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  • lunedì 21 gennaio 2019

Il durissimo sistema penale in Giappone

Il caso di Carlos Ghosn, l'ex capo di Nissan in carcere da due mesi, ha fatto riparlare dei metodi e delle pressioni usate per ottenere confessioni dagli indagati

Un disegno che ritrae Carlos Ghosn durante un'udienza in tribunale (Nobutoshi Katsuyama/Kyodo News via AP)

Da due mesi l’ex capo di Nissan e CEO di Renault, Carlos Ghosn, è in prigione in Giappone con l’accusa di avere commesso diversi reati finanziari, allo scopo di utilizzare per sé milioni di dollari provenienti da fondi aziendali. Il periodo di detenzione di Ghosn è stato via via prolungato, con l’aggiunta di nuove accuse formalizzate sempre in tempo per evitare la scadenza dei tempi massimi consentiti dalla legge per trattenere qualcuno in carcere, in attesa della chiusura delle indagini e di un eventuale processo a suo carico. Il caso di Ghosn sta facendo molto discutere non solo per la fama del personaggio, ritenuto uno dei più abili e brillanti manager del settore automobilistico, ma anche per il modo in cui finora sono stati gestiti il suo caso giudiziario e la sua detenzione da parte delle autorità giapponesi.

Da quando è stato arrestato, Ghosn ha subìto innumerevoli interrogatori senza la possibilità di essere assistito direttamente dai suoi avvocati. Gli è stato inoltre impedito di vedere i suoi familiari e di comunicare con il mondo esterno, salvo rare occasioni durante le udienze per formalizzare le accuse nei suoi confronti. Ghosn continua a dichiararsi innocente e a chiedere un trattamento più equo, ma finora le sue richieste per essere liberato su cauzione sono state rifiutate con il rischio concreto di dover rimanere in carcere per mesi, in attesa di un processo.

Isolamento e interrogatori
Come spiega Will Ripley di CNN, il trattamento cui è stato sottoposto Ghosn è piuttosto comune in Giappone, dove le leggi che regolamentano il sistema giudiziario sono molto rigide e severe. Per farsi meglio un’idea, Ripley cita il caso di Mark Karpeles, un uomo d’affari francese ed ex CEO di Mt. Gox, diventato qualche anno fa il servizio più grande e importante online per scambiare bitcoin. Nel 2014 da Mt. Gox sparirono circa 500 milioni di dollari; Karpeles sostenne che il furto fosse dovuto a un attacco hacker, ma la magistratura giapponese la pensò diversamente e nel 2015 lo accusò di avere trattenuto per sé almeno 3 milioni di dollari.

Karpeles fu tenuto in prigione per quasi un anno, un’esperienza che ha definito come “un incubo” che non augurerebbe nemmeno al peggiore dei suoi nemici. Nel periodo di detenzione, fu sottoposto a 50 giornate consecutive di interrogatori, ricevendo forti pressioni psicologiche per ottenere una confessione e una dichiarazione di colpevolezza.

Dopo gli interrogatori, Karpeles fu tenuto per sette mesi in una cella d’isolamento senza finestre e grande poco più di sei metri quadrati. Per circa 10 ore al giorno era obbligato a rimanere seduto in un angolo della cella: quando le guardie notavano che si accasciava o provava a stendersi veniva pesantemente redarguito. Una volta non reagì per tempo e fu portato nella “stanza delle punizioni”, dove fu costretto a rimanere sul pavimento con le mani legate dietro la schiena per diverse ore.

Karpeles è libero su cauzione da un paio di anni, ma essendo ancora in attesa di un processo non può lasciare il Giappone. Lavora come manager in un’azienda statunitense, si dichiara innocente e dice di avere difficoltà a vivere una vita normale: da accusato è stato ulteriormente emarginato e ha faticato a trovare un nuovo lavoro e un appartamento in cui vivere.

Diritti umani
Le storie di Karpeles e Ghosn sono diventate molto conosciute grazie alla copertura dei media, soprattutto in Occidente, ma non sono certamente le uniche di questo tipo. Da tempo attivisti e associazioni per i diritti umani sono critici nei confronti del sistema giudiziario giapponese, soprattutto per quanto riguarda il trattamento degli indagati e di chi si trova in carcere in attesa della formalizzazione delle accuse o di un processo. Una persona sospettata di un crimine può essere tenuta in prigione fino a 23 giorni, anche se non ci sono sufficienti elementi a suo carico. In quel periodo può subire ripetuti interrogatori, senza un avvocato, di solito con l’obiettivo di ottenere una confessione o una dichiarazione di colpevolezza.

La Costituzione giapponese dice esplicitamente che «nessuna persona può essere condannata o punita nei casi in cui l’unica prova sia una sua confessione». L’articolo 38 della Costituzione serve proprio per evitare che il sistema adottato per ottenere le confessioni diventi l’unico strumento per accusare e condannare qualcuno, ma nella pratica è sostanzialmente disatteso. Le leggi prevedono infatti numerose eccezioni che attenuano questo principio: se per esempio durante una interrogatorio vengono rivelati dettagli sul crimine, di cui solo il suo autore può essere a conoscenza, allora la confessione diventa un elemento di prova e può essere usata contro chi l’ha formulata.

I sospettati sono sottoposti a un trattamento che li mette sotto grande pressione psicologica: le settimane in cella d’isolamento, i continui interrogatori e l’impossibilità di consultarsi con avvocati e familiari spingono spesso a fornire confessioni, talvolta con dichiarazioni di colpevolezza discutibili. Per quanto molto severo, questo sistema ha comunque l’approvazione della maggior parte dell’opinione pubblica giapponese: sia per il suo presunto effetto di deterrenza nel compiere i crimini (il Giappone è uno dei posti al mondo con il più basso tasso di criminalità), sia per assicurarsi che la giustizia faccia il proprio corso.

Nelle prime settimane di detenzione, Ghosn è stato sottoposto ogni giorno ad almeno 8 ore di interrogatori, senza la possibilità di avere la consulenza e l’aiuto dei propri avvocati. In una delle sue rare apparizioni davanti a un magistrato, Ghosn ha definito inconsistenti le accuse nei suoi confronti e ha detto di essere stato accusato ingiustamente. In attesa del processo, ora Ghosn rischia di trascorrere fino a un anno in carcere, probabilmente con un trattamento simile a quello di Karpeles: in isolamento e con poche opportunità di avere contatti con avvocati, parenti e conoscenti. Se condannato per i crimini che gli sono contestati, Ghosn potrebbe rischiare fino a 15 anni di prigione.