30 anni a Teheran

Quelli delle tre protagoniste del libro "L'autunno è l'ultima stagione dell'anno", che sarà presentato domani al Festival delle letterature migranti di Palermo

Fino al 21 ottobre a Palermo ci sarà il Festival delle letterature migranti, con più di 90 incontri in tutto tra laboratori, mostre, proiezioni e presentazioni di 40 libri. Il Festival è organizzato dall’Associazione Festival delle Letterature Migranti, dal comune di Palermo, dalla Regione Sicilia e dall’Università di Palermo. Tutti gli eventi in programma li trovate qui. Questo è un estratto di L’autunno è l’ultima stagione dell’anno della scrittrice iraniana Nasim Marashi, che lo presenterà al Festival venerdì pomeriggio. Racconta le vite di tre donne 30enni che fanno i conti con la vita a Teheran, in Iran. In Italia è stato pubblicato da Ponte33 e tradotto da Parisa Nazari.

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Ti stavo inseguendo. Sulle piastrelle bianche e fredde della sala. In quello spaventoso silenzio millenario. A ogni passo sentivo nelle orecchie il mio respiro affannoso e nella gola un gusto amaro. Il terminal dei voli internazionali era dall’altra parte. Non era l’aeroporto Imam Khomeini, sembrava quello di Mehrabad. Il gate continuava ad allontanarsi. Finalmente sono arrivata. Mi davi le spalle. Ma io ti ho riconosciuto. Indossavi la tua giacca azzurra e con una mano tenevi la valigia. Stavi aspettando in piedi con l’aria serena. La sala era invasa da una luce accecante. Riuscivo a vedere solo la luce e te. Una macchia azzurra in un bianco assoluto. Ti ho chiamato. Ti sei
allontanato. Scivolavi sul pavimento. Mi sono messa a correre. Ho allungato la mano e ho afferrato la tua. Ti sei girato. La tua mano è rimasta nella mia e l’aereo è decollato.

Mi trovo ancora sulla soglia del sonno. Quella soglia sofferta tra il sonno e la veglia in cui ogni cellula del corpo alimenta uno sbadiglio interminabile. Mi sforzo di aprire gli occhi per porre fine alla sofferenza. Vedo lo sportello dell’armadio semiaperto, la lampada spenta sul comodino pieno di bicchieri sporchi, un orologio rotto e alcuni libri. I tuoi libri. Sfioro il lenzuolo accanto a me. Tu non ci sei. Non c’è nessuno. Che posto è questo? Quanti anni ho? Che giorno è oggi? Non lo so. So soltanto che mi sento male, ho l’amaro in gola e sento qualcosa agitarsi freneticamente nel petto. Ho sete. Devo ricordare. Sfilo il braccio sinistro dal peso del mio corpo, l’orologio ha lasciato il segno sul polso sudato. Sono le 11.05. Perché è così tardi? Chiudo gli occhi e mi concentro, come se strizzassi il cervello in un pugno. Penso a ieri, all’altro ieri. Ora ricordo. Oggi è domenica e io ho un colloquio di lavoro. Sposto la coperta.

Quando ho risposto al telefono, mi ha detto: – Salve signora Leila, sono Amir Salehi. Ho avuto il suo numero da Saghar. Mi ha detto che stanno pubblicando un nuovo giornale, con tre pagine di cultura ogni giorno. Una pagina deve essere pronta la mattina e due il pomeriggio. Mi ha chiesto, se ho tempo e voglia, di andarlo a trovare domenica pomeriggio.
Ho tempo. Quanto ne vuole. In questi quattro mesi non ho avuto altro che tempo inutile; tempo che passa senza significato. Non fa parte della vita, non toglie e non aggiunge niente. Non andavo d’accordo con il caporedattore del settimanale per il quale lavoravo. Sono passati quattro mesi da quando si è presentato davanti alla mia scrivania dicendomi che il mio articolo era suo e poteva apportare tutte le modifiche che voleva. Ho raccolto le mie cose.
– Cosa pensi di scrivere, per pensare che nessuno possa permettersi di cambiare una parola? – ha detto.
Ho buttato tutti i miei libri e tutte le mie penne nella borsa.
– Non voglio più sentire le tue proteste.
Ho sistemato la borsa sulla spalla e ho detto: – Non le sentirà più – e sono uscita dalla redazione. Non capiva che le sue modifiche avevano rovinato il mio pezzo. Da quando sono uscita da lì, ogni mattina mi sveglio e seguo il sole nel cielo passo dopo passo fino all’arrivo della notte, finché mi addor mento. Non ricordo di aver fatto altro. A volte ho incontrato Rogia o Shabane.

Sono venute qui o siamo uscite a mangiare qualcosa e di nuovo sono tornata a casa. Una volta è venuto anche papà e mi ha riportata ad Ahvaz per rivedere la mamma e i parenti. Ci sono rimasta tre giorni, o forse quattro, non mi ricordo.
Ho tempo per lavorare, quanto ne vuole. Ma la voglia, non so se la voglia ce l’ho. Devo averne. Sicuramente ce l’ho. Prima amavo il mio lavoro. Tu dovresti saperlo, ridevo al lavoro. Ricordo bene le mie risate. Ora, invece, di cosa ho voglia se non sdraiarmi sul letto e contare i giorni che mancano? Non so.

Papà ha detto: – Vieni a lavorare nel ministero del petrolio. Lavorerai nel tuo campo di studi e con un ottimo stipendio, ti potrai costruire un futuro e sarai anche più vicina a noi. Non ho voglia di tornare ad Ahvaz. Una volta che sei andata via non si ritorna indietro. Mi sono bastati quei tre o quattro giorni per capire che non potevo più vivere laggiù. Fa molto caldo ad Ahvaz. La terra emana un calore che mi opprime il petto. Quante volte puoi fare una passeggiata sulla spiaggia che può durare non più di venti minuti? Quanto tempo puoi passare a leggere una rivista sotto il condizionatore che ti soffia in faccia un’aria che sa di terra buona? Quanti pomeriggi puoi andare al Bazar Kian a contrattare a suon di risate il prezzo dei datteri o del pesce con le donne arabe? L’ultima volta che sono stata ad Ahvaz, mi è sembrato che la città fosse diventata più piccola. Ancora più piccola di quando ero bambina. Con quattro passi attraversavo qualunque strada. Il Chaharshir sembrava attaccato a piazza Nakhl e piazza Nakhl a Seyyed Khalaf. Guardavo quei cortili minuscoli e le trincee rimaste dalla guerra, grandi quanto una scatola di fiammiferi. Le immagini della mia infanzia si confondevano e mi sembrava di perdere tutti i ricordi. La notte non mi davo pace lì, il mio cuore era rimasto a casa, la mia casa, il mio letto. Il nostro letto.

Shabane ha detto: – Vieni a lavorare nel mio ufficio. L’azienda cerca personale. Saremo tutti insieme come negli anni dell’università. Ci divertiremo.
Non ci divertiremo. Lo so. Dovrò sedermi ogni giorno dietro una scrivania a scrivere numeri dappertutto: su un monitor, sui fogli di carta, sulle planimetrie. I quattro si confonderanno con i due, i due si confonderanno con i cinque. Tutti i numeri si metteranno in fila per sbranarmi il cervello. Dietro i numeri positivi ci saranno i numeri negativi e gli slash. Zero, punto, tre, zero, punto, otto. Il raggio di shaft moltiplicato per l’altezza della lama, la lunghezza del pistone meno la larghezza del cilindro. Tutto questo mi farebbe impazzire. Come succedeva all’università, Shabane si perderebbe nei suoi pensieri e Rogia non alzerebbe lo sguardo dal monitor; nessuno mi rivolgerebbe la parola e rimarrei sola in quell’ufficio deprimente.
Rogia ha detto: – Andiamocene da qui, basta che tu passi l’esame di lingua e del visto e dell’iscrizione all’università me ne occupo io. Cosa resti a fare qui?
– Se avessi voluto andarmene, sarei andata via con Misaq.
– Sei testarda, Leila. Ti fai solo del male.
Non voglio andare via. Perché nessuno mi capisce? E anche se volessi andare via ora, non ne avrei più la forza. Non sono forte come Rogia o come te. Ho visto con i miei occhi com’è andare via. Tu eri a casa mia, ti ho visto costruire una scala con ogni pezzo di carta che hai raccolto e ti sei allontanato da me, gradino dopo gradino. Non è stato per niente facile. Hai preparato mille lettere e mille certificati, li hai fatti tradurre, timbrare, firmare e hai preso appuntamento con l’ambasciata… appuntamento con l’ambasciata? Oggi è domenica e Rogia aveva l’appuntamento con l’ambasciata stamattina presto. Avevo promesso di svegliarla, perché non mi sono ricordata?
– Il telefono della persona che state cercando potrebbe… Sicuramente si è svegliata prestissimo ed è già dentro, per questo ha il cellulare spento. Rogia non perde mai un appuntamento. Rogia è forte, proprio come te.