Donne e basta

Hannah Starkey fotografa da vent'anni gesti, sguardi e momenti di vita quotidiana di donne che non sono «in mostra»

Hannah Starkey, Untitled, November 2008, in 1997-2017 (2018). Courtesy dell’artista e MACK

«Se sei una donna giovane tutti si aspettano che tu stia davanti alla macchina fotografica, non dietro. Sei qualcosa sempre in vetrina, pronta per essere guardata. Volevo scattare foto di donne che non fossero in mostra, che non fossero così facilmente consumabili». È con questa idea che la fotografa nord-irlandese Hannah Starkey, allora 27enne, allestì la sua mostra di fine master al Royal College of Art di Londra nel 1998. Erano sette larghe foto a colori di sole donne, e attirarono subito molta attenzione: nel giro di due anni il Victoria and Albert Museum e la Tate Gallery, due delle principali istituzioni artistiche londinesi, iniziarono a esporre i lavori di Starkey, che ricevette incarichi sia dal Sunday Times che da British Vogue.

Sono passati vent’anni e Starkey ha continuato a ritrarre soltanto donne, in grandi fotografie accuratamente allestite che raccontano gesti, sguardi e momenti banali della vita quotidiana, in ambienti perlopiù urbani. A novembre la casa editrice britannica MACK le ha dedicato una monografia – Hannah Starkey: Photographs 1997-2017 – che raccoglie i lavori più significativi della sua carriera. Il libro ha anche un saggio biografico della curatrice Charlotte Cotton e un dialogo con l’editore Liz Jobey.

L’opera di Starkey non è rilevante solo per la scelta del soggetto e l’interesse a raccontare la vita delle donne attraverso uno sguardo femminile in un mondo a lungo dominato da quello maschile; lo è anche per lo stile, che mescola generi fotografici molto diversi tra loro: il documentario, la fotografia di strada, quella artistica, quella allestita in studio, quella della pubblicità e della moda. Le sue opere nascono spesso da un episodio reale – una donna osservata in attesa dell’autobus, con un figlio in braccio, al bar con un’amica o con lo sguardo perso nel vuoto – che Starkey di volta in volta fotografa sul momento o ricrea in studio servendosi di modelle (a volte le donne stesse incontrate nella realtà) e di oggetti di scena, come specchi riflettenti. Ne vengono fuori ritratti complessi e carichi di messaggi, dove l’empatia dell’osservatore è guidata o influenzata dalla fotografa. Starkey ha detto di essere stata particolarmente influenzata dal libro Pleasures and Terrors of Domestic Comfort di Peter Galassi e dalle fotografie di Nan Goldin, William Eggleston e Cindy Sherman.

Il lavoro di Starkey è politico e femminista in modo naturale e non programmatico: «Penso che il modo in cui fotografi le persone», ha spiegato, «sarà quello con cui verranno trattate in società. Ci deve essere una ricerca di uguaglianza nel modo in cui le persone vengono rappresentate, perché sarà questo a portare un cambiamento vero». E ha aggiunto che «sono convinta che il mondo dell’immagine sia il campo di battaglia finale per i diritti e la libertà delle donne». Starkey non ha mai realizzato immagini volutamente di protesta ma uno dei suoi ultimi lavori è dedicato alla marcia delle donne di Londra, nel 2017: è un documentario di scene di ribellione scattate in strada e ricomposte tecnologicamente in scene più formali, che chiude la monografia pubblicata da MACK. Anche i ritratti meno espliciti hanno però un impatto culturale: dopo aver partorito due figlie, nel 2000 e 2002, iniziò a includere sempre più spesso madri e figli, allargando e arricchendo la rappresentazione tradizionale, mentre ora è sempre più attenta a donne adulte o di mezza età. Starkey, che ha 47 anni, ha notato che «non si trovano facilmente nella nostra cultura visiva. Non ci sono foto a cui mi posso rapportare da donna più anziana. Cosa dovrei fare, scomparire?».

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