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  • venerdì 14 settembre 2018

Sul ponte Morandi il governo è molto indietro

A un mese dal crollo di Genova sono state rinviate le decisioni più importanti: chi ricostruirà il ponte e come, e cosa fare della concessione ad Autostrade

Il ponte Morandi a Genova (Jack Taylor/Getty Images)

A un mese dal crollo del ponte Morandi a Genova, in cui sono morte 43 persone, il governo ha deciso di rimandare la nomina di un commissario per la ricostruzione e la scelta della società alla quale affidare i valori. Queste decisioni avrebbero dovuto essere contenute nel cosiddetto “decreto emergenze” che è stato approvato ieri e che però, al momento, contiene soltanto le norme relative agli aiuti agli sfollati e alle imprese danneggiate dal crollo. Il decreto è stato approvato “salvo intese”, quindi il governo potrebbe pubblicarne una versione aggiornata nei prossimi giorni.

Per il momento il governo ha deciso di non affrontare quelli che in questi giorni i giornali hanno definito i quattro “nodi principali” della questione. In particolare, il governo:

– non ha ancora nominato il commissario che dovrà occuparsi della ricostruzione;
– non ha stabilito quali saranno i suoi poteri;
– non ha deciso se la società Autostrade per l’Italia (controllata dalla famiglia Benetton) sarà completamente esclusa dai lavori;
– non ha stabilito come saranno affidati i lavori, se direttamente alla società pubblica Fincantieri, come era stato anticipato, oppure tramite una gara.

La ragione del rinvio sembra essere la delicatezza politica e giuridica della questione, e le divisioni nella maggioranza parlamentare. A parole, il governo vorrebbe rapidamente procedere alla nomina del commissario, affidare i lavori a Fincantieri e «dare un segnale forte» escludendo completamente Autostrade dalla procedura di ricostruzione (o meglio: il governo vuole che Autostrade paghi Ficantieri affinché quest’ultima realizzi il ponte). Il problema è che non è chiaro se queste mosse possano essere compiute in maniera unilaterale, visto che Autostrade per l’Italia è ancora in possesso della concessione sul tratto dove sorgeva il ponte Morandi. Il rischio è che il governo intraprenda azioni che possano essere facile oggetto di ricorso.

Il presidente della Liguria, Giovanni Toti, fin dall’inizio uno dei più critici delle modalità con cui il governo sta gestendo la situazione, ha detto durante la trasmissione Porta a Porta: «Per la ricostruzione del ponte il governo scelga chi vuole e decida le procedure, ma se poi fra tre mesi i lavori non possono partire per un ricorso al Tar, questo mi manderebbe su tutte le furie». Secondo il Sole 24 Ore, il governo intende chiarire rapidamente le incertezze che restano e approvare le sue decisioni con un decreto ministeriale nei prossimi giorni.

Un’altra questione delicata su cui il governo non ha ancora deciso come comportarsi è la revoca della concessione ad Autostrade, un passaggio che gli esponenti del Movimento 5 Stelle chiedono fin dal momento del crollo. Nelle scorse settimane il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli aveva più volte annunciato che la procedura per la revoca delle concessioni sarebbe iniziata rapidamente – i suoi alleati della Lega sono sempre stati molto più cauti – e nei giorni scorsi si era ipotizzato che la revoca potesse essere già presente nel decreto approvato ieri. Alla fine il governo ha deciso di rinviare anche questa questione.

Come ha scritto il giornalista Luciano Capone su Il Foglio, la procedura di revoca è un “incubo” giuridico e amministrativo. Il governo ha in sostanza soltanto due strade, e nessuna delle due è facile da percorrere. Da un lato può togliere la concessione alla società Autostrade tramite un decreto legge. In questo caso però compirebbe un gesto unilaterale e sarebbe costretto a fornire ai proprietari della società un indennizzo miliardario. Inoltre, dovrebbe rinunciare a chiedere ad Autostrade il finanziamento della ricostruzione del ponte.

L’altra strada è contestare ad Autostrade una violazione degli obblighi imposti dalla concessione, ma in questo caso la revoca dovrebbe attendere come minimo le decisioni della magistratura e la conclusione delle indagini in corso e degli eventuali processi che ne nasceranno; e in ogni caso non garantirebbe risultati. La società, infatti, assicura di aver rispettato tutti gli obblighi in materia di sicurezza previsti dalla convenzione.

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