Le “tasse sui vizi” funzionano?

Sono quelle che colpiscono cose come alcol, tabacco e bevande zuccherate: secondo l'Economist migliorano la salute della popolazione, ma hanno anche altri effetti inaspettati

(AP Photo/Matt Rourke)

Nel novembre del 2011, il parlamento danese votò a larghissima maggioranza una tassa sui cibi grassi. La nuova imposta colpiva prodotti come formaggio, pizza, olio e tutti gli altri cibi con un contenuto di grassi saturi superiore al 2,3 per cento. Colpiva anche il burro, elemento essenziale nella cucina di tutto il Nord Europa. Lo scopo della tassa, oltre a fare cassa, era quello di correggere le abitudini alimentari dei danesi e incoraggiarli a mangiare cibi più sani. L’operazione fu un fallimento totale. Pochi mesi dopo l’introduzione delle tassa, i supermercati dei paesi vicini, come Svezia e Germania, si riempirono di danesi alla ricerca di burro a buon mercato. Appena 15 mesi dopo la sua introduzione, il governo dovette ammettere che la tassa aveva prodotto solo disoccupazione, inflazione e code ai confini e decise così di abolirla, senza tanti rimpianti.

La storia dell’imposta sui grassi in Danimarca è un caso di fallimento spettacolare di una “tassa sui vizi”, quelle imposte che i governi mettono per scoraggiare le cattive abitudini dei cittadini, per ripagare i maggiori costi che spesso quelle abitudini producono o, semplicemente, per riparare a un bilancio pubblico malandato. Ma non tutte queste iniziative sono così inefficienti, ha raccontato l’Economist, e anzi: tassare i vizi può avere senso, posto che i governi sappiano cosa stanno facendo e agiscano con prudenza.

Negli ultimi anni sono molti i paesi che hanno adottato tasse di questo tipo. In Ungheria, il paese con la più alta percentuale di obesi in Europa, nel 2011 è stata introdotta una tassa sui cibi con alto contenuto di sale e zuccheri. In Francia, le bevande zuccherate sono tassate dal 2012  così come lo sono in diverse città americane, oltre che in Thailandia, Regno Unito, Irlanda e Sudafrica. Insomma: i casi sono sufficientemente numerosi da poter trarre alcune conclusioni.

La prima è che le “tasse sui vizi”, effettivamente, cambiano le abitudini delle persone, scrive l’Economist: «Le stime variano da studio a studio, ma secondo i ricercatori, in media, un aumento dell’1 per cento nel prezzo di alcol e tabacco è associato con una riduzione del loro consumo pari allo 0,5 per cento». Risultati simili si possono ottenere anche tassando lo zucchero. Quando nel 2015 la cttà di Berkeley, in California, mise una tassa sulle bevande zuccherate, il loro consumo calò di quasi il 10 per cento in un anno. Lo stesso è accaduto in Messico, dove una tassa simile è stata introdotto nel 2014: il primo anno le vendite di bevande zuccherate sono calate del 5,5 per cento, quello successivo del 9,7 per cento.

Questo tipo di tassa però ha anche dei problemi. Il caso della Danimarca dimostra che quando si introducono imposte simili a livello locale, il risultato può essere semplicemente una fuga dei consumatori verso i luoghi dove quelle tasse non si applicano. Quando una città americana introduce una tassa sulle bevande zuccherate, solitamente il territorio circostante assiste a un improvviso incremento nelle vendite proprio di quelle bevande.

Un altro problema è che come tutte le tasse indirette, cioè quelle che non colpiscono direttamente quello che le persone possiedono o guadagnano, le tasse sui vizi gravano di più sui più poveri, anche perché sono proprio i poveri a consumare più alcol, tabacco, zuccheri e cibi grassi. Parte di questo effetto negativo potrebbe essere mitigato se i proventi delle tasse sui vizi venissero reinvestiti nella lotta alla povertà, ma questo accade raramente.

Secondo l’Economist è importante che i governi abbiano chiaro in mente qual è lo scopo di queste tasse, se cioè servono a scoraggiare comportanti nocivi, oppure la loro funzione è quella di ripagare i costi aggiuntivi che quelle cattive abitudini causano alla società. Queste ultime sono quelle che gli economisti chiamano “esternalità negative”. Ad esempio, se un autista compra un litro di benzina e, consumandola, inquinerà l’aria per tutti i cittadini, produce un’esternalità negativa per tutta la società.

L’idea che le “tasse sui vizi” servano a combattere le esternalità negative è particolarmente diffusa, ad esempio, nel caso del tabacco. I fumatori si ammalano più spesso dei non fumatori e le tasse sulle sigarette servirebbero in parte a ripagare il costo supplementare delle loro cure. Ma secondo l’Economist questo ragionamento è sbagliato, poiché non tiene conto del fatto (abbastanza ovvio e al contempo macabro) che i fumatori vivono in genere molto meno del resto della popolazione. Secondo diverse ricerche, i costi sanitari aggiuntivi del fumo sono ampiamente ripagati dai risparmi in fatto di pensioni. Visto che in media un fumatore vive dieci anni in meno,  moltissimi fumatori muoiono prima di arrivare all’età pensionabile, facendo risparmiare allo stato l’intero costo della loro pensione.

Quello del fumo è un caso particolare ed è invece abbastanza chiaro che alcol e obesità hanno importanti “esternalità negative” (non solo economiche). Un terzo degli incidenti stradali mortali è causato da abuso di alcol, che è collegato anche con alti livelli di violenza domestica. L’entità esatta dei risparmi che il minor consumo di grassi e alcol produce, però, è molto dubbia. Per questa ragione, secondo l’Economist, il motivo migliore per introdurre e mantenere “tasse sui vizi” è quello comportamentale: tassare quello che fa male per scoraggiarne l’uso.

Secondo il settimanale, quello delle tasse sui vizi è un terreno sul quale procedere con cautela, visto che accanto ai vantaggi queste imposte comportano anche dei rischi – come quello di rendere i poveri ancora più poveri – e visto che i benefici fiscali che producono non sono così evidenti, come dimostra il caso delle tasse sul fumo. «Le tasse sui vizi rendono le persone più sane», ha scritto l’Economist: «Ma considerato che la maggior parte dei danni causati da fumatori, bevitori di alcol e obesi viene fatta a loro stessi, i governi devono pensare attentamente a quanto vogliono interferire con le loro vite».

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