Un guaio nato da un refuso su Twitter

Rudy Giuliani non ha messo uno spazio dopo il punto, creando involontariamente un indirizzo internet, e il resto lo potete immaginare

(John Palmer/Media Punch/IPX via AP)

Rudy Giuliani, politico Repubblicano statunitense, ex sindaco di New York e membro del gruppo di avvocati di Donald Trump, ha accusato Twitter di aver lasciato che un suo tweet fosse manomesso con l’aggiunta di un messaggio critico contro Trump. L’accusa in realtà non ha alcun fondamento: il guaio di cui si lamenta Giuliani è stato causato da un suo refuso, che ha avuto conseguenze inaspettate e rare. Ma andiamo con ordine.

Nel tweet in questione Giuliani polemizzava con una decisione di Robert Mueller, il procuratore speciale che sta indagando sui rapporti tra il comitato elettorale di Donald Trump e la Russia.

All’interno del tweet, che è ancora online, Giuliani non ha messo uno spazio tra il punto che chiude la prima frase e l’inizio della successiva. Solo che l’ultima parola della frase, quella che precede il punto, è “G-20”, mentre la prima parola della frase successiva, quella immediatamente dopo il punto è “In”. Siccome .in è un dominio web, Twitter ha reso quella sequenza cliccabile come fa normalmente con gli indirizzi di Internet: in questo caso, g-20.in. Qualcuno se n’è accorto, ha comprato il dominio e ci ha messo sopra questo.

Cosa appare cliccando sul link pubblicato involontariamente da Giuliani.

L’esistenza di questo sito – e il fatto che fosse reso involontariamente raggiungibile da un tweet di Giuliani – è diventata subito oggetto di grandi risate sui social network. In un tweet successivo, Giuliani ha accusato Twitter di faziosità per aver permesso che il link fosse inserito da qualcuno nel suo tweet, ma ovviamente Twitter non c’entra: “.in” è il principale dominio di primo livello dell’India (come il nostro “.it”, per intenderci), per cui Twitter lo ha percepito come un link e non come una semplice frase.

Come scrive il New York Times, è stato un uomo di nome Jason Velazquez, proprietario di una società di web design, a notare la formazione involontaria del link e a comprare la pagina corrispondente, ancora libera, per circa cinque dollari. Successivamente ha inserito nella pagina il messaggio “Donald Trump è un traditore del nostro paese” e gli utenti di Twitter se ne sono accorti, commentando il tweet e facendolo circolare molto (la cosa ulteriormente buffa è che Giuliani è dal 2017 anche il “consigliere per la sicurezza informatica” di Donald Trump).

Se Giuliani avesse rimediato all’errore cancellando il tweet e riscrivendolo mettendo uno spazio tra il punto e “in”, oppure riscrivendolo in maniera diversa, lo scherzo di Velazquez sarebbe durato poco e sarebbe stato dimenticato. Insistendo sulla storia della manomissione e non cancellando il tweet, ma anzi commentandolo lui stesso, Giuliani ha contribuito a farlo girare ancora e ad aumentare l’interesse dei giornali. Il Washington Post ha scritto che a Giuliani è andata persino bene: la pagina ancora vuota poteva essere riempita con contenuti ben più offensivi di un semplice messaggio accusatorio verso Trump.

Giuliani, comunque, non è nuovo a un uso maldestro di Twitter: lo stesso giorno del tweet su Mueller ha twittato una frase apparentemente senza senso, anche questa commentata da migliaia di utenti, anche questa ancora online.

Per suffragare la tesi secondo cui il suo tweet sarebbe stato manomesso, Giuliani ha argomentato che nel tweet c’è un altro punto non seguito da uno spazio che però non ha generato un link. La spiegazione è banalmente che la porzione di testo “Helsinki.Either”, a cui si riferisce Giuliani, non corrisponde a nessun dominio internet funzionante.

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