Perché l’IVA rischia di aumentare

La colpa è delle "clausole di salvaguardia", una specie di bomba a orologeria piazzata dai governi del passato per garantire che i bilanci del futuro restino in ordine

(ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

Durante l’assemblea di Confcommercio di giovedì, Luigi Di Maio, capo politico del Movimento 5 Stelle e ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, ha promesso che il suo governo farà di tutto per impedire l’aumento automatico dell’IVA e delle imposte sul carburante, che scatterà il prossimo gennaio se il governo non riuscirà a trovare 12,5 miliardi di euro. È possibile che la scelta del posto dove fare l’annuncio non sia stata casuale: i commercianti che fanno parte della Confcommercio sono una delle categorie che rischia di subire i danni maggiori dovuti a un aumento dell’IVA, cioè la “imposta sul valore aggiunto” che si applica in molti paesi del mondo al prezzo finale di un bene o di un servizio.

Il meccanismo automatico che il prossimo gennaio rischia di portare all’aumento dell’IVA si chiama “clausola di salvaguardia”, un termine che da diversi anni è diventato comune nel gergo politico-giornalistico. È in sostanza un impegno a ridurre la spesa o ad aumentare le entrate pubbliche entro una certa scadenza temporale. In altre parole, è l’equivalente statale di una cambiale o di un pagherò.

Dal 2011 ad oggi le clausole di salvaguardia sono state uno strumento molto utilizzato dai governi italiani a causa della complessa situazione economica del paese. Da un lato, i governi che si sono succeduti hanno tutti avuto forti incentivi ad aumentare la spesa pubblica: per stimolare l’economia colpita dalla recessione, per proteggere la parte di popolazione più colpita dalla crisi e per cercare di preservare il proprio consenso presso gli elettori.

Dall’altro lato, a causa dell’elevato debito pubblico dell’Italia, quegli stessi governi hanno dovuto cercare di rassicurare gli investitori che finanziano il governo acquistandone i titoli di stato. Nelle fasi più acute della crisi, gli investitori temevano che il paese non sarebbe più stato in grado di restituire il denaro ricevuto in prestito e quindi chiedevano rassicurazioni sul fatto che il bilancio rimanesse sempre sotto controllo e che ci fossero sempre abbastanza soldi con cui ripagare i debiti. La strategia con cui si è scelto di rassicurare gli investitori è stata quella di rispettare il più possibile le regole europee sul bilancio, evitando di fare troppo deficit e cercando di ridurre il debito pubblico o almeno di non farlo aumentare troppo.

Uno degli strumenti utilizzati per realizzare questo obiettivo è stato proprio quello delle clausole di salvaguardia. In sostanza, i governi che approvavano un clausola di salvaguardia promettevano all’Europa e ai mercati che, negli anni successivi, avrebbero ridotto le uscite o aumentato le entrate e che, se non ci fossero riusciti, sarebbero scattate automaticamente delle misure draconiane che avrebbero certamente prodotto gli aggiustamenti di bilancio necessari. Ad esempio: aumenti dell’IVA, delle accise o tagli delle deduzioni fiscali.

Se la vicenda vi appassiona, il Sole 24 Ore ha riassunto il lungo cammino che porta all’attuale clausola di salvaguardia che rischia di scattare il prossimo gennaio. Più in breve, la storia comincia con l’ultimo governo Berlusconi. Incapace di trovare un accordo con i suoi alleati per introdurre immediatamente severe misure di bilancio, come la riforma delle pensioni osteggiata dalla Lega, nell’estate del 2011 Berlusconi decise di rimandare il problema promettendo che se entro il settembre dell’anno successivo il governo non fosse riuscito a trovare 20 miliardi di euro sarebbero scattati tagli alle deduzioni fiscali per la stessa cifra. La promessa però non fu ritenuta molto solida dagli investitori e, come sappiamo, Berlusconi fu costretto a dimettersi nel dicembre 2011.

La prima clausola di salvaguardia fu quindi affrontata dai suoi successori, i governi Monti e Letta. Il primo riuscì a neutralizzare (o sterilizzare, come si dice in gergo) più di tre quarti dei 20 miliardi di clausola lasciati da Berlusconi e rimandò la neutralizzazione dei restanti al luglio del 2013. Il governo Letta riuscì soltanto a rimandare di qualche mese la scadenza della clausola e a ottobre del 2013 dovette arrendersi e lasciare che scattasse l’aumento automatico dell’IVA.

Poco dopo, il governo Letta creò una seconda clausola di salvaguardia da 10 miliardi di euro per gli anni successivi, ma anche lui non durò abbastanza per occuparsene. Il compito toccò al governo Renzi che nell’autunno del 2014 ne sterilizzò una parte, ma contemporaneamente aggiunse un’altra clausola che serviva a coprire, tra le altre cose, il finanziamento futuro dei bonus varati dal suo governo, come i famosi 80 euro. Nella clausola introdotta da Renzi si prevedeva che nel 2016 la revisione della spesa (la famosa “spending review”) producesse almeno 12,8 miliardi, altri 19,2 miliardi dovevano uscire nel 2017 e altri 22 nel 2018. In caso contrario, l’IVA e le imposte sui carburanti sarebbero scattate automaticamente.

La revisione della spesa, però, non è mai riuscita a produrre i risultati sperati. Fino all’anno scorso, quando se ne occupò il governo Gentiloni, le clausole di salvaguardia erano state in gran parte coperte con gli aumenti di deficit resi possibili dalla maggiore flessibilità concessa dalla Commissione europea. Dopo varie manovre, il risultato è che l’attuale governo deve trovare entro la fine di quest’anno il denaro necessario per evitare un aumento automatico dell’IVA da 12,5 miliardi nel 2019 e da 20 miliardi nel 2020.

È una cifra consistente, superiore al costo annuale del bonus da 80 euro (che vale circa 10 miliardi di euro). Non sarà facile per il governo reperire queste risorse, soprattutto a causa delle ampie promesse di spese che sono già state fatte: dai 50 miliardi di euro ritenuti necessari per finanziare la cosiddetta “flat tax” (che in realtà è una “dual tax”), ai circa 30 miliardi di euro che servono per il cosiddetto “reddito di cittadinanza” (che in realtà è una specie di sussidio di disoccupazione), passando infine per i circa 20 miliardi per introdurre la cosiddetta “quota 100“, la riforma pensionistica che porterebbe al superamento della riforma Fornero.