• Mondo
  • mercoledì 28 novembre 2018

Come sono andate, alla fine, le elezioni di metà mandato

I risultati (quasi) definitivi mostrano che c'è stata davvero una “onda Democratica”, nonostante in molti abbiamo sostenuto per settimane il contrario

Nuovi membri del Congresso posano davanti al palazzo del Campidoglio a Washington. (MANDEL NGAN/AFP/Getty Images)

A tre settimane dalle elezioni statunitensi di metà mandato, lo spoglio completo dei voti non è ancora finito: rimangono da assegnare tre seggi della Camera, e altre importanti elezioni sono state decise solo nei giorni scorsi. Questo perché quelle che possono sembrare come elezioni uniche sono state in realtà migliaia di elezioni locali tenute contemporaneamente – per 570 seggi al Congresso, per 35 senatori, per molti governatori, per i parlamenti statali, per i referendum, per gli incarichi giudiziari, eccetera – e anche per via del complesso ed eterogeneo sistema con cui si vota negli Stati Uniti, tra voti per posta, per delega, riconteggi obbligatori e ricorsi.

Ormai sappiamo però abbastanza per poter dire che i risultati definitivi non cambieranno di molto rispetto a quelli che abbiamo ora, con i Democratici con un’ampia maggioranza nella camera bassa del Congresso. Al Senato, invece, martedì si è tenuto il ballottaggio per l’ultimo seggio ancora da decidersi, quello dell’elezione speciale in Mississippi: ha vinto, come previsto, la Repubblicana Cindy Hyde-Smith, che ha battuto il Democratico Mike Epsy.

Con la sua vittoria, Hyde-Smith è diventata la prima donna a essere eletta al Congresso in Mississippi: il suo mandato però durerà soltanto due anni, perché occuperà il seggio lasciato vacante da Thad Cochran, che si era dimesso per motivi di salute. Al primo turno, lo scorso 6 novembre, Hyde–Smith non aveva raggiunto il 50 per cento: da qui la necessità del ballottaggio, secondo le regole del Mississippi. La sua campagna elettorale era stata agitata dalla diffusione di un video in cui diceva che sarebbe stata in prima fila se un suo sostenitore l’avesse invitata a «un’impiccagione pubblica». Hyde-Smith si era poi scusata.

I Repubblicani hanno quindi 53 seggi al Senato, due in più di quelli controllati prima delle elezioni, e ne hanno sottratti quattro precedentemente controllati dai Democratici (che però a loro volta ne hanno sottratti due ai Repubblicani, in Arizona e in Nevada). Ma considerando il voto popolare, emerge un quadro diverso: al Senato – dove si votava solo in alcuni stati, prevalentemente Repubblicani – i Democratici hanno ottenuto circa 51,5 milioni di voti, contro i 34,5 milioni dei Repubblicani: il 59 contro il 41 per cento. La discrepanza tra i voti e i seggi ottenuti, ovviamente, è legata alla struttura stessa dell’impianto statale americano, che assegna lo stesso numero di senatori alla California, che ha 40 milioni di persone, e al Montana, che ne ha un milione.

Alla Camera, dove c’è più coincidenza tra il voto popolare e i seggi ottenuti, i Democratici sono vicini a guadagnare 40 seggi: sarebbe per i Democratici il più ampio margine dal 1974, quando stravinsero per via dello scandalo Watergate. I seggi sicuri per i Democratici sono 233, e quelli guadagnati 38: ma ne rimangono da assegnare ancora tre, uno in California e due nello stato di New York, e in due sono avanti i Democratici.

Secondo gli ultimi dati, i Democratici hanno ottenuto circa 59,8 milioni di voti alla Camera, contro i 50,6 dei Repubblicani: sono oltre 9 milioni di voti in più, il margine più alto dal 1974. A separare i due partiti alla Camera sono stati 8,2 punti percentuali, più di quelli che segnarono elezioni definite come “ondate”, cioè stravinte da un partito: nel 1994, per esempio, quando i Repubblicani ottennero 7,1 punti in più; o nel 2006, quando i Democratici ottennero 8 punti in più; o nel 2010, quando i Repubblicani ottennero 7,2 punti in più. L’ultima elezione recente a finire con un margine più alto fu nel 2008, alla prima elezione di Barack Obama, quando i Democratici ottennero 10,6 punti in più.

In molti, però, hanno ricordato come la pratica del gerrymandering – cioè il ridisegno dei collegi elettorali in modo da favorire un partito (è spiegato per esteso qui) – abbia influenzato molto il voto. La prerogativa per ridisegnare i collegi spetta a istituzioni diverse a seconda dello stato, ed è diversa a seconda dello stato anche l’indipendenza di questo processo. È opinione condivisa tra gli osservatori, però, che negli ultimi anni i Repubblicani abbiano cercato aggressivamente di controllare questo processo (organizzando un piano apposito, conosciuto come REDMAP), e che ne abbiano avuto facoltà perché con i successi alle elezioni del 2010 ottennero il controllo di molti stati.

Alle elezioni di metà mandato del 2010, con circa 15 milioni di voti in meno in termini assoluti e con 1,5 punti percentuali in meno, i Repubblicani ottennero 242 seggi alla Camera, sette in più dei Democratici. Nel 2014 questo scarto fu ancora più notevole: con quasi 20 milioni di voti in meno, e due punti percentuali di differenza, i Repubblicani ne ottennero 247. Come ha scritto su CNN l’analista politico Chris Cillizza:

«In qualche angolo di internet c’è ancora qualcuno che sostiene che le elezioni del 2018 non siano state una “onda Democratica”. Citano il fatto che i Repubblicani hanno guadagnato due seggi al Senato, e paragoni storici che suggeriscono che la sconfitta alla Camera non sia stata così drammatica. Il punto è che i fatti sono fatti. E tutti i fatti indicano che le elezioni del 2018 non siano state solo una “onda Democratica”, ma un’onda gigante».

Mostra commenti ( )