Abbiamo il dovere morale di lasciare Facebook?

Se lo chiede un filosofo sul New York Times, considerando tutti problemi che ha causato negli ultimi anni alle persone e alle democrazie

(CHANDAN KHANNA/AFP/Getty Images)

Negli ultimi due anni Facebook ha dovuto fare i conti con diversi grandi problemi – dalle interferenze della Russia nelle elezioni statunitensi allo scandalo Cambridge Analytica – che hanno fatto dubitare molti utenti della loro sicurezza. Inoltre, circolano sempre più analisi e riflessioni secondo cui i social network, e quindi soprattutto Facebook, hanno avuto un grande ruolo nella radicalizzazione politica e nella grande diffusione di idee intolleranti, complottiste e razziste in molte parti del mondo.

Il risultato è che da qualche mese Facebook fatica ad attrarre nuovi utenti, in particolare negli Stati Uniti, e addirittura ne perde in Europa. Il fenomeno riguarda soprattutto i più giovani che si cancellano o non si iscrivono affatto, preferendo canali di comunicazione meno aggressivi come Instagram. Ma cancellarsi da Facebook può avere anche significati più profondi, che vanno al di là della semplice preferenza per un social network piuttosto che per un altro. È quello che sostiene un filosofo, S. Matthew Liao, che in un articolo pubblicato sul New York Times si chiede se esista un dovere morale di cancellarsi da Facebook.

Il discorso di Liao, che dirige il centro di bioetica della New York University, parte da una distinzione tra due tipi di doveri morali: il dovere morale verso se stessi e il dovere morale verso gli altri. Dal punto di vista del dovere morale verso se stessi, i motivi per lasciare Facebook potrebbero essere il fatto di passarci troppo tempo, oppure il senso di insicurezza e insoddisfazione per la propria vita che si può provare confrontandosi con la vita mostrata dagli altri utenti sul social network. Dal punto di vista morale verso gli altri, invece, lasciare Facebook ha a che fare con i problemi degli ultimi anni, e con il riconoscere il ruolo che ha avuto Facebook nell’indebolire i valori democratici.

È il caso, per esempio, di quello che ha raccontato un’inchiesta del New York Times, secondo cui dopo il novembre del 2016 Facebook provò per molto tempo a insabbiare il ruolo avuto nell’elezione di Donald Trump. A inizio novembre, inoltre, Facebook ha ammesso di avere avuto un ruolo nelle campagne d’odio e razziste in Myanmar nei confronti della minoranza rohingya, senza però prendersi le responsabilità delle violenze che ne sono seguite. Questi episodi, come il più celebre scandalo di Cambridge Analytica, sono la prova, secondo Liao, di come le notizie false – che per anni sono circolate su Facebook senza nessun controllo – abbiano arrecato danni a diverse persone, motivo per cui gli utenti dovrebbero quantomeno porsi il dubbio se sia moralmente giusto o no rimanere iscritti. Ma se tutto questo vale per chi utilizza Facebook come fonte di informazione, in che modo ne sarebbero interessati quelli che continuano a essere iscritti solo per vedere cosa fanno i propri amici? Secondo Liao anche loro dovrebbero porsi un interrogativo morale, per tre motivi.

In primo luogo perché anche il solo rimanere su Facebook incentiva i propri amici a rimanere a loro volta, e questi amici potrebbero, tra una foto di un gatto e una GIF divertente, pubblicare delle notizie false, con tutte le conseguenze del caso. In secondo luogo perché ogni singolo utente con la sua attività, anche se non dovesse mai imbattersi in una notizia falsa, aiuta Facebook a migliorare il proprio algoritmo, così da individuare più facilmente gli utenti migliori a cui far arrivare, potenzialmente, delle notizie false. Terzo, perché essere su Facebook è qualcosa che non riguarda il singolo utente ma tutta la collettività, un po’ come non pagare le tasse: «Poche persone che non pagano le tasse possono non fare una grande differenza per il bilancio del governo», spiega Liao, «ma una simile azione può nondimeno essere sbagliata perché significa non partecipare a un’azione collettiva che consente di ottenere un certo buon fine». Non lasciare Facebook, secondo Liao, vuol dire non partecipare a un’azione collettiva che, per esempio, può impedire il deterioramento della democrazia.

A ciascuno spetta il compito morale di giudicare se Facebook abbia superato o meno una “linea rossa”, e se sia entrato definitivamente nel “regno della malvagità”. Se, per esempio, si scoprisse che Facebook vendette intenzionalmente i dati dei propri utenti a Cambridge Analytica, sarebbe sicuramente un fatto talmente grave da non poter consentire più a nessuno di sentirsi al sicuro sul social network. Anche senza lasciare Facebook, però, tutti gli utenti hanno una responsabilità morale di cui farsi carico, nel pensare alle conseguenze delle proprie azioni, anche quelle apparentemente innocue. Si potrebbe pensare che commentare negativamente o condividere, criticandolo, un post in cui vengono sostenute tesi false, sia un modo per rendere Facebook un posto moralmente migliore, ma non è così, secondo Liao. Così facendo, infatti, si amplifica il messaggio di quel post e gli si porta ancora più attenzione. Nel frattempo, con il dubbio se sia giusto moralmente cancellarsi da Facebook in sospeso, non resta che fare come Liao, probabilmente: restare iscritti e aspettare il momento in cui Facebook supererà definitivamente una qualche “linea rossa”.

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