In Romania si vota un referendum per vietare i matrimoni gay

Il governo di centrosinistra vuole modificare la Costituzione per restringere la definizione di famiglia al matrimonio tra uomo e donna

(DANIEL MIHAILESCU/AFP/Getty Images)

Sabato e domenica in Romania si terrà un referendum per modificare la Costituzione del paese e restringere la definizione di famiglia al matrimonio tra un uomo e una donna. Il referendum, che per essere valido dovrà far registrare un’affluenza di almeno il 30 per cento degli aventi diritto, è stato appoggiato dal partito al governo, il Partito socialdemocratico, di centrosinistra: l’obiettivo è rendere più difficile in futuro la legalizzazione dei matrimoni gay.

Nelle ultime settimane la campagna referendaria è arrivata un po’ ovunque. Sui social media sono stati pubblicati video e post che sostenevano che le opinioni a favore dei diritti dei gay fossero state inserite nei libri di scuola dei bambini, e che mettevano in guardia dalla possibilità che in futuro coppie dello stesso sesso potessero adottare un figlio. I volantini a favore della modifica della Costituzione, ha raccontato Politico, sono stati fatti circolare nelle panetterie e sui trasporti pubblici, forse anche in violazione delle regole elettorali. Il referendum è stato appoggiato dalla Chiesa ortodossa – in Romania i cristiani ortodossi sono oltre l’80 per cento della popolazione – e dalla Coalizione per la Famiglia, organizzazione che include più di 40 gruppi religiosi e conservatori. Ha ricevuto anche grande sostegno da quasi tutte le forze politiche nazionali, a eccezione del partito Unione Salva Romania, nato nel 2015 per combattere la corruzione e formato sia da parlamentari progressisti che conservatori, e del presidente rumeno Klaus Iohannis, centrista e contrario agli estremismi religiosi.

Per le opposizioni rumene, il governo ha appoggiato il referendum per deviare l’attenzione degli elettori dai suoi molti guai interni, per esempio le accuse di corruzione e di limitazione dello stato di diritto. La proposta è stata criticata anche dall’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici (S&D), il gruppo politico di centrosinistra del Parlamento europeo a cui appartiene il Partito socialdemocratico rumeno: in un incontro tenuto il mese scorso con con il primo ministro rumeno Viorica Dăncilă, esponenti dell’S&D hanno sostenuto che il referendum è contrario ai valori europei della loro famiglia politica.

La Romania, che conta 20 milioni di abitanti, è un paese socialmente conservatore e dove la Chiesa ortodossa esercita una forte influenza. Le associazioni LGBT locali da mesi protestano contro il referendum, sostenute tra gli altri da Amnesty International, ma sono praticamente senza appoggi nelle forze politiche parlamentari. Un referendum con lo stesso obiettivo si tenne già nel 2013 in Croazia, ed ebbe successo nel modificare la costituzione. Il timore di molti è che la Romania stia abbracciando l’idea di democrazia illiberale promossa dal primo ministro ungherese Viktor Orbán e dalle forze politiche al governo in Polonia.

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