La barriera per ripulire il Pacifico per ora è un fallimento

Si è spezzata dopo qualche settimana di sperimentazione: il suo scopo era intrappolare le tonnellate di plastica a mollo nel mezzo dell'oceano

(Ocean Cleanup)

La barriera galleggiante sperimentale, che avrebbe dovuto ripulire parte della grande chiazza di immondizia del Pacifico, per ora non ha funzionato: si è spezzata in due e dovrà essere riportata a San Francisco per essere riparata. Ocean Cleanup, l’organizzazione senza scopo di lucro che gestisce il progetto, confidava di dimostrare l’efficacia del suo sistema per rimuovere il grande accumulo di plastica e altra spazzatura che si trova nell’oceano, più o meno a metà tra le Hawaii e la California. Un successo dell’esperimento avrebbe probabilmente portato a nuovi investimenti nell’iniziativa, sulla quale c’è ora maggiore scetticismo.

Lunga circa 600 metri, la barriera era stata trasportata in prossimità dei margini della grande chiazza di immondizia del Pacifico dopo un viaggio in mare di quasi 2.300 chilometri. Avrebbe dovuto intrappolare i rifiuti, in modo da poterli poi trasportare verso la costa. Ocean Cleanup diceva di voler recuperare 70 tonnellate di rifiuti nel primo anno di utilizzo, aggiungendo in seguito altre barriere galleggianti per aumentare la capacità di recupero.

A inizio settimana, Ocean Cleanup ha però comunicato di avere scoperto una rottura nella barriera, durante una normale attività di ispezione. Un troncone di 18 metri si è staccato dal resto della struttura, rendendo necessaria la sospensione delle attività. Appena le condizioni atmosferiche e del mare lo consentiranno, la barriera sarà trainata nuovamente in porto per essere analizzata e riparata.

Il punto in cui si è rotta la barriera, indicato in rosso – clicca per ingrandire (Ocean Cleanup)

La rottura è dovuta all’usura dei materiali, causata dalla forza dei moti ondosi e da altre sollecitazioni. Era proprio la resistenza della barriera il punto su cui si erano interrogati più estesamente i critici del progetto, ritenendo che non fosse resistente.

Quelli di Ocean Cleanup non sembrano essere comunque scoraggiati. L’organizzazione lavora dal 2013 al progetto e i finanziamenti non sono mancati, anche grazie all’interesse di alcuni miliardari della Silicon Valley, come il cofondatore di PayPal, Peter Thiel. A fronte di 35 milioni di dollari di fondi raccolti, Ocean Cleanup aveva previsto di spenderne quasi 6 per la produzione di ogni nuova barriera galleggiante, ma la rottura potrebbe ora incidere sui suoi piani di spesa. L’intero test del sistema era costato intorno ai 20 milioni di dollari.

Ciclicamente, la grande chiazza di immondizia del Pacifico finisce sotto l’attenzione dei media, di solito quando vengono pubblicate nuove ricerche sulla sua estensione e composizione. Fu scoperta nella seconda metà degli anni Ottanta e non si ha un’idea precisa delle sue dimensioni: c’è chi stima sia di 700mila chilometri quadrati e chi arriva a valutare un’estensione di 15 milioni di chilometri quadrati. Le differenze così marcate nelle stime sono dovute a molte variabili, tra cui la dimensione dei detriti di plastica considerate.

Le correnti oceaniche che contribuiscono alla formazione della chiazza di immondizia (Wikimedia)

Ocean Cleanup propone di utilizzare una grande barriera galleggiante che, trasportata dai venti e dalle correnti, passi attraverso la chiazza, trattenendo quanta più immondizia possibile. Attaccata ai galleggianti della barriera c’è una fitta rete che raggiunge i 3 metri di profondità, in modo da recuperare quanta più plastica possibile, che galleggiando difficilmente raggiunge profondità maggiori. La barriera viene trasportata da un rimorchiatore, una volta scollegata assume una forma a “U”, ideale per intrappolare al suo interno i detriti, almeno così dicevano i suoi progettisti.

Le cose nella pratica sono finora andate diversamente. Nelle settimane dopo il suo trasporto in mare aperto a settembre, la barriera non ha funzionato come ci si aspettava, trattenendo molti meno rifiuti. Il recupero e il trasferimento in porto in seguito alla rottura saranno l’occasione per analizzare il sistema, dicono gli organizzatori, in modo da capire che cosa sia andato storto e quali modifiche debbano essere effettuate prima di riportare la barriera verso la grande chiazza di immondizia.