Le dieci più grandi canzoni di Jacques Brel

Il più grande cantautore di lingua francese era belga: oggi sono 40 anni dalla sua morte

Jacques Brel, nel 1966 (/AFP/Getty Images)

Jacques Brel, il più grande cantautore di lingua francese, era belga (ma visse poi a Parigi) e, quando la cultura francese ancora contava qualcosa fuori dalla Francia, fu il maestro dei suoi colleghi in tutto il mondo, e influentissimo sulla leva dei cantautori italiani degli anni Sessanta. È sepolto in Polinesia, dove aveva trascorso i suoi ultimi anni prima di morire di cancro ai polmoni il 9 ottobre 1978, quarant’anni fa.
A Bruxelles c’è una stazione del metrò che si chiama Jacques Brel.
Queste sono le dieci canzoni che il peraltro direttore del Post Luca Sofri aveva scelto per il libro Playlist, la musica è cambiata. Vale la pena di riascoltarle oggi.

Quand on n’a que l’amour
(Jacques Brel 2, 1957)
La sua prima canzone di successo è una proclamazione in crescendo e senza ritornello della forza dell’amore, che si conclude con una precoce (era il 1956) strofa hippie: “Quando c’è solo l’amore, per parlare ai cannoni, e nient’altro che una canzone per convincere un tamburo, allora con soltanto la forza di amare avremo nelle mani il mondo intero, amici”.

 

La valse à mille temps

(Jacques Brel 2/La valse à mille temps, 1958)
Un valzer, appunto, sempre più precipitoso: un ballo d’amore, ballato prima piano piano, e che poi accelera man mano che lui e lei sono sempre più stretti, sotto gli occhi di Parigi che tiene il tempo.

Ne me quitte pas
(Jacques Brel 2/La valse à mille temps, 1958)
“Ne me quitte pas” è un grande classico di poesia melodrammatica, cantato poi in mezzo mondo. Vuol dire “non mi lasciare” e lui enumera tutte le cose che farà per ottenere questo risultato. Bellissima, e ancora di più dove fa “moi, je t’offrirais des perles de pluie”, arrotando le erre.

Jef

(Jacques Brel 9, 1964)
Il narratore tenta di consolare il suo compagno di sbronze Jef (un tipo grande e grosso), che ha preso una bastonata sentimentale: gli dice che quella era una mezza puttana (tre quarti puttana) e che non lo può vedere piangere così, davanti a tutti, roba da vergognarsi. E allora: “vieni, andiamo a ubriacarci, andiamo a godercela, e poi mangeremo le cozze e le patate fritte, e berremo un vino della Mosella, e se non ti basta andremo dalle ragazze di madame Andrée (pare ce ne siano di nuove)”.

Mathilde

(Jacques Brel 9, 1964)
Vi saluto, non contate su di me: è tornata Matilde.

Mon enfance

(67, 1967)
Dolcissima, tesa, sull’infanzia fiamminga e tutto quello che gli ha lasciato, e sull’emancipazione dalla famiglia. A vedergliela cantare (su internet c’è qualsiasi cosa) ci si emoziona quanto lui.

La quête
(Jacques Brel 6: J’arrive, 1968)
“Sognare un sogno impossibile, portare il dolore degli addii, bruciare di una probabile febbre, andarsene dove non va nessuno. Amare fino a spezzarsi: amare, anche troppo, anche male. Cercare, senza forza né armi, di raggiungere la stella inaccessibile. Questa è la mia strada, seguire la stella, non mi importano le chances, non mi importa il tempo, o la disperazione”.
La quête, la ricerca. Lui la canta appassionato, meravigliosamente, anche qui in un crescendo di eccitazione, che è il suo modo di cantare.

La chanson des vieux amants
(Jacques Brel 6: J’arrive, 1968)
Il consuntivo di una relazione longeva, logora, che ne ha viste di cotte e di crude, e sempre viva: “mio dolce, tenero, meraviglioso amore, dall’alba al tramonto, io ti amo ancora, lo sai”. L’ha cantata Battiato in italiano, in Fleurs.

J’arrive

(Jacques Brel 6: J’arrive, 1968)
“Arrivo. Ma come avrei voluto, invece, afferrare ancora un amore, come si prende un treno per stare
un po’ soli, per stare altrove, per 65 stare bene”. Crisantemi, e riflessio-
ni sulla morte che si avvicina. “Ar-
rivo! Arrivo, arrivo, certo. Non ho
mai fatto altro che arrivare”.

Jaurès
(Brel, 1977)
Jean Jaurès fu un grande e saggio leader socialista francese vissuto tra l’Ottocento e il Novecento. Venne assassinato da un giovane nazionalista alla vigilia dell’ingresso della Francia nella Prima guerra mondiale, di cui era stato un grande oppositore. La canzone di Brel racconta le vite faticose “dei nostri nonni”, spremute e poi travolte dalle guerre, e le punteggia con il refrain “pourquoi ont-ils tué Jaurès?”, “perché hanno ammazzato Jaurès?”.

 

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