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  • venerdì 25 gennaio 2019

Ha senso chiudere i CARA?

Se ne parla dopo lo smantellamento di quello di Castelnuovo di Porto: gli esperti di immigrazione lo chiedono da tempo

Un richiedente asilo fotografato fuori dal CARA di Mineo, in provincia di Catania, nel 2015 (Ye Pingfan/Xinhua via ZUMA Wire)

Nei giorni scorsi il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha iniziato le procedure di chiusura per un grosso centro di accoglienza per migranti a Castelnuovo di Porto, a nord di Roma, e annunciato la chiusura di simili centri a Bari e Catania. Tutti e tre sono dei Centri di accoglienza per richiedenti asilo (CARA), un tipo di struttura gestita direttamente dal ministero dell’Interno attraverso le prefetture. In Italia non ce ne sono moltissimi: sono strutture un po’ a metà fra i centri di accoglienza straordinaria, cioè i CAS, e il circuito della seconda accoglienza, cioè quello degli SPRAR, considerato quello più virtuoso. Da tempo si discute sulla loro efficacia: tanto che diversi osservatori ed esperti di immigrazione, pur criticando Salvini per il modo con cui è stato chiuso quello di Castelnuovo di Porto (senza preavviso, e senza soluzioni alternative per i possessori di un permesso umanitario, che sono finiti per strada), hanno lodato l’annuncio di chiudere i CARA.

I CARA nacquero nel 2008, e furono pensati come strutture per la prima accoglienza di richiedenti asilo: oggi ne esistono cinque, tutti gestiti direttamente dal ministero dell’Interno attraverso le prefetture, che a loro volta appaltano la gestione quotidiana a cooperative o privati. Ospitano centinaia di persone, perlopiù richiedenti asilo la cui situazione non è ancora ben definita, e sono di medio-grandi dimensioni. In teoria dovevano essere convertiti in hub regionali col decreto legislativo 142 del 2015, che puntava a dividere nettamente gli hotspot – strutture dedicate alla primissima accoglienza – gli hub e gli SPRAR. Nei fatti questa divisione non è mai esistita: dopo essere passati dagli hotspot, la maggior parte dei migranti che sbarcano in Italia viene trasferita nei CAS, molto più facili da aprire (è sufficiente un bando ministeriale).

Ma il modello dei CARA è stato accantonato anche perché poneva molti problemi di gestione. Proprio perché dovevano essere dei centri di smistamento, furono pensati per grandi numeri: il CARA di Mineo, in provincia di Catania, può ospitare duemila persone ma in certi periodi è arrivato anche a quattromila. A causa delle loro dimensioni – e della loro posizione, spesso lontana dai centri abitati – i CARA sono considerati centri difficilissimi da gestire, e inadatti a ospitare percorsi di integrazione per persone vulnerabili come i richiedenti asilo. I CARA di Catania e Bari, per esempio, funzionano così così e per questo compaiono spesso nelle cronache come esempi negativi di integrazione. Già nel 2014, l’allora capo del dipartimento libertà civili e immigrazione al ministero dell’interno Mario Morcone aveva detto: «Stiamo cercando di rafforzare lo SPRAR e ridurre al minimo l’utilizzo dei CARA e dei centri straordinari».

– per approfondire: la puntata del podcast di Konrad sulla gestione dell’immigrazione in Italia e in Europa

In questi giorni il CARA di Castelnuovo di Porto è stato definito una specie di eccellenza virtuosa sia dal sindaco della città sia da alcuni giornali. Avvenire racconta che il rapporto col paese, che ha circa 8.500 abitanti, era «positivo». Il sindaco Riccardo Travaglini, eletto nel 2017 con una lista civica vicina al centrosinistra, ha raccontato: «Il modello d’integrazione funzionava: uno dei primi atti, dopo il grande caos di “mafia capitale”, è stato la sottoscrizione di un protocollo d’intesa con la Prefettura per progetti culturali e di volontariato (museo di arti e mestieri, rassegne fotografiche, corsi di teatro), ma soprattutto per l’inserimento scolastico dei bambini, che da domani saranno costretti a lasciare aula, maestre e compagni senza sapere dove andranno e cosa li aspetta».

In realtà c’erano stati problemi e proteste anche al CARA di Castelnuovo di Porto, prima che arrivasse la cooperativa che attualmente l’ha in gestione. Nel 2014 alcuni ospiti del centro avevano occupato una strada di Roma per protestare contro le cattive condizioni della struttura. Sembra che i problemi non fossero finiti col cambio di gestione: un articolo pubblicato dal Manifesto due settimane fa – quindi prima che si tornasse a parlare del centro su tutti i giornali – parlava per esempio di alcuni problemi nella struttura, come un impianto di aerazione non funzionante.

Ma i CARA più problematici sono sicuramente quelli di Mineo, in provincia di Catania, e di Bari Polese: entrambi compaiono spesso nelle cronache come esempi negativi di integrazione. Le autorità e gli esperti di immigrazione li considerano centri degradati dove gli ospiti sono lasciati a loro stessi, a rischio di finire in giri di spaccio o prostituzione, oppure a lavorare in nero: un’inchiesta dell’Espresso del 2015 rivelò che molti ospiti del CARA di Mineo lavoravano illegalmente come braccianti, sfruttati dalle aziende agricole locali. Antonella Elisa Castronovo, una ricercatrice dell’università di Pisa che studiava il fenomeno, raccontò che «il caporalato non esisteva nella zona, è stato letteralmente introdotto col CARA». Annalisa Camilli, una giornalista di Internazionale che si occupa spesso di immigrazione, ha scritto che oggi i CARA sono dei «centri costruiti nel nulla in cui le persone sono solo numeri».

Parlando con Internazionale, Rossella Muroni – la deputata di Liberi e Uguali che ieri si era messa davanti a un pullman in partenza da Castelnuovo di Porto, impedendogli di partire – ha detto: «Nessuno vuole difendere lo status quo, perché sappiamo che i grandi centri non funzionano, ma la cosa che non capisco è come sia possibile chiudere i CARA e contemporaneamente chiudere attraverso il decreto sicurezza i piccoli centri per l’accoglienza diffusa, cioè gli SPRAR».