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  • venerdì 28 settembre 2012

La morte di Franco Mastrogiovanni

L'Espresso mostra in streaming il video degli ultimi quattro giorni del maestro elementare che nel 2009 fu legato a un letto e sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio

A partire da oggi e per i prossimi tre giorni, sul sito dell’Espresso ci sarà un video in streaming che mostra come morì tre anni fa Franco Mastrogiovanni. Aveva 58 anni, viveva in provincia di Salerno ed era un maestro elementare. Un giorno di luglio del 2009 fu fermato dalle forze dell’ordine e portato in un centro di salute mentale per un TSO, un trattamento sanitario obbligatorio. Fu legato a un letto e morì quattro giorni dopo. Gianfranco Turano sull’Espresso racconta la sua storia e perché fu fermato, in concomitanza con l’imminente requisitoria presso il tribunale di Vallo della Lucania del pubblico ministero Renato Martuscelli, che il 2 ottobre si esprimerà contro sei medici e 12 infermieri del San Luca in servizio durante il ricovero di Mastrogiovanni.

Ucciso per futili motivi. Si chiamava Francesco Mastrogiovanni, aveva 58 anni e faceva il maestro elementare. Mastrogiovanni non è morto in una rissa casuale con qualche teppista. In una mattina di fine luglio del 2009, un vasto spiegamento di forze dell’ordine è andato a pescarlo, letteralmente, nelle acque della costiera del Cilento (Salerno) e lo ha portato al centro di salute mentale dell’ospedale San Luca, a Vallo della Lucania, per un trattamento sanitario obbligatorio. Tso, in sigla.

Novantaquattro ore dopo, la mattina del 4 agosto 2009, Mastrogiovanni è stato dichiarato morto. Durante il ricovero è stato legato mani e piedi a un letto senza un attimo di libertà, mangiando una sola volta all’atto del ricovero e assorbendo poco più di un litro di liquidi da una flebo. La sua dieta per tre giorni e mezzo sono stati i medicinali (En, Valium, Farganesse, Triniton, Entumin) che dovevano sedarlo. Sedarlo rispetto a che cosa non è chiaro, visto che il maestro non aveva manifestato alcuna forma di aggressività prima del ricovero.

Aveva sì cantato, a detta dei carabinieri, canzoni di contenuto antigovernativo, come si addice a un “noto anarchico”, sempre secondo la definizione dei tutori della legge locali. E poi, sì, aveva mostrato disappunto al ritrovarsi imprigionato. Aveva urlato, addirittura, e sanguinato in abbondanza dai tagli profondi che i legacci in cuoio e plastica gli avevano provocato sui polsi. Aveva chiesto da bere, tentato di liberarsi, pianto di disperazione e, alla fine, rantolato nella fame d’aria dell’agonia.

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