("Sulla mia pelle")
  • Cultura
  • domenica 16 settembre 2018

Cosa si dice del film su Stefano Cucchi

"Sulla mia pelle" è stato apprezzato dalla maggior parte dei critici: perché è essenziale

("Sulla mia pelle")

Dal 12 settembre su Netflix e in alcuni cinema c’è Sulla mia pelle, il film sugli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi, il giovane morto nel 2009 all’ospedale Sandro Pertini di Roma, sette giorni dopo il suo arresto. Il regista è Alessio Cremonini e Cucchi è interpretato da Alessandro Borghi. Si sta parlando di Sulla mia pelle perché, pur essendo su Netflix, in due giorni è stato visto al cinema da circa 15mila persone; e anche perché secondo molti critici è un film fatto molto bene, da guardare anche solo in quanto film, a prescindere della storia che racconta (che poi, comunque, vale la pena conoscere).

Per prima cosa, come ha scritto Gabriele Niola su Wired, Sulla mia pelle era «un film difficilissimo da fare»:

«Difficilissimo perché il caso Cucchi ha mobilitato l’opinione pubblica, perché la parte da cui proviene il film è molto chiara (la famiglia Cucchi), perché la storia del cinema ci insegna che quando un simile caso è raccontato a poco tempo dal suo accadimento, difficilmente esce un buon film per via di un eccesso di desiderio di fare al cinema la giustizia che non è stata fatta in tribunale».

Invece no, Sulla mia pelle è un resoconto essenziale dei fatti, dotato della dote migliore che un film del genere possa avere: è imparziale con i fatti e i dialoghi, presi da testimonianze e atti processuali, ma determinato a dare una visione chiara del mondo con le immagini e la recitazione.

Il primo merito riconosciuto al film dalla maggior parte dei critici riguarda il modo in cui la storia è raccontata. È una ricostruzione il più possibile fedele degli avvenimenti, che si basa su oltre 10mila pagine di verbale. Il pestaggio al centro della vicenda di Cucchi, e inevitabilmente del film, non viene mostrato: avviene oltre una porta che la cinepresa non supera mai.

Paolo Mereghetti ha scritto sul Corriere della Sera: «Ricostruendo quel tragico calvario, il regista si preoccupa di evitare ogni eccesso melodrammatico e ogni accusa di voyeurismo […]. Il film vuole solo mostrare quello che è oggettivamente documentabile e che testimonia la superficialità di chi si è limitato a “fare il proprio dovere”». Mereghetti ha parlato anche dei tanti silenzi e dei tanti campi lunghi nel film, che «non raffreddano l’emozione ma la caricano di una tensione a tratti davvero straziante». È un film, come ha scritto Alessandra De Luca su Avvenire, che «lavora di sottrazione, rinunciando ad accuse e proclami». Emiliano Morreale di Repubblica ha invece parlato di Sulla mia pelle come di un «film-dossier», «piuttosto semplice e senza grandi sfumature» che «si fa apprezzare soprattutto per i pericoli di retorica quasi sempre evitati».

C’è stato anche un generale e notevole apprezzamento per il modo in cui Borghi, che ha 31 anni, è riuscito a interpretare Cucchi. Tutti parlano dei quasi venti chili che ha perso per il ruolo, e alcuni fanno notare come sia riuscito a recitare una parte difficile anche avendo pochissime parole da pronunciare. De Luca ha scritto che Borghi «si è come spento e ripiegato su se stesso». Sul Manifesto Silvana Silvestri ha invece parlato di «rara immedesimazione fatta di ruvido calore, di rabbia impotente che nella seconda fase del film diventa una complessa veglia funebre». Niola ha scritto:

La storia di Cucchi è la storia del suo corpo ed è evidente quanto lavoro sia andato nel diventare qualcuno come lui. Non si tratta di un taglio di capelli, di una parlata particolare, di un fisico magro ma definito, ma proprio di un cambio radicale di espressioni. Alessandro Borghi crea un suo Stefano Cucchi, e la maniera in cui lo rende, da sola è l’affermazione più potente del film. Duro nel dialetto e nei tratti, spigoloso, nervoso e magro nel fisico ma docile e ingentilito nelle espressioni e nei movimenti.

Il critico di cinema a cui il film è piaciuto di più è forse Francesco Alò del Messaggero:

Si può realizzare un bel film da una storia orribile? L’ha fatto Alessio Cremonini con Sulla mia pelle, agghiacciante ricostruzione di ciò che accadde a Stefano Cucchi […]. Cremonini non lo santifica né mortifica, anzi ne esaspera quelle contraddizioni che sembrano ripicche autolesioniste figlie di rabbia e sensi di colpa. Si esce dalla visione stravolti. […] Questo è grande cinema italiano.

Su MyMovies Paola Casella ha scritto che seppur il film sia «un dignitoso tentativo di restituire corpo e voce ad un essere umano fragile e fallibile», «non ha la cruda potenza documentaria di 87 ore di Costanza Quatriglio, né quella capacità di astrazione in grado di sollevare la vicenda dal piano della cronaca verso una più ampia critica di sistema, o una riflessione più profonda sulla natura umana». Il documentario 87 ore uscì nel 2015 e parla della morte di Francesco Mastrogiovanni, il maestro elementare che nel 2009 fu legato a un letto e sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio».

Che l’abbiate visto o che stiate per vederlo, può essere utile sentire cosa pensa del film proprio Borghi. In un video pubblicato da Netflix spiega che all’inizio era titubante – «non sapevo se il film sarebbe stato un motivo per strumentalizzare delle idee o cercare di prendere per forza una posizione per qualcuno» – e perché ha cambiato idea. Borghi racconta anche alcune difficoltà tecniche: Cucchi era alto un metro e 62 centimetri; lui è circa 20 centimetri più alto. Alla fine dice anche che «la quantità di avvenimenti che ci presenta il film sono talmente assurdi, talmente concentrati e talmente violenti che si tende a pensare che in così poco tempo non possano accadere».

Ilaria Cucchi – sorella di Stefano, che in questi anni si è impegnata molto perché si facesse chiarezza sugli eventi successi nei sette giorni raccontati dal film – ha detto: «Quando ho saputo dell’intenzione di realizzare questo film ero spaventata perché stavo mettendo la nostra storia e il nostro dolore nelle mani di qualcuno che non conoscevo nemmeno. Oggi posso dire che non potevo metterlo in mani migliori. Questo film è ciò che dovevo a mio fratello».

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