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  • lunedì 3 dicembre 2018

Da dove arrivano i “gilet gialli”

Il movimento che sta agitando la Francia ha le radici nelle aree rurali del paese, e le sue motivazioni vanno oltre il prezzo della benzina

Gilet gialli davanti all'Arco di Trionfo. (AFP/Getty Images)

Domenica mattina oltre cinquanta auto bruciate sono state rimosse dal centro di Parigi, dove il giorno prima migliaia di persone avevano marciato e vandalizzato strade e monumenti nell’ambito delle proteste dei cosiddetti “gilet gialli”, che da oltre due settimane stanno causando la più grave crisi affrontata finora dal governo del presidente Emmanuel Macron. Proprio Macron domenica è tornato in anticipo dal G20 a Buenos Aires e ha visitato l’Arco di Trionfo, che alcuni manifestanti avevano imbrattato con scritte come “Abbiamo tagliato teste per molto meno” e “Rovescia la borghesia”. Macron ha dato incarico al primo ministro Édouarde Philippe di incontrare una delegazione dei gilet gialli.

Un’auto bruciata durante le proteste dei gilet gialli a Parigi. (GEOFFROY VAN DER HASSELT/AFP/Getty Images)

Tra gli obiettivi di Macron c’è quello di bloccare l’infiltrazione nelle proteste di manifestanti violenti, in parte responsabili della guerriglia urbana e della devastazione a Parigi. Ma il procuratore di Parigi Remy Heitz ha detto che molte delle 378 persone arrestate sabato sono uomini tra i 30 e i 40 anni, cioè più vecchi delle persone che normalmente rappresentano le frange violente delle manifestazioni. Heitz ha anche detto che molti vengono da zone lontane da Parigi, cioè quelle dove è nato il movimento dei gilet gialli, che secondo gli osservatori rappresenta prima di tutto la spaccatura tra la Francia dei centri urbani e quella periferica. Per loro stessa ammissione, i gilet gialli sono un movimento fatto in larghissima parte da persone che non hanno mai partecipato a manifestazioni politiche: un elemento che preoccupa le autorità francesi, incapaci di fare previsioni su come possano degenerare gli scontri con la polizia in un contesto di manifestanti molto inesperti.

Nonostante i principali partiti di opposizione francesi, dalla destra del Rassemblement National di Marine Le Pen alla sinistra di La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, abbiano provato a sostenere il movimento dei gilet gialli, i suoi membri – perlomeno nelle prime fasi – erano sostanzialmente apartitici. Durante le proteste di sabato, tuttavia, tra alcuni dei manifestanti è stata fotografata una croce celtica, simbolo dei movimenti neofascisti.

Oltre alle proteste di Parigi, sabato circa 130mila persone hanno organizzato quasi 600 posti di blocco in tutta la Francia, continuando il formato di proteste con cui era iniziato il movimento dei gilet gialli nel weekend del 17 e del 18 novembre. In origine, il motivo delle proteste era il rincaro delle accise sui carburanti deciso da Macron: 7,6 centesimi al litro per il gasolio, 3,9 centesimi al litro per la benzina. Ma fin da subito gli osservatori hanno sottolineato come il movimento fosse mosso da richieste più ampie e strutturali di quelle legate alla benzina.

Oltre che dalla necessità di aumentare il gettito fiscale, la decisione di Macron è stata mossa da motivazioni ecologiste, e in molti hanno sottolineato come rispecchi perfettamente l’impostazione “Parigi-centrica” della sua amministrazione. A Parigi, infatti, si stima che solo il 13 per cento delle persone usi l’auto per andare a lavorare, mentre considerando l’intera regione, l’Île-de-France, la percentuale sale al 66 per cento: comunque molto meno di altre regioni più periferiche, dove il tasso si avvicina al 90 per cento.

Un manifestante con la maschera di Guy Fawkes, simbolo di molte proteste populiste nell’ultimo decennio. (ABDULMONAM EASSA/AFP/Getty Images)

Per la natura della richiesta originaria, quindi, il movimento dei gilet gialli è stato subito caratterizzato dalla contrapposizione tra la Francia rurale e quella di Parigi e degli altri maggiori centri urbani, dove la popolarità di Macron è maggiore. E le rivendicazioni alla base delle proteste si sono quindi allargate a comprendere più in generale i problemi della classe media e medio-bassa francese, quella dove Macron ha sempre faticato a trovare consensi.

Sul New York Times, il corrispondente da Parigi Adam Nossiter ha raccontato le storie di alcuni membri originari dei gilet gialli di Guéret, un comune francese di 15mila abitanti della Nuova Aquitania, che per via dei romanzi dello scrittore Marcel Jouhandeau è spesso identificata (e presa in giro) come città simbolo del provincialismo delle campagne francesi. Nossiter ha sottolineato come le rivendicazioni principali dei manifestanti con cui ha parlato siano legate alla difficoltà di mantenere la famiglia negli ultimi giorni del mese, e siano riassumibili in un sentimento di lontananza percepita dai centri di potere del paese, e nell’estendersi delle diseguaglianze sociali a fasce della popolazione che si sono impoverite soltanto negli ultimi anni.

Dipendenti comunali coprono le scritte sull’Arco di Trionfo a Parigi. (Geoffroy VAN DER HASSELT / AFP)

Il geografo e autore francese Christophe Guilluy, da anni studioso della Francia rurale e periferica, ha identificato le aree territoriali e i segmenti demografici alla base del movimento dei gilet gialli con quelli che hanno portato al potere Donald Trump negli Stati Uniti e la Lega e il Movimento 5 Stelle in Italia. Secondo Guilluy, le diseguaglianze economiche e le spaccature sociali che hanno generato le proteste sono il risultato di come le democrazie occidentali si sono adattate al cambiamento dei modelli economici negli anni Ottanta e Novanta, che nonostante abbiano portato a un aumento della ricchezza media hanno premiato in modo diseguale la popolazione, a discapito soprattutto delle fasce medio-basse.

Questi cambiamenti, secondo Guilluy, hanno creato una nuova geografia sociale in cui le città sono diventate i centri dell’occupazione e della ricchezza, mentre le aree rurali, quelle dei centri più piccoli o quelle deindustrializzate – in cui vive la maggior parte della classe media – hanno attraversato una stagnazione economica. Anche in Francia, come altrove, secondo Guilluy buona parte della classe dirigente non si è accorta della portata di questi cambiamenti e di questa esasperazione crescente.

Un manifestante davanti a una barricata allestita a Rennes, in Francia. (JEAN-FRANCOIS MONIER/AFP/Getty Images)

Questi malcontenti hanno portato, tra ottobre e novembre, a una grande visibilità di pagine, video ed eventi su Facebook che denunciavano il rincaro del prezzo della benzina e invocavano manifestazioni collettive contro Macron, che fin dalla sua elezione è visto come simbolo delle élite e della Francia benestante. In poco tempo nacque l’idea di identificarsi nei gilet gialli, che gli automobilisti devono indossare quando scendono dall’auto in panne. Nelle prime fasi è stato un movimento sostanzialmente senza leader, anche se alcune figure-chiave hanno guadagnato una certa visibilità.

La police enlève les casques en soutient!!! Regardez BFM la vérité!!!Twitter : Benjamin_dupouy#giletsjaunes #pontdaquitaine #bordeaux

Gepostet von Benjamin Dupouy am Sonntag, 18. November 2018

A differenza del cosiddetto “movimento dei Forconi”, che inscenò alcune plateali proteste nel dicembre del 2013, ma che non riuscì mai a raccogliere un seguito considerevole, i gilet gialli non hanno avuto, almeno nelle prime fasi, legami con i movimenti di estrema destra. Come ha notato Leonardo Bianchi su Vice, però, ci sono molti elementi comuni: la composizione sociale, fatta in buona parte da piccoli imprenditori, lavoratori autonomi, commercianti, artigiani; lo stile comunicativo molto “grezzo” e l’organizzazione su Facebook; la vicinanza con personaggi controversi e vicini alla destra populista, come il comico Dieudonné; la diffusione di notizie false e complottiste sui canali organizzativi del movimento; e la rivendicazione di una presunta vicinanza ed empatia della polizia.

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