Le piante ascoltano, coi fiori

Secondo una nuova ricerca, riescono a percepire il ronzio degli insetti impollinatori e reagiscono rendendo più zuccherino il loro nettare per attrarli

(Sean Gallup/Getty Images)

Nonostante si dica spesso che parlare e far sentire musica alle piante aiuti a farle crescere meglio, a oggi nessun esperimento scientifico ha mai dimostrato questa circostanza. Le teorie pseudoscientifiche che circolano da anni sull’argomento hanno avuto un discreto successo, penalizzando le ricerche condotte seriamente e la reputazione di chi se ne occupa. Ora due studi di prossima pubblicazione sul tema portano nuovi elementi, suggerendo che in alcune circostanze le piante siano in grado di sentire il rumore degli insetti impollinatori, così da rendere più dolce il loro nettare, e che producano alcuni suoni per comunicare.

Come spiega Ed Yong sull’Atlantic, negli ultimi anni diverse ricerche hanno dimostrato che le piante comunicano in numerosi modi, inviando per esempio segnali chimici per attivare le difese contro gli insetti che le mangiano. Sono anche in grado di rispondere alle vibrazioni attraverso i loro tessuti, sfruttando questa capacità per rilasciare il polline solo quando un insetto vola fino a depositarsi su di loro.

I due nuovi studi sono stati realizzati presso l’Università di Tel Aviv in Israele, e s’inseriscono nello stesso filone di ricerca, ma con qualche interessante novità. Per il primo, i ricercatori si sono chiesti se alcune piante siano in grado di percepire i suoni anche a distanza. Hanno utilizzato alcune piante di Oenothera drummondii, tipiche delle Americhe e riconoscibili per i loro fiori gialli, in test di laboratorio e all’aria aperta. Hanno riprodotto il classico ronzio prodotto dalle api, notando che fa aumentare la concentrazione di zucchero nel nettare delle O. drummondii del 20 per cento circa. La reazione avviene solamente con rumori a determinate frequenze, tipici del ronzio prodotto dalle ali degli insetti impollinatori, e non con rumori a frequenze più alte.

I ricercatori hanno inoltre notato che la reazione al ronzio è molto rapida: il nettare diventa più zuccherino in 3 minuti, un tempo sufficiente per interessare un insetto appena arrivato, ma anche per gli altri nei paraggi, visto che di solito si spostano in gruppo da pianta a pianta. Il nettare più dolce fa aumentare le probabilità di attirare un impollinatore, e quindi quelle di far trasportare il proprio polline a distanza per produrre più piante. Il problema è che produrre nettare molto dolce richiede grandi energie alla pianta, senza contare che lo rende più deperibile. Ha quindi senso, da un punto di vista evolutivo, che la pianta si attivi per renderlo più zuccherino solo nel momento in cui avverte la presenza di impollinatori nei paraggi.

Secondo i ricercatori, sono i fiori di O. drummondii ad assolvere la funzione di “orecchie” per percepire il ronzio. Dicono di averlo scoperto utilizzando alcuni sensori laser, che hanno rilevato una particolare vibrazione dei petali quando questi vengono raggiunti dalle onde sonore prodotte dal ronzio. Coprendo i fiori con campane di vetro, l’effetto scompariva e il nettare non diventava più zuccherino. Non è però chiaro con quale altra parte della pianta comunichino i fiori per attivare il meccanismo di produzione delle sostanze zuccherose.

Lo studio ha raccolto pareri molto positivi nella comunità scientifica e sta spronando altri ricercatori a occuparsi del tema, per capire meglio se e come le piante sentano suoni e rumori. L’altra ricerca, quella sulla produzione dei rumori da parte delle piante, ha invece raccolto molto scetticismo.

Da tempo i ricercatori sanno che in alcune circostanze le piante producono rumori, per esempio quando esplodono piccole bolle d’aria al loro interno, o quando la siccità rende i loro tessuti meno vigorosi. Questi rumori sono sempre stati registrati tenendo speciali microfoni direttamente a contatto con le piante. I ricercatori di Tel Aviv si sono chiesti se fossero udibili anche a distanza, quindi con una specifica funzione. Per rispondere alla loro domanda, hanno utilizzato piante di tabacco e pomodoro, inserite in scatole insonorizzate con microfoni al loro interno, ma non a contatto con le piante.

Analizzando i suoni rilevati dai microfoni, ed escludendo i rumori di fondo, i ricercatori hanno scritto di avere notato un’emissione periodica di ultrasuoni, impercettibili per l’orecchio umano. A una distanza di 10 centimetri avevano un’intensità di 60 decibel, più o meno equivalente al volume della voce durante una conversazione. Nel caso di piante secche o danneggiate, l’emissione degli ultrasuoni si è rivelata più frequente. Insetti e altri animali che percepiscono quel tipo di ultrasuoni potrebbero ottenere informazioni sulle condizioni delle piante, ma non è chiaro a che scopo e con quali conseguenze. Le emissioni di ultrasuoni sono inoltre sporadiche e difficili da udire a distanze superiori di qualche centimetro, quindi è difficile dire se abbiano effettivamente una funzione di qualche tipo.

Gli autori della ricerca confidano di approfondire il tema in futuro con nuovi esperimenti dedicati a verificare se effettivamente alcuni animali reagiscano agli ultrasuoni che hanno finora rilevato. Nei loro piani intendono anche capire se una pianta possa sentire i rumori emessi da un’altra pianta per scambiarsi informazioni. Se Mozart le faccia crescere meglio è invece ancora tutto da dimostrare.

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