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  • domenica 2 settembre 2018

La marina cinese è diventata una cosa seria

Il New York Times racconta che è diventata la più grande del mondo, in grado di sfidare la flotta statunitense nelle proprie acque territoriali

(Imaginechina via AP Images)

Alla fine del 2017 la Marina dell’esercito popolare di liberazione, cioè la flotta militare della Cina, aveva in servizio attivo 317 navi da guerra, contro le 283 della marina militare degli Stati Uniti. Significa che la flotta cinese è la più grande al mondo. Gli Stati Uniti dispongono ancora di una notevole superiorità qualitativa e tecnologica, e hanno la capacità di impiegare le loro navi in tutto il mondo; ma la marina cinese non ha ancora l’obiettivo di proiettare la sua forza dall’altra parte del globo. Il suo obiettivo strategico è proteggere il Mar Cinese, con le sue numerose isole, e impedire l’accesso delle navi avversarie ai tratti di mare contesi. Secondo un’analisi pubblicata dal New York Times, questo obiettivo è stato oramai raggiunto.

Una grande flotta militare in grado di navigare indisturbata attraverso gli oceani è considerata uno dei principali attributi di una grande potenza. Dalla caduta dell’Unione Sovietica, la marina degli Stati Uniti non ha più rivali in grado di contrastarla. Può schierare da sola venti portaerei di cui undici a propulsione nucleare (le più grandi e potenti navi militari oggi esistenti). Di queste ultime, ne possiede più di tutte le altre marine messe insieme. La capacità degli Stati Uniti di inviare entro pochi giorni in ogni parte del mondo una di queste navi, con il suo convoglio di navi di appoggio, è uno dei segni più visibili della superiorità militare statunitense.

È una superiorità con cui anche la Cina ha dovuto fare i conti. Nel 1995 e poi nel 1996 l’esercito cinese lanciò alcuni missili contro le acque territoriali di Taiwan, per intimidire il governo locale che all’epoca stava per tenere le prime elezioni libere nella sua storia. Il presidente statunitense Bill Clinton inviò immediatamente la flotta nelle acque di Taiwan, e la Cina dovette rinunciare al suo atteggiamento bellicoso. Per la Cina fu un momento umiliante, ha raccontato il New York Times, ma che ebbe l’effetto di spingere l’avvio di un programma di armamento e modernizzazione per far sì che episodi del genere non si ripetessero più.

Il programma ha avuto un’accelerazione nel 2013, con l’ascesa al potere dell’attuale presidente, Xi Jinping, e i risultati stanno iniziando a manifestarsi in questi ultimi anni. La marina cinese ha mostrato un atteggiamento sempre più aggressivo nelle contese per le numerose isole del Mar Cinese: dalle disabitate isole Senkaku (o Diaoyutai, come le chiamano i cinesi) contese con il Giappone, fino all’arcipelago delle Spratly, trasformato in una base militare con piste aeree e missili antinave. Aerei e navi cinesi pattugliano le acque circostanti in maniera sempre più aggressiva e la marina statunitense, per quanto ancora nettamente superiore, ha perso l’impunità assoluta di cui godeva nel 1995.

«Per prevalere in queste acque», scrive il New York Times, «la Cina non ha bisogno di forze armate in grado di sconfiggere quelle degli Stati Uniti. È sufficiente possedere forze in grado di infliggere danni tali da rendere qualsiasi intervento nell’area troppo costoso. Secondo diversi analisti, Pechino ha già raggiunto questa capacità».

Visto che la Cina non può affrontare faccia a faccia la marina degli Stati Uniti, le sue forze si basano soprattutto sulle capacità “A2/AA”, una sigla che sta per “Anti-Access/Area Denial”, “impedire l’accesso – negare l’utilizzo di un’area”. È la capacità non tanto di controllare direttamente una certa area geografica, in questo caso un tratto di mare, quanto di impedirne l’accesso alle forze nemiche.

Il principale strumento che la Cina ha per questo scopo sono i missili balistici antinave, i cosiddetti “carrier killer”, “ammazza portaerei”. Sono missili che funzionano in maniera non così diversa da quelli testati dalla Corea del Nord. Quando vengono lanciati salgono quasi verticalmente, fino a uscire dall’atmosfera terrestre, per poi rientrare, guidati da radar e satelliti, e precipitare verso il loro obiettivo a una velocità parecchie volte superiore a quella del suono. Sono praticamente invisibili e, se lanciati in quantità, impossibili da fermare. Possono trasportare testate nucleari ma, nel loro ruolo anti-nave, è sufficiente una carica di esplosivo convenzionale perché affondino o danneggino gravemente una grande e costosa portaerei americana.

La Cina ha al momento in servizio due modelli principali, il DF-21D e il DF-26, che hanno un raggio che arriva fino a 4 mila chilometri. Significa che possono colpire persino le basi statunitensi nell’isola di Guam. L’unica difesa contro questo tipo di missili è colpirli prima che vengano lanciati, ma il loro raggio è così vasto che possono proteggere le acque contese restando al sicuro sulla terraferma, a centinaia di chilometri dalla costa. «La marina statunitense non ha mai dovuto fronteggiare una minaccia simile», scrive il New York Times. «L’ufficio ricerche del Congresso ha avvertito, in un rapporto pubblicato lo scorso maggio, che alcuni analisti considerano questi nuovi missili un’arma che “cambia le regole del gioco”».

Accanto ai missili “ammazza portaerei”, la Cina può schierare un arsenale molto vasto per proteggere le sue acque. Circa 80 sottomarini, aerei invisibili ai radar, bombardieri strategici e missili da crociera (che a differenza di quelli balistici viaggiano con traiettorie orizzontali, spesso a pochi metri dalla superficie dell’acqua). Anche se una guerra totale tra Stati Uniti e Cina è impensabile (oltre ad aver profondi legami economici, i due paesi sono dotati di enormi arsenali nucleari), secondo gli esperti «le forze armate cinesi si stanno preparando a un “conflitto militare marittimo e limitato”».

L’idea della Cina è che se dovesse replicarsi un conflitto come quello avvenuto con Taiwan negli anni Novanta, questa volta magari con Vietnam o Filippine, iniziato per il possesso di qualche isola, le forze armate cinesi sarebbero in grado di scoraggiare un coinvolgimento come quello statunitense di 25 anni fa. Non sembra un caso se i manuali cinesi definiscono la dottrina “A2/AA” dottrina del “contro intervento”. Le ambizioni cinesi, quindi, sono soprattutto difensive: avere mano libera in quella che il governo considera la sua sfera di influenza. «Gli americani la vedono come una competizione», ha detto al New York Times Li Jie, un’analista dell’Istituto ricerche navali di Pechino: «Ma per noi la Cina sta semplicemente proteggendo i suoi interessi e i suoi diritti nel Pacifico».

Questi diritti però si stanno allargando rapidamente. Oltre alla capacità di proteggere le sue acque territoriali, la marina cinese sta iniziando ad acquistare i mezzi per difendere i suoi interessi sparsi per il mondo, come le rotte commerciali lungo le quali viaggiano i suoi prodotti e attraverso cui arrivano le preziose materie prime di cui l’economia cinese ha bisogno.

Per farlo la Cina ha iniziato a stringere accordi per creare basi di rifornimento in tutto il mondo, e l’anno scorso ha aperto la sua prima base navale all’estero nel piccolo stato di Gibuti, al confine con la Somalia. Nel contempo sta sviluppando una “blue water navy”, cioè una marina d’alto mare, capace di operare distante dalle coste della madrepatria. Alla fine degli anni Novanta la Cina ha comprato dall’Ucraina la sua prima portaerei, una nave ritenuta un ferrovecchio che, dopo quasi 15 anni di lavori, è stata rimessa in mare con il nome di Liaoning. Usando la Liaoning come modello, i cantieri navali cinesi sono al lavoro su altre due portaerei e, secondo gli analisti, l’obiettivo è arrivare a possedere sei portaerei nei prossimi anni.

Anche se i progressi cinesi sono notevoli, non bisogna esagerarli. Una cosa è dotarsi della capacità di impedire l’accesso nemico alle acque più vicine alle proprie coste (secondo una famosa simulazione realizzata nel 2002, anche un paese molto più povero della Cina, come l’Iran, avrebbe questa capacità). Un’altra è sviluppare da zero una flotta d’alto mare in grado di competere con quella degli Stati Uniti, che non solo ha una storia lunga più di un secolo, ma che possiede anche decenni di esperienza di combattimento. La Marina dell’esercito popolare di liberazione sembra ancora molto lontana da questo secondo obiettivo, come sembrano dimostrare una serie di incidenti piuttosto imbarazzanti. Lo scorso gennaio, per esempio, un modernissimo sottomarino cinese è stato individuato dalla marina giapponese mentre procedeva vicino alle isole Senkaku perché troppo rumoroso.

Più che contestare agli Stati Uniti il predominio sugli oceani, nel breve termine la marina cinese sarà sempre più in grado di compiere azioni limitate, per esempio sbarcare forze militari in qualche piccolo stato sulle coste dell’Africa o del Medio Oriente, dove i suoi interessi sono minacciati. Qualcosa del genere è avvenuto in Yemen, nel 2015, quando all’inizio della guerra civile navi militari e marines cinesi hanno evacuato 629 cittadini cinesi e 279 stranieri.

È una capacità destinata a crescere nel tempo e che probabilmente non scomparirà dal giorno alla notte, come accadde all’inizio degli anni Novanta con la potente flotta sovietica. Mentre l’URSS finì con il distruggere la sua economia per alimentare una spesa militare fuori controllo, il governo cinese oggi spende per la sua flotta una percentuale più che ragionevole del suo bilancio.

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