del magistrato Scopelliti.