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  • giovedì 6 dicembre 2018

La storia dell’uomo statunitense che stava per essere espulso per errore

Si intrecciano uno scambio di persona, la negligenza di uno sceriffo e il potere dell'agenzia federale che si occupa di immigrazione

Peter Brown

Peter Brown è un uomo statunitense e nero di 50 anni nato a Philadelphia, in Pennsylvania, cresciuto in New Jersey, dove ha lavorato in hotel e ristoranti, e che ora vive in Florida. Non è mai stato in Giamaica, fatta eccezione per un solo giorno in crociera, ma ha rischiato di essere espulso e deportato in Giamaica dalle autorità statunitensi a causa di uno scambio di persona. Lo scorso aprile Brown era stato arrestato e detenuto per quasi un mese dallo sceriffo di Monroe County, in Florida: era accusato, senza nessuna prova, di non essere statunitense. Lunedì, sette mesi dopo la scarcerazione, ha fatto causa allo sceriffo Richard Ramsay per averlo arrestato e detenuto illegalmente, e ora la sua storia è finita su tutti i giornali americani.

Iniziò tutto il 5 aprile, quando Brown si presentò nell’ufficio dello sceriffo di Monroe County per essere risultato positivo a un test sulla marijuana durante un periodo di libertà vigilata. I funzionari gli presero le impronte digitali, una normale operazione di routine, e le inviarono all’FBI e all’ICE, l’Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale che si occupa di far rispettare le leggi sull’immigrazione e che indaga sui reati compiuti dagli stranieri negli Stati Uniti. Brown si aspettava che venisse fissata un’udienza in tribunale e di poter tornare subito a casa o, al massimo, di essere trattenuto qualche giorno in carcere. Invece ricevette un modulo inviato dall’ICE allo sceriffo in cui si chiedeva di arrestarlo ed espellerlo dagli Stati Uniti. I funzionari del carcere gli spiegarono che sarebbe stato probabilmente portato in Giamaica, dove Brown non aveva mai vissuto e dove non conosceva nessuno. In quanto omosessuale, poi, la sua situazione sarebbe stata ancora più difficile. In Giamaica infatti l’omofobia è molto diffusa: secondo un rapporto del 2014 dell’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch, nel Paese le persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) sono «perseguitate, minacciate, licenziate dal lavoro, cacciate di casa; picchiate, prese a sassate, stuprate e persino uccise».

Brown spiegò subito che doveva esserci un errore: lui era un cittadino statunitense, aveva un certificato di nascita e una patente, un documento che in Florida viene rilasciato solo a chi risiede legalmente. Lo sceriffo però non gli diede ascolto e non controllò il certificato di nascita di Brown, che conservava nei suoi registri. Un suo amico fuori dal carcere consultò un sito che segnalava le persone ricercate dall’ICE e si accorse dell’esistenza di un altro Peter Brown, che però era alto due metri, mentre Brown è alto un metro e settanta, e che era nato in un giorno diverso: in breve, l’ICE stava per deportare l’uomo sbagliato.

L’8 aprile Brown inviò un reclamo scritto allo sceriffo in cui diceva di essere un cittadino americano; i funzionari risposero tre giorni dopo dicendo che non potevano aiutarlo e che si limitavano a seguire gli ordini dell’ICE. Nel giro di dieci giorni ne scrisse altri due: uno venne liquidato dicendo che lo sceriffo non può contestare le decisioni dell’ICE, l’altro non ottenne risposta. Tre settimane dopo l’arresto, venne trasferito a Miami nel centro di detenzione dell’ICE. Qui cercò di spiegare che era un cittadino americano e i funzionari dell’agenzia acconsentirono a visionare il suo certificato di nascita. Il suo coinquilino inviò una copia via mail, gli agenti capirono che aveva ragione e organizzarono subito il suo rilascio, confiscando tutti i documenti che ne chiedevano la deportazione. Brown fu liberato il 27 aprile; venne a prenderlo la figlia del suo coinquilino e lo riportò a casa a diverse ore di distanza. Nel frattempo era stato licenziato dal ristorante in cui lavorava e restò senza lavoro per due settimane. I suoi avvocati hanno detto che tutta la storia lo ha mandato in uno stato di «profonda depressione».

I giornali hanno iniziato a raccontare la sua storia lunedì, dopo la causa contro lo sceriffo Richard Ramsay intentata dall’American Civil Liberties Union (ACLU), un’importante organizzazione no profit che offre sostegno legale ai cittadini i cui diritti e libertà civili sono stati violati e messi in discussione. Secondo l’ACLU lo sceriffo avrebbe violato il Quarto emendamento della Costituzione, che garantisce ai cittadini di non essere arrestati senza motivo. Spencer Amdur, il procuratore di ACLU che si è occupato del caso, ha detto che è particolarmente grave perché lo sceriffo aveva molti segnali che confermavano che Brown era un cittadino statunitense. Il suo caso non è comunque isolato: uno studio della Syracuse University pubblicato nel 2013 ha stabilito, consultando i registri dell’ICE, che l’agenzia aveva emanato ordini di arresto ed espulsione per 834 cittadini americani in un periodo di quattro anni. Un’inchiesta del Los Angeles Times di qualche mese fa aveva scoperto che dal 2012 l’ICE ha liberato dalla detenzione più di 1.400 persone dopo aver esaminato la loro cittadinanza.

Secondo l’ACLU l’interferenza dell’ICE è stata peggiorata da una nuova legge, che per ora è in fase sperimentale in 17 contee tra cui quella di Monroe. La legge prevede che gli sceriffi ricevano 50 dollari per ogni persona che arrestano su richiesta dell’ICE: in questo modo avrebbero un interesse economico e sarebbero meno disposti a rispettare le garanzie costituzionali dei detenuti. Lo sceriffo Ramsay ha precisato che la somma viene usata per le spese di detenzione e va alla contea e non al suo ufficio. Ha anche risposto alla causa dicendo che si tratta di «un caso sfortunato di scambio di identità dell’ICE», confermato da dati biometrici come le impronte digitali; ha aggiunto che il suo ufficio non si occupa di immigrazione e non può liberare persone detenute per ordine dell’ICE.

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