Il giorno che la Macedonia non è entrata nell’Unione Europea

Come è passata la domenica di Skopje, mentre falliva il referendum per il cambio del nome del paese

di Elena Zacchetti e Luca Misculin
(ARMEND NIMANI/AFP/Getty Images)

Domenica mattina, poco prima di pranzo, tra i sostenitori del referendum che si stava tenendo in Macedonia per cambiare il nome dello stato c’era ancora parecchio ottimismo: il dato sull’affluenza – il secondo diffuso dalle autorità elettorali dall’apertura dei seggi – era dell’8 per cento, non entusiasmante ma nemmeno catastrofico, visto che le opposizioni avevano fatto campagna a favore del boicottaggio. Per essere valido, infatti, il referendum avrebbe dovuto raggiungere il quorum del 50 per cento più uno degli elettori; invece che votare No, i partiti contrari al cambio del nome e all’avvicinamento all’Europa e alla NATO avevano invitato gli elettori a non votare del tutto.

In una delle sezione più centrali di Skopje dell’Unione socialdemocratica, il partito di governo favorevole al referendum, si parlava di «buone sensazioni». Martin Popov, segretario generale della sezione del quartiere Centar, ci diceva: «Sulla base dei dati che abbiamo, penso che riusciremo a raggiungere il quorum richiesto. Finora non ci sono stati incidenti e tutto sta procedendo regolarmente, credo che le persone sappiano quanto sia importante questo referendum».

Una parete della sezione dell’Unione socialdemocratica di Macedonia a Skopje, nel quartiere di Centar, non lontano da piazza Macedonia (Il Post)

Qualche ora dopo, però, gli umori erano completamente cambiati. Era il principale partito di opposizione a festeggiare, il Partito democratico per l’unità nazionale (Vmro-Dpmne), la principale forza politica di centrodestra del paese. In serata, alla chiusura dei seggi, era arrivata la notizia che il quorum non era stato raggiunto: il referendum – seppure solo consultivo, quindi non vincolante – era andato male per chi l’aveva proposto e promosso.

Per tutto il giorno, a dire la verità, non era sembrato esserci grande affollamento nei seggi elettorali di Skopje, la bizzarra capitale della Macedonia definita da alcuni «una delle capitali più kitsch del mondo». Eppure la domanda contenuta nel referendum era stata al centro del dibattito politico macedone per moltissimi anni: «Sei favorevole all’adesione a Unione Europea e NATO, e all’accordo tra la Repubblica di Macedonia e la Grecia?», diceva la scheda. Il referendum doveva servire al governo guidato dai Socialdemocratici a ottenere un ampio mandato popolare per cambiare il nome del paese in “Repubblica della Macedonia Settentrionale”, mettere fine a una disputa più che ventennale con la Grecia e convincere quindi il governo greco a togliere il veto sull’entrata della Macedonia nella UE e nella NATO.

Fin dalla mattina, però, la sensazione nei seggi del centro città era che avesse prevalso lo scetticismo dell’opposizione. Nel seggio del quartiere Centar allestito all’interno di una scuola superiore intitolata a Tito, storico ex presidente della Jugoslavia, c’erano più giornalisti che elettori.

Anche i dati sull’affluenza della minoranza albanese non erano incoraggianti. Secondo le previsioni, i macedoni albanesi – prevalentemente musulmani, a differenza della maggioranza della popolazione macedone di religione cristiana ortodossa – avrebbero dovuto votare in massa a favore del cambio di nome, perché poco interessati alla disputa identitaria con la Grecia. Alle 14, però, il dato sulla loro affluenza era inferiore alle aspettative, 3-5 punti percentuali sotto a quello registrato alle ultime elezioni nazionali del 2017. C’era stata qualche avvisaglia anche in alcuni seggi elettorali dell’area attorno al vecchio bazar di Skopje, la parte ottomana della città oggi abitata in prevalenza dalle comunità musulmane di origine albanese e turca.

Nel seggio allestito all’interno della scuola intitolata a Jashar bej Shkupi, importante politico albanese di Skopje, le persone che avevano votato entro il primo pomeriggio non erano tante: «Mi sembra che l’affluenza finora sia stata un po’ bassa», ci aveva detto Vasil Kirilov, vicepresidente di sezione, che aveva aggiunto di credere che nel suo seggio il dato avrebbe comunque superato il 50 per cento prima delle 19.

Campo da calcio nell’area del vecchio bazaar di Skopje, vicino al seggio elettorale della scuola intitolata a Jashar bej Shkupi (Il Post)

È ancora presto per arrivare a conclusioni definitive sui motivi della scarsa affluenza, ma evidentemente la campagna dell’opposizione è stata più efficace di quanto si aspettassero le forze che compongono la coalizione di governo. In particolare sembra avere funzionato la retorica del Vmro-Dpmne – il principale partito di opposizione, ma allo stesso tempo il primo partito per numero di voti alle ultime elezioni nazionali – che ha costruito il suo messaggio su idee fortemente identitarie e per molti versi nazionalistiche, anche se non esplicitamente anti-europeiste.

Uno dei punti su cui il Vmro-Dpmne ha puntato di più riguardava proprio la domanda contenuta nella scheda del referendum, che secondo le opposizioni era fuorviante. Ivo Kotevski, direttore delle Comunicazioni del Vmro-Dpmne, ha detto: «La domanda del referendum era ingannevole perché non era una sola domanda, ma tre insieme, con nove combinazioni diverse di risposte. C’erano tre questioni – la UE, la NATO e l’accordo con la Grecia – e qualsiasi cittadino avrebbe potuto essere d’accordo con una ma in disaccordo con le altre due, per esempio». Secondo i Socialdemocratici, però, la formulazione finale del quesito era l’unica possibile: «A nessuno di noi piace l’accordo con la Grecia, nessuno vorrebbe cambiare il nome dello stato», ha specificato Martin Popov, dell’Unione socialdemocratica, «ma è un passaggio necessario per far sì che la Macedonia possa entrare nella UE e nella NATO».

Nessuno dei due partiti aveva organizzato grandi eventi né nelle rispettive sedi né in piazza Macedonia, la piazza principale di Skopje, e in serata non ci sono stati cambi di programma. L’unica manifestazione – per la verità poco partecipata – si è tenuta di fronte al Parlamento macedone, dove è stato allestito un palco con uno striscione che diceva: «L’8 settembre 1991 votammo per l’indipendenza. Il 30 settembre 2018 abbiamo boicottato un genocidio». È stata una specie di celebrazione nazionalista, piena di bandiere macedoni e slogan inneggianti al presidente della Repubblica Gjorge Ivanov, esponente del Vmro-Dpmne, che alla fine di giugno si era rifiutato di firmare l’accordo trovato dal governo con la Grecia sostenendo che fosse contrario all’interesse nazionale.

Manifestazione nazionalista di fronte al Parlamento macedone a Skopje (Il Post)

L’assenza di grandi manifestazioni o festeggiamenti si può spiegare anche con l’incertezza per quello che succederà all’accordo con la Grecia e al cambio del nome.

Poco dopo la chiusura dei seggi, quando si era già saputo del fallimento del referendum, il primo ministro macedone Zoran Zaev ha chiesto all’opposizione di rispettare il volere di chi aveva votato – quindi di chi aveva votato “Sì” – di fatto ignorando il mancato raggiungimento del quorum. Nel suo discorso, Zaev ha detto che se le forze di opposizione si rifiuteranno di collaborare con il governo, la maggioranza potrebbe decidere di invocare nuove elezioni. A quel punto però la situazione si complicherebbe: alle elezioni del 2016, il Vmro-Dpmne e i Socialdemocratici arrivarono praticamente pari e furono necessari sette mesi di negoziati per riuscire a formare il governo. La Macedonia rischia di trovarsi impantanata in una nuova, lunga campagna elettorale, senza la garanzia di alcun avvicinamento né all’Unione Europea né alla NATO.

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