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  • mercoledì 28 novembre 2018

Come funzionano i finanziamenti pubblici ai giornali

Siamo tornati a parlarne ancora una volta dopo il dibattito tra il direttore di Repubblica Mario Calabresi e Luigi Di Maio nell'ultima puntata di DiMartedì

(Franco Origlia/Getty Images)

Ieri sera, durante il talk show DiMartedì, il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio e il direttore di Repubblica Mario Calabresi hanno discusso di un tema che torna ciclicamente nel dibattito italiano: il finanziamento pubblico ai giornali. Di Maio ha criticato «i grandi giornali nazionali» sostenendo che ricevano soldi pubblici, Calabresi ha risposto che Repubblica e gli altri grandi quotidiani non ne ricevono affatto, al che Di Maio ha risposto che invece godrebbero invece di «sgravi fiscali». Facciamo un po’ di chiarezza su come stanno le cose.

In Italia, come nel resto d’Europa, lo Stato finanzia la stampa, che è ritenuta quasi universalmente un bene necessario e fondamentale per il funzionamento efficace di una moderna e libera democrazia. I finanziamenti si dividono in due categorie: diretti, quando un giornale riceve un trasferimento di risorse senza passaggi intermedi, e indiretti, quando invece un giornale gode di agevolazioni o altri strumenti più complessi. Questo semplice quadro è in realtà complicato da una legislazione che negli ultimi anni è cambiata continuamente, con fughe in avanti da parte dei vari governi, spesso incalzati da forze politiche come il Movimento 5 Stelle, che sono poi spesso ritornati almeno in parte sui loro passi.

Al momento, la situazione è più o meno la seguente. A godere dei finanziamenti diretti sono esclusivamente alcune categorie di giornali: quelli editi da cooperative di giornalisti, da fondazioni, enti morali e associazioni dei consumatori; quelli delle minoranze linguistiche; quelli destinati agli italiani all’estero e quelli destinati a non vedenti e ipovedenti. Questi giornali ricevono un contributo in proporzione al numero di copie vendute, che può andare dai 2,5 milioni di euro l’anno che riceve Avvenire, giornale della Conferenza episcopale italiana, fino alle poche migliaia di euro che ricevono le testate più piccole.

Tra i più famosi e grandi giornali italiani, tra quelli che ricevono finanziamenti pubblici diretti ci sono Libero (che formalmente è una cooperativa di giornalisti, anche se di fatto è di proprietà della famiglia Angelucci), Italia Oggi e Il Manifesto: tutti e tre ricevono circa 1 o 2 milioni di euro di finanziamento ogni anno. Negli ultimi anni il totale del finanziamento si è molto ridotto, passando dai circa 170 milioni di euro erogati fino al 2007 ai 62 milioni erogati nel 2017 (a fronte di un minimo di poco più di 48 milioni raggiunto nel 2013).

I principali giornali nazionali e tutte le testate che non rispettano le caratteristiche sopra elencate non ricevono finanziamenti diretti. Corriere della Sera, Repubblica e La Stampa, e tutte le altre principali testate italiane, godono invece di finanziamenti indiretti, elencati in un recente articolo del sito Data Media Hub. La voce principale di questo tipo di finanziamento è, per i giornali cartacei, l’obbligo di pubblicare a pagamento avvisi di gare pubbliche (quelle strane pagine piene di riquadri che si trovano spesso nelle pagine interne dei quotidiani). Per pubblicare questi avvisi i quotidiani hanno ricevuto nel 2017 circa 67 milioni di euro, una cifra pari all’11,4 per cento del totale della raccolta pubblicitaria, scrive Data Media Hub.

Le altre principali voci del finanziamento indiretto sono le agevolazioni al credito (che però al momento non sono finanziate), il sostegno alle crisi aziendali, per esempio con il finanziamento del prepensionamento dei giornalisti, e infine il credito di imposta per investimenti pubblicitari. In tutto, secondo Data Media Hub, tra 2016 e 2021 sono stati erogati o si prevede che saranno erogati 470 milioni di euro di finanziamenti indiretti, di cui 300 provenienti dalle inserzioni a pagamento, 120 dalle varie forme di sostegno alle crisi aziendali e 50 milioni di credito di imposta.

Un altro discorso va fatto per l’IVA al 4 per cento che si applica sui quotidiani, un’imposta ridotta che si applica anche a tutti i periodici, ai libri, agli ebook e a molti prodotti ritenuti di prima necessità: non è quindi propriamente un finanziamento.

Sia i finanziamenti diretti che quelli indiretti si sono progressivamente ridotti negli ultimi anni (tra le voci soppresse ci sono le agevolazioni per gli acquisti di carta e quelli per le spese telefoniche), mentre di pari passo il settore entrava in una crisi sempre più profonda dovuta al calo delle vendite e degli investimenti pubblicitari. Il risultato è stata una riduzione nel numero dei giornalisti, un peggioramento dei loro stipendi e delle qualità dei loro contratti, oltre che una diminuzione degli investimenti nel settore.

Anche nel resto d’Europa i giornali hanno subito una crisi e una riduzione dei finanziamenti pubblici, ma in molti casi partivano da livelli più alti di quelli italiani, in particolare per quanto riguarda i finanziamenti. Secondo una ricerca del 2013, l’Italia era già allora il grande paese europeo che spendeva meno per sostenere la sua stampa.

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