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  • venerdì 7 settembre 2018

Cosa vogliono fare Lega e M5S con la chiusura dei negozi la domenica

Il percorso parlamentare sarà lungo, ma ci sono i primi disegni di legge per cancellare le liberalizzazioni

LaPresse - Vince Paolo Gerace

Da quando gli orari di apertura dei negozi sono stati liberalizzati con un decreto legge del governo Monti, nell’inverno del 2011, si torna ciclicamente a parlare dell’argomento: cioè di quanto sia giusto che i negozianti possano decidere quando e se restare aperti (ovviamente pagando ai propri dipendenti le cifre maggiorate previste dai contratti in caso di lavoro serale, notturno, festivo, eccetera). In campagna elettorale la Lega e il Movimento 5 Stelle avevano promesso che si sarebbero occupati della questione, e di cancellare o rivedere le liberalizzazioni tornando alle vecchie regole che – con certe eccezioni – imponevano ai negozi la chiusura domenicale, nei giorni di festa e per mezza giornata aggiuntiva ogni settimana.

Giovedì 6 settembre la commissione Attività produttive della Camera ha cominciato l’esame di cinque diversi disegni di legge (di maggioranza e di opposizione, di iniziativa popolare e regionale) che in modo diverso vanno a limitare le liberalizzazioni del 2011. Sarà un procedimento lungo, e in cui le proposte subiranno molti cambiamenti, ma soprattutto quelle dei partiti dell’attuale maggioranza sembrano voler intervenire molto drasticamente.

La Lega e il Movimento 5 Stelle, negli anni passati all’opposizione, avevano spesso accusato la liberalizzazione degli orari – che permette ai negozi di stare aperti di domenica e nei giorni di festa – di aver creato un regime di concorrenza fortemente sbilanciato a favore della grande distribuzione e molto penalizzante per i piccoli negozi. In breve: i grandi negozi possono gestire con facilità il loro personale per aprire anche la domenica, mentre i piccoli negozi gestiti spesso a livello familiare possono farlo solo a fronte della rinuncia a molto tempo libero.

Alle critiche di carattere economico, si sono spesso aggiunte quelle che riguardano invece il senso sociale della chiusura dei negozi e delle altre attività produttive di domenica e nei giorni di festa: consentire ad alcuni lavoratori di riposarsi e stare con le loro famiglie. Non è certo una novità introdotta dal 2011 che ci siano tantissime persone che lavorano nei giorni di festa e la domenica – chiunque lavori nella ristorazione o nel turismo o in grandi fabbriche o in vari servizi di utilità pubblica – ma chi è contrario alle liberalizzazioni degli orari di apertura dei negozi sostiene che abbiano complicato e rovinato la vita di molti lavoratori, costretti a rinunciare a tempo libero o a tempo passato con amici e parenti (nel caso di chi lavora nei giorni di festa, per esempio).

Le proposte di Lega e M5s
I disegni di legge presentati dalla Lega (prima firmataria Barbara Saltamartini, testo qui) e dal Movimento 5 Stelle (primo firmatario Davide Crippa, testo qui) insistono molto su questi due aspetti. Nell’introduzione alle leggi si sostiene che le liberalizzazioni non abbiano avuto l’effetto sperato di far crescere i consumi e che abbiano invece creato gravi danni ai dipendenti e ai piccoli esercenti; e viene elogiato il valore della chiusura domenicale. Nel documento presentato dalla Lega, per esempio, si legge che «il vantaggio di tale revisione [degli orari] ricadrebbe anche sui consumatori che, pian piano, riscoprirebbero il piacere di riappropriarsi di alcuni valori all’interno del contesto sociale in cui vivono come, ad esempio, quello di trascorrere le festività in famiglia o di impiegare il proprio tempo libero passeggiando all’aria aperta o nei piccoli centri». La Lega propone di reintrodurre l’obbligo di chiusura domenicale e nei giorni di festa, lasciando poi agli enti locali l’ultima parola su eventuali eccezioni.

Insistendo anche sui molti ricorsi causati dal decreto legge del 2011 – che di fatto, liberalizzandoli, toglieva alle regioni il controllo sugli orari di apertura dei negozi – la proposta del Movimento 5 Stelle è imporre la chiusura domenicale e nei giorni di festa per tutti i negozi (esclusi, come per tutte le proposte, quelli in località turistiche, oltre a bar e ristoranti) e per le attività di e-commerce: «nei giorni festivi il consumatore potrà continuare a collegarsi ai siti di e-commerce, scegliere e completare l’ordine di un prodotto, ma dovrà essere chiaro che l’attività commerciale in questione, se si svolge in Italia, non sarà esercitata in alcune delle sue fasi», si legge nel testo. Sono previste comunque delle eccezioni, che permetterebbero agli enti locali di consentire l’apertura di un certo numero di negozi per ogni settore commerciale anche nei giorni di festa e di domenica, a patto che nessun negozio sfori il limite di 12 giorni all’anno.

Le altre proposte
Hanno presentato proposte di revisione del decreto legge del 2011 anche il Partito Democratico, il Consiglio regionale delle Marche e un comitato di cittadini con una legge di iniziativa popolare. La proposta del PD (testo qui) è la più cauta: prevede il mantenimento del principio della liberalizzazione totale ma con l’introduzione di alcune eccezioni; la più grossa sarebbe l’obbligo di chiusura per i negozi per 12 giorni di festa all’anno, ma l’eccezione prevede la possibilità per gli esercenti di derogare all’obbligo di chiusura per un massimo di 6 giorni all’anno.

Le altre proposte sono simili a quelle di Lega e M5S, ma sono interessanti per il loro “spirito generale”. Il documento presentato dal Consiglio regionale delle Marche (testo qui), per esempio, parla della chiusura domenicale come di un «segno di civiltà» contro la «mercificazione delle feste» causata dalla liberalizzazione che «ne svuota il senso affermando un falso principio: che nulla ha più valore davanti alle ragioni economiche e che la società è libera di consumare in ogni luogo, in ogni ora e ogni giorno della settimana». La legge di iniziativa popolare (il testo lo trovate qui) insiste similmente sul «rispetto delle feste religiose e civili, al diritto al riposo dei lavoratori, alla partecipazione alla vita delle famiglie e della comunità».

Che ne sarà di queste proposte
I cinque disegni di legge sono stati presentati ieri alla commissione Attività produttive della Camera, che le esaminerà nella cosiddetta “sede referente”: è il procedimento ordinario di approvazione delle leggi, che prevede un lungo lavoro preliminare della Commissione, prima che uno o più disegni di legge vengano presentati all’Aula per la discussione e il voto articolo per articolo. I disegni di legge presentati ieri, quindi, potrebbero subire grossi cambiamenti nei prossimi mesi, potrebbero essere unificati nel caso siano simili o potrebbero non arrivare mai in Aula per un voto se la Commissione non li approverà.

Per cominciare, la Commissione terrà una serie di audizioni di esperti, rappresentanti di lavoratori e commercianti e rappresentanti degli enti locali, per inquadrare meglio la situazione. Poi ci sarà la fase di discussione interna, di stesura dei testi di legge definitivi e del loro voto prima che si possa passare al voto dell’Aula. A quel punto i testi di legge potrebbero subire nuove modifiche, e poi dovrebbero essere approvati dal Senato e potrebbero cambiare ancora. Insomma: è difficile che queste proposte, così come sono, diventino leggi. È probabile però, vista la somiglianza dei testi presentati da Lega e Movimento 5 Stelle, che venga approvata una nuova legge maggiormente restrittiva per gli orari di apertura dei negozi.

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