Tiziano Renzi con la moglie Laura Bovoli, in una immagine del 21 ottobre 2017 a Firenze. (ANSA/CLAUDIO GIOVANNINI)
  • Italia
  • martedì 19 febbraio 2019

Che motivo c’era di mettere ai domiciliari i genitori di Renzi

Cosa dice la legge e cosa dicono le carte dell'inchiesta, raccontate sui giornali di oggi

Tiziano Renzi con la moglie Laura Bovoli, in una immagine del 21 ottobre 2017 a Firenze. (ANSA/CLAUDIO GIOVANNINI)

Lunedì 18 febbraio Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori di Matteo Renzi, sono stati messi agli arresti domiciliari con le accuse di bancarotta fraudolenta, false fatturazioni e fallimento doloso di tre cooperative. Oltre a loro è stato arrestato anche Gian Franco Massone, vice presidente di una delle cooperative su cui sta indagando la procura di Firenze. Gli indagati, scrive il Corriere della Sera, sono in tutto 15: tra loro c’è anche Roberto Bargilli, la persona che guidava il camper di Renzi nella campagna per le primarie del 2012. Oggi sui principali giornali nazionali si spiega il contenuto dell’inchiesta e anche perché i giudici abbiano ritenuto necessaria l’ordinanza di custodia cautelare.

Le indagini che hanno portato agli arresti sono iniziate a Cuneo e riguardavano il fallimento della cooperativa “Direkta Srl”, che era in affari con le società della famiglia Renzi. Da lì gli atti sono stati trasferiti a Firenze. In particolare l’inchiesta della procura di Firenze riguarda il fallimento di tre cooperative: “Delivery”, “Europe service” e “Marmodiv” (la cui richiesta di fallimento è tuttora in corso). Tutte e tre queste cooperative sono collegate a “Eventi 6”, società di marketing fondata da Tiziano Renzi. Secondo l’accusa sono state costituite per mettere a disposizione della società-madre manodopera senza avere oneri previdenziali ed erariali. Queste società collegate, non appena raggiungevano uno stato di difficoltà economica, secondo l’accusa venivano abbandonate: il lavoro operativo veniva insomma scaricato su queste società collegate, mentre la società capofila restava sgravata dagli oneri fiscali e contributivi. “Marmodiv”, dicono i giornali, veniva anche utilizzata per emettere fatture relative a operazioni e prestazioni inesistenti con l’obiettivo di consentire a “Eventi 6” di evadere le tasse.

Le cooperative, si legge negli stralci dell’inchiesta riportati dai giornali, non avevano «alcuna vita sociale», ma venivano «costituite soltanto come schermo per altri affari». E ancora: «Le condotte volontarie di Bovoli e Renzi sono state realizzate non per fronteggiare una contingente crisi di impresa, quanto piuttosto condotte imprenditoriali finalizzate a massimizzare il proprio profitto personale con ricorso a strategie di impresa che non potevano non contemplare il fallimento delle cooperative».

Tra le prove raccolte ci sarebbero i documenti sequestrati dalla Guardia di Finanza nelle sedi delle società (fatture, libri contabili e contratti), le testimonianze dei dipendenti delle cooperative, alcune intercettazioni e una serie di mail tra Tiziano Renzi, Laura Bovoli e altri imprenditori. Tutto questo materiale avrebbe portato i magistrati a chiedere i domiciliari per i genitori di Renzi: non tanto per il rischio di inquinamento delle prove, ma per la possibilità di reiterazione del reato, visto che il procedimento per il fallimento della “Marmodiv” è ancora in corso. Nell’ordinanza si dice che «attualmente è in corso di compimento, da parte di Renzi Tiziano e Bovoli Laura, la fase dell’abbandono della Marmodiv ed è del tutto verosimile ritenere che, ove non si intervenga con l’adozione delle richieste misure cautelari, essi proseguiranno nell’utilizzo di tale modus operandi criminogeno, coinvolgendo altre cooperative». Per il giudice «i fatti per cui si procede non sono occasionali e si inseriscono in un unico programma criminoso in corso da molto tempo, realizzato in modo professionale con il coinvolgimento di numerosi soggetti». Il sistema, si dice ancora, è stato «portato avanti anche dopo l’inizio delle indagini». Per questi motivi, secondo i magistrati, non è stato possibile evitare delle misure cautelari per Tiziano Renzi e Laura Bovoli.

Gli arresti domiciliari sono una misura di custodia cautelare: prevedono che un indagato venga privato della propria libertà nonostante non sia stato ancora stato riconosciuto colpevole del reato di cui è accusato (o nemmeno processato). La custodia cautelare può infatti essere decisa prima della sentenza definitiva, durante le indagini e anche nel corso del processo. Gli articoli 284 e 285 del Codice di procedura penale stabiliscono che la facoltà di richiedere i domiciliari o la custodia cautelare in carcere è legata a determinate condizioni: esistenza di gravi indizi di colpevolezza, rischio concreto di reiterazione del reato, pericolo di fuga, possibile inquinamento delle prove. Nei documenti della procura di Firenze si precisa che i domiciliari dei genitori di Renzi sono giustificati da almeno due di queste condizioni. Per essere valide, teoricamente queste motivazioni devono essere accertate: nella pratica, c’è un grandissimo – e molto criticato – potere dei magistrati nel decidere discrezionalmente quando e se esistano queste ragioni.

Queste perplessità sono state espresse per esempio da Enrico Mentana, direttore del telegiornale di La7 ed editore del giornale online Open: «Ho letto le carte dell’ordinanza sui genitori di Renzi: non ho trovato un solo elemento che giustificasse una misura così grave com’è quella dell’arresto. Invito qualunque persona spassionata, che non esulti o si disperi a ogni provvedimento giudiziario come fosse un derby, a leggere quelle pagine. Sono sconcertato, anche perché il Gip ha impiegato quattro mesi per decidere: e quindi non c’era rischio di inquinamento di prove, fuga o reiterazione del reato».

Nell’aprile del 2018 la procura di Firenze aveva notificato la chiusura delle indagini a Tiziano Renzi e Laura Bovoli in un processo legato al caso di false fatture. Secondo l’accusa, le aziende della famiglia Renzi avrebbero emesso fatture per lavori mai svolti, ricevendo così un incasso illegittimo di 200 mila euro. Anche per l’allora titolare della società che pagò la fattura era stato chiesto il rinvio a giudizio. Il processo per questo caso inizierà il prossimo 4 marzo.

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