Quelli che sfruttano il femminismo per promuovere le armi, negli Stati Uniti

Ci provano attiviste conservatrici, aziende e la NRA, e se ne è riparlato – tra molte critiche – per alcune foto virali

Una delle fotografie che la neolaureata Kaitlin Bennett si è fatta fare come forma di attivismo sul diritto degli studenti di portare armi nei campus universitari (Twitter/Kaitlin Bennett)

Da qualche anno è diventato un tema il femminismo come moda, e lo sfruttamento da parte dei brand di messaggi di empowerment (cioè di senso di legittimazione e sicurezza nella vita in generale) ed emancipazione rivolti alle donne, che secondo molti deformano il senso dei principi femministi. Succede con gli assorbenti, gli indumenti intimi e i cosmetici, ma anche con prodotti che apparentemente non c’entrano nulla. Per esempio le armi, negli Stati Uniti.

Negli scorsi giorni la questione è tornata attuale per via di alcune fotografie che sono state molto condivise su Twitter: quelle di Kaitlin Bennett, una giovane donna di 22 anni, appena laureata in Ohio, che si è fatta fare un servizio fotografico in cui la si vede in giro per il campus universitario con un fucile AR-10. Uno dei tweet con le foto fa riferimento all’attivismo di Bennett, che faceva parte di un gruppo studentesco con posizioni conservatrici che vuole che l’università consenta agli studenti di girare armati per il campus. Un altro si riferisce esplicitamente al fatto che Bennett sia una donna: «Non mi devo scusare per le mie foto di laurea. Come donna mi rifiuto di essere una vittima e il secondo emendamento [della Costituzione americana, quello che garantisce il diritto di portare armi, ndr] si assicura che io non lo sia». La foto è stata ritwittata oltre 17mila volte.

Le fotografie di Bennett non solo le prime di giovani donne conservatrici armate a diventare virali. Lo scorso aprile era stata molto condivisa quella di un’altra neolaureata, Brenna Spencer: nella foto Spencer indossa una maglietta con la scritta “Women for Trump”, e ha una pistola infilata nei pantaloni. Queste immagini vogliono trasmettere l’idea che la possibilità di andare in giro armate sia una forma di empowerment per le donne. Charlie Kirk, un popolare attivista di destra, ha risposto al tweet di Spencer scrivendo: «Ecco com’è il VERO femminismo. Forte, intelligente, sicuro e armato».

Un messaggio simile era stato proposto anche da Dana Loesch, una portavoce della National Rifle Association (NRA), la più potente lobby americana che difende i possessori di armi da fuoco: nel 2016, dopo la strage di Orlando, Loesch aveva detto che chiedere la messa al bando dei fucili AR-15 significava voler fare «guerra alle donne», dato che questo tipo di fucile è il più popolare tra le donne. A febbraio, dopo la strage di Parkland, Loesch ha detto che armare le donne le aiuterebbe a difendersi dalle violenze sessuali.

Non sono solo le attiviste conservatrici e le aziende che producono armi da fuoco ad avere usato questo tipo di messaggi su donne e armi, ma anche chi si occupa di prodotti in qualche modo collegati. Ad esempio l’azienda di abbigliamento sportivo Alexo, che produce pantaloni da corsa con varie tasche, utili per portarsi dietro lo smartphone quando si va a correre, ma anche una piccola pistola o un coltello. In un post su Instagram per fare pubblicità ad Alexo la popolare opinionista conservatrice Tomi Lahren ha scritto: «Vivi. Parla. Stai dritta. Corri. Porta le cose con te in sicurezza. Signore, la probabilità ci dice che il vostro aggressore sarà più grosso, più forte e più veloce di voi e per questa ragione c’è Alexo per la vostra pistola, il vostro spray urticante o anche per il vostro telefono».

In un articolo sul Guardian, Arwa Mahdawi ha analizzato questo uso dei messaggi di empowerment per promuovere l’uso delle armi tra le donne e ha definito «ipocrita» infilare il diritto al possesso di armi tra le istanze femministe, dato che ci sono moltissimi studi che dicono che è più facile che le donne vengano uccise piuttosto che protette da un’arma da fuoco.

Questi messaggi, peraltro, mostrano solitamente donne bianche: come molte persone hanno scritto in risposta alle foto di Bennett e Spencer sui social network, per una donna afroamericana andare in giro con un’arma in quei posti in cui è permesso, come l’Ohio, potrebbe essere tutt’altro che sicuro, per via dei noti e diffusi pregiudizi della polizia nei confronti dei neri. Qualcuno ha citato la storia di Stephon Clark, un giovane afroamericano ucciso dalla polizia di Sacramento lo scorso 18 marzo: i poliziotti che gli hanno sparato hanno detto che pensavano fosse armato, ma Clark aveva solo uno smartphone in mano.

Qualche numero sulle armi negli Stati Uniti

Nel suo articolo Mahdawi ha comunque notato che negli ultimi anni ci sono sempre più donne che acquistano armi. Secondo uno studio dell’Università di Harvard e della Northeastern University, nel 1994 gli uomini americani che possedevano almeno un’arma da fuoco erano il 42 per cento, mentre nel 2015 la percentuale era scesa al 32 per cento. Nello stesso arco di tempo la percentuale di americane che possiedono almeno un’arma è passata dal 9 al 12 per cento. E molte delle donne che acquistano un’arma – il 27 per cento, secondo un sondaggio del Pew Research Center – lo fanno solo perché sentono il bisogno di difendersi, e non per hobby come moltissimi americani.

Alcune di loro motivano la decisione di possedere un’arma con aggressioni subite in passato: Mahdawi ha citato il caso di una donna di 23 anni, laureata alla Florida State University, che sebbene cresciuta in una famiglia contraria al possesso di armi si è comprata una pistola dopo essere stata stuprata nel 2014. La donna ha raccontato: «Avevo uno spray al peperoncino, lui aveva un coltello. Non sono stata abbastanza veloce o forte. Anche se le donne sono uguali agli uomini in tutto il resto, la verità è che non lo sono dal punto di vista biologico. Sono più grossi, più veloci, più forti. Dobbiamo trovare qualcosa che faccia da equalizzatore. Per me quel qualcosa è una pistola».

Esperienze come questa dovrebbero essere ascoltate e comprese, scrive Mahdawi, ma questo non significa ignorare cosa non torna nelle argomentazioni dell’NRA sul diritto all’autodifesa delle donne. Gli Stati Uniti sono il paese con più armi da fuoco del mondo e anche quello in cui c’è il maggior numero di sparatorie – soltanto venerdì 10 persone sono state uccise in una scuola in Texas – e le analisi del fenomeno suggeriscono che le armi siano usate soprattutto per fare del male ad altre persone piuttosto che per difendersi. Inoltre, come ha argomentato la giornalista Jessica Valenti in un articolo di opinione critico nei confronti di Dana Loesch, «le donne che hanno provato a proteggersi da violenze sessuali o abusi domestici sparando non sono state celebrate come eroine del secondo emendamento, ma sono state arrestate».

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