(AP Photo/Amel Emric)
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  • domenica 7 ottobre 2018

Si vota nella complicatissima Bosnia ed Erzegovina

Si eleggono tre presidenti – esatto: tre – e diversi Parlamenti: e come sempre ci sarà da tenere d'occhio come vanno i nazionalisti

(AP Photo/Amel Emric)

Domenica in Bosnia ed Erzegovina, uno dei paesi con la struttura politica e istituzionale più complicata al mondo, si vota per le elezioni generali: tra le altre cose si rinnovano i tre presidenti (esatto: tre), il Parlamento nazionale, e i parlamentari e i leader delle due “entità” in cui è diviso il paese. Come succede spesso in Bosnia, quelle di domenica saranno elezioni complicate, dove sarà importante tenere d’occhio i candidati più nazionalisti, che potrebbero contribuire ad aumentare la tensione tra i vari gruppi etnici e religiosi che abitano il paese.

Chi e cosa si elegge, messo in ordine
Partiamo dai tre presidenti. La Bosnia ed Erzegovina è divisa in tre principali gruppi etnico-linguistico-religiosi: i bosgnacchi (musulmani), i croati (cattolici) e i serbi (ortodossi). Ognuna di queste tre componenti elegge un presidente che a turno, per otto mesi, esercita il suo mandato nel corso di quattro anni. Per essere eletti presidenti bisogna necessariamente dichiararsi bosgnacchi, serbi o croati: sono esclusi dalla competizione gli ebrei e i rom, così come tutti coloro che si definiscono esclusivamente bosniaci. I presidenti nominano il primo ministro che deve ricevere la fiducia della Camera bassa, che sarà eletta con il voto di oggi: in che modo sarà eletta, è spiegato con la questione delle “entità” in cui è diviso il paese.

Le due entità che formano la Bosnia ed Erzegovina: la Federazione della Bosnia Erzegovina, in giallo più chiaro, e la Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina (Wikimedia)

La Bosnia ed Erzegovina è divisa nella Federazione della Bosnia ed Erzegovina (abitata in prevalenza da bosgnacchi e croati) e nella Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (abitata in prevalenza da serbi). Due terzi dei 42 membri della camera bassa vengono eletti dalla Federazione e un terzo dalla Repubblica.

Queste due entità sono il risultato degli accordi di pace di Dayton del 1995, che misero fine alla guerra etnico-religiosa cominciata in Bosnia ed Erzegovina nel 1992. A complicare ulteriormente le cose c’è anche una terza “entità”, il distretto di Brčko, ricavato prendendo del territorio da entrambe le entità, ma supervisionato da un rappresentante internazionale, l’Alto Rappresentante, nominato dal gruppo di 55 paesi e agenzie internazionali che promossero gli accordi di pace del 1995. Di fatto, la Bosnia ed Erzegovina è un paese a sovranità limitata: la comunità internazionale è in attesa di una serie di miglioramenti negli indicatori di democraticità del paese per rimuovere la sua tutela, che è stata spesso molto pesante.

I candidati per la presidenza, e le reciproche accuse
Per la Repubblica Serba il principale candidato è Milorad Dodik, politico di cui di recente si sono occupati anche diversi giornali internazionali. Fino a qualche anno fa, la comunità internazionale pensava di avere trovato in Dodik un leader rassicurante e moderato, che si era espresso più volte contro le politiche nazionalistiche e radicali di Radovan Karadžić, ex leader della Repubblica condannato a 40 anni per crimini di guerra. Le cose però di recente sono cambiate: il New York Times ha scritto che Dodik «si è trasformato in uno spregiudicato nazionalista e ha seguito attentamente il manuale del perfetto autocrate serbo».

Milorad Dodik, principale candidato presidente per i serbi (ELVIS BARUKCIC/AFP/Getty Images)

La nuova intransigenza di Dodik è particolarmente preoccupante perché la Repubblica Serba è la più aggressiva fra le entità in cui è divisa la Bosnia ed è sottoposta a continue tensioni per via del nazionalismo dei suoi abitanti, fomentato dal governo serbo e dalla Russia, storica sostenitrice della causa serba. Allo stesso tempo, il governo della Repubblica e il presidente della vicina Serbia, Aleksandar Vučić, hanno accusato le potenze occidentali di «intromettersi nelle elezioni bosniache», cioè negli affari interni di un altro paese.

Šefik Džaferović, uno dei candidati presidente dei bosgnacchi (ATTILA KISBENEDEK/AFP/Getty Images)

Accuse simili, per la verità, sono arrivate da più parti e riflettono l’estrema complessità del panorama politico bosniaco. Šefik Džaferović, candidato presidente del Partito d’azione democratica (SDA), il partito più popolare in Bosnia tra i bosgnacchi, ha accusato il presidente della vicina Croazia, Kolinda Grabar-Kitarović, di interferire negli affari interni bosniaci. Come ha spiegato il Guardian, molti croati in Bosnia si sentono discriminati, perché mentre i serbi hanno una propria entità – la Repubblica serba – loro devono dividerla con i bosgnacchi. Da tempo alcuni politici croati chiedono la creazione di una terza entità che li rappresenti e che sia separata dalla Federazione della Bosnia ed Erzegovina: lo chiede per esempio Dragan Čović, uno dei candidati presidenti per i croati.

Dragan Čović, uno dei candidati presidente dei croati (ODD ANDERSEN/AFP/Getty Images)

La disaffezione degli elettori
La Bosnia ed Erzegovina è oggi uno dei paesi più poveri d’Europa (lo stipendio medio è di poco superiore ai 40 euro mensili) e uno dei più divisi etnicamente. Nel corso degli anni, il complicato sistema istituzionale pensato con gli accordi di Dayton ha generato frustrazioni e delusioni che non sono state risolte nemmeno con interventi successivi. Nel 2015, per esempio, l’Unione Europea e le istituzioni finanziarie internazionali appoggiarono una «agenda riformista» in Bosnia incentrata sulla liberalizzazione economica, che però non diede i risultati sperati.

Oggi la disoccupazione in Bosnia è oltre il 20 per cento, mentre quella giovanile ha superato il 45 per cento. Invece di concentrarsi su temi economici e sociali, il dibattito politico nel paese ruota spesso attorno alle divisioni etniche e religiose tra i vari gruppi e alla retorica nazionalista dei partiti più aggressivi. L’impressione di esperti e corrispondenti di giornali è che a Sarajevo e in diverse altre città bosniache ci sia poca fiducia sull’esito delle elezioni, e sulla capacità degli eventuali vincitori di cambiare davvero le cose.

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