Gli animali sono diventati più bravi a recitare?

Anche voi avete avuto quest'impressione? Il punto è, più semplicemente, che abbiamo smesso di provare a farli "recitare"

Secondo Amanda Hess, giornalista del New York Times, da qualche anno a questa parte gli animali del cinema e della tv sono diventati più bravi a recitare. O meglio, sono più spontanei: «Ora li si apprezza per quel che non fanno, più che per quello che fanno», ha scritto Hess. «Questi animali non sono ripresi mentre parlano con gli umani o prendono cose al volo. Non danno la mano o fanno la giravolta. Al contrario, sono mostrati in atteggiamenti più naturali».

Così come è difficile giudicare oggettivamente la recitazione di un umano, lo è anche nel caso di un animale. Anche perché nessun animale recita: al massimo resta dove deve stare o fa quel che gli viene detto di fare in cambio di qualche tipo di ricompensa. Hess ha comunque individuato due recenti film che le hanno fatto pensare che gli animali siano diventati attori migliori, o almeno interpreti più credibili.

Il primo animale è il gatto Towne del film Copia Originale, che in Italia uscirà a febbraio. La sua interpretazione non è piaciuta solo a Hess: Deadline ne ha infatti parlato come del “Marlon Brando dei gatti”.

Il secondo animale apprezzato da Hess è invece Olivia, il West Highland White Terrier di Widows: il film di Steve McQueen, in Italia da novembre, che parla di quattro donne, vedove di criminali, che decidono di fare un grande colpo per sistemare un po’ di cose. Parlando delle tante scene con Olivia, McQueen ha detto, quasi per giustificarsi: «Le persone vere vivono con i cani, quindi bisogna essere onesti nei confronti della realtà».

Gli animali nei film e nella tv ci sono sempre stati. Ma come lascia intendere la frase di McQueen su Olivia, raramente sono stati associati a film o serie tv di qualità. Fatta eccezione per i cavalli – dei western, ma non solo – i film con cani, gatti, scimmie e delfini sono considerati film “facili”. Magari anche drammatici, ma comunque quasi mai d’autore o anche solo da Oscar. Gli animali nei film generano spesso una forte e facile empatia, e grandi sofferenze se fanno una brutta fine, ma difficilmente possono stare al centro di una trama complessa.

Pensate agli esempi più noti di animali veri nel cinema e nella serie tv – Lassie, Rin tin tin e Beethoven – ma anche a film come Io e Marley, Belle e Sebastien o A spasso con Bob. Oppure ai film, quasi tutti degli anni Ottanta e Novanta, in cui un animale, spesso un cane, è sorprendentemente bravo a basket, a calcio, a baseball o a chissà cos’altro.

Fin dalla nascita del cinema, gli animali sono stati usati nei film per un semplice motivo, lo stesso per cui è pieno di loro video anche su internet: non chiedono uno stipendio e, per quel fatto di non saper parlare, funzionano bene anche senza audio. Nei primi decenni del cinema mancavano però regole che garantissero un uso rispettoso degli animali. In molti casi per esempio venivano messi collari ai cani per costringerli a tenere il muso in alto, o venivano legati dei fili trasparenti alle loro zampe per farli muovere come si fa con dei burattini. In Dogville, una serie di cortometraggi degli anni Trenta, furono usati strumenti di questo tipo per far camminare su due zampe dei cani, far dare loro dei baci o anche far suonare loro strumenti musicali.

Le cose migliorarono molto nella seconda metà del Novecento. Courtney E. White, insegnante di cinema al Columbia College Hollywood, ha detto che fu in gran parte merito di «una rivalutazione culturale di quella che poteva essere considerata crudeltà verso gli animali». Per quanto riguarda tutto il cinema americano, l’associazione che ora vigila sugli animali nei film è la American Humane Association, che esiste dal 1877 ma che si occupa di cinema dagli anni Quaranta e che iniziò a occuparsene dopo che un cavallo venne fatto cadere da un dirupo durante le riprese del film Jesse James.

Nonostante ogni anno saltino fuori casi di maltrattamenti veri o presunti degli animali usati nei film, le cose oggi sono in generale molto sotto controllo. A queste maggiori attenzioni verso gli animali-attori si sono aggiunte poi anche maggiori conoscenze su come prepararli per le scene che devono girare. In un film di qualche decennio fa poteva capitare di vedere un cane che, dopo aver fatto qualcosa di particolare, guardava in una strana direzione: probabilmente perché stava cercando il suo istruttore per la ricompensa che sapeva di essersi appena meritato. Grazie alle teorie del condizionamento operante (un’evoluzione di quelle legate al condizionamento classico, di Pavlov e del suo cane) ora è possibile far fare più cose a un animale, facendogli capire che riceverà la sua ricompensa più avanti.

A prescindere da regole e psicologia animale, però, Hess ha scritto che negli ultimi anni sembra proprio esserci stato un cambiamento d’approccio paragonabile secondo lei a quello che, grazie al cosiddetto Method acting introdotto negli anni Trenta, portò alcuni attori a recitare in modo più naturale e meno impostato. Così come gli attori di allora, anche gli animali di ora «sono paradossalmente più allenati ma allo stesso tempo più naturali dei loro predecessori». Secondo Hess, i registi hanno capito che il principale valore degli animali al cinema o in tv sta nella loro totale assenza di autocoscienza di fronte alla cinepresa. Non sanno che li si sta riprendendo, quindi sono spontanei: chi li riprende deve fare di tutto per farli restare più spontanei possibili.

Allo stesso tempo però sta succedendo che, così come gli umani, anche gli animali siano spesso soggetti a effetti visivi e immagini generate al computer. In molti casi, prima del film, l’animale in questione viene sottoposto a un completo scan del muso e del corpo, così che lo si possa ricreare digitalmente per fargli fare cose che altrimenti non potrebbe mai fare. Secondo White, l’insegnante di cinema del Columbia College Hollywood, «c’è comunque molta teoria del cinema secondo la quale non importa quanto bene sia fatto un animale finto [creato a computer], non stimolerà mai negli spettatori la stessa risonanza emotiva di un animale vero».

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