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  • domenica 6 maggio 2018

Come ha fatto Città del Capo a battere la siccità

Ad aprile sarebbe dovuta diventare la prima metropoli a rimanere senza acqua, ma per ora ha scampato il pericolo

Città del Capo vista dall'alto. (Melanie Stetson Freeman/The Christian Science Monitor

Città del Capo, la terza città più popolosa del Sudafrica, è riuscita per ora a evitare che il servizio idrico cittadino fosse interrotto per mancanza d’acqua: dopo una siccità cominciata due anni fa, la città aveva attraversato negli ultimi mesi una grave emergenza e aveva dovuto adottare restrizioni molto rigide per evitare di finire l’acqua. Le restrizioni hanno funzionato: fino un paio di mesi fa la data in cui si prevedeva sarebbe finita l’acqua – il “Day Zero” – era il 19 aprile; oggi è stata posticipata al 2019. Il Financial Times ha però raccontato in un reportage che chiamare “vittoria” quella ottenuta a Città del Capo non è azzeccato, visto che il panorama è desertico e desolato e le condizioni di vita degli abitanti sono molto peggiorate a causa della crisi.

Il problema della carenza d’acqua è stato causato principalmente dalla scarsità delle piogge. Gli ultimi tre anni sono stati i più secchi nel paese dal 1933, cioè da quando viene registrata l’umidità in Sudafrica. Dai 1.100 millimetri di pioggia annui del 2013, nel 2017 si è arrivati a soli 500 mm. La popolazione della città è poi aumentata moltissimo recentemente, passando da 2,4 milioni di abitanti degli anni Novanta a quasi 4 milioni, senza che la capacità del sistema di dighe crescesse allo stesso ritmo. Theewaterskloof, il più grande dei sei bacini artificiali che riforniscono il sistema idrico della città, è arrivato a contenere un decimo della sua capienza totale d’acqua pari a 480 miliardi di litri.

La riserva di Theewaterskloof a marzo. (Melanie Stetson Freeman/The Christian Science Monitor)

Città del Capo è stata la prima vera metropoli ad attraversare una crisi simile, ma secondo gli esperti non ha avuto delle vere colpe. Dal 1999 la domanda di acqua in città è stata infatti praticamente costante, nonostante la popolazione sia aumentata di circa un terzo. Il sistema idrico non è gestito dalle autorità locali ma da quelle nazionali, che negli anni Novanta chiesero e ottennero che l’acquedotto fosse reso più efficiente riparando le perdite e riducendo la pressione. La città arrivò vicina ai record mondiali di efficienza per quanto riguarda la percentuale di acqua che veniva fatta pagare rispetto a quella distribuita in totale.

Questa efficienza, secondo alcuni, non si è però ripetuta nella gestione della siccità: in buona parte perché il governo del Sudafrica è controllato dal Congresso Nazionale Africano (ANC), mentre dal 2006 la città è amministrata dai rivali dell’Alleanza Democratica. I due partiti si sono rimbalzati le colpe sulla crisi, ma sembra che la maggioranza ricada sull’ANC: il ministero dell’Acqua è stato tra quelli più criticati durante la controversa amministrazione dell’ex presidente Jacob Zuma, e infatti il ministro è stato subito rimpiazzato dopo l’insediamento del nuovo presidente Cyril Ramaphosa.

Anche per questo, la risposta alla crisi è stata gestita prevalentemente a livello locale. Le autorità cittadine sono riuscite a far abbassare i consumi degli abitanti dagli 1,2 miliardi di litri all’anno del 2015 ai 500 milioni di litri dell’inizio del 2018. Per riuscirci hanno istituito un limite individuale di 50 litri di acqua consumata al giorno, contro la media mondiale di 185 litri. Ma in questo modo sono riusciti a evitare di imporre il limite di 25 litri che sarebbe scattato al Day Zero, una volta che il livello della diga fosse sceso sotto il 13,5 per cento (attualmente è al 19 per cento).

«Se avremo un altro anno brutto come l’ultimo, sembra che sopravviveremo di nuovo. Alle persone non piace essere trattate come bambini cattivi. Ma ha funzionato» ha detto Neil Armitage, professore di costruzioni idrauliche all’università di Città del Capo. Nell’aggressiva campagna di sensibilizzazione sul Day Zero, una delle misure più sorprendenti adottate da Città del Capo è stata realizzare una mappa della città con associati dei colori alle varie strade, in base a quanto si stavano rispettando i limiti sul consumo di acqua. Città del Capo ha tenuto costantemente aggiornata la popolazione sui livelli delle riserve d’acqua e sullo stato dei consumi, e ha dato consigli su come risparmiare acqua: facendo docce più brevi e riparando le perdite in casa, per esempio. Ha anche proibito di riempire le piscine, lavare le auto e i marciapiedi, innaffiare i giardini e i campi sportivi.

Per le case che superano i limiti sono previste multe salate, e in alcuni casi l’installazione di contatori che interrompono la fornitura oltre la soglia prestabilita. Molti abitanti di Città del Capo hanno dovuto cominciare a fare la doccia in piedi dentro a delle bacinelle per riutilizzare l’acqua, o a limitarsi a tirare l’acqua in bagno una volta al giorno.

La fila a una fonte d’acqua in un quartiere di Città del Capo. (RODGER BOSCH/AFP/Getty Images)

La crisi ha interessato una città con caratteristiche uniche, che ne hanno reso ancora più complicata la gestione. Città del Capo è infatti profondamente diseguale dal punto di vista economico. I suoi quartieri centrali e benestanti, abitati principalmente da bianchi, e le periferie povere e degradate, abitate da neri, rendono ancora visibile l’eredità dell’apartheid. Questo ha fatto sì che imposizioni come docce di 60 secondi o morigeratezza negli sciacquoni e nel bucato fossero percepite come difficili da applicare nelle zone più ricche, e quasi lussuose nelle zone più povere. In molti casi gli abitanti più ricchi si sono dotati di cisterne private per immagazzinare l’acqua. Ma secondo il Financial Times, per molti versi il problema dell’acqua è stato vissuto come comune, e ha superato le divisioni economiche ed etniche: per esempio nelle code alle fonti fuori dalla città, dove la gente va a riempire taniche per sopperire alle limitazioni.

I ristoranti si sono adattati alla mancanza d’acqua usandola meno di prima e utilizzando piatti usa e getta, mentre i parrucchieri hanno offerto sconti ai clienti che si lavavano i capelli a casa. Gli organizzatori di eventi, dalle gare sportive alle conferenze, si sono attrezzati per portarsi da soli le bottiglie d’acqua. Probabilmente il turismo è stato molto danneggiato dalla crisi, ma a subirne le conseguenze più gravi è stata e sarà l’agricoltura: dalla provincia del Capo occidentale, quella di Città del Capo, proviene metà dei prodotti agricoli esportati dal Sudafrica. Sono principalmente coltivazioni che usano molta acqua, come agrumi e uva.

Gli agricoltori hanno dovuto ridurre i consumi d’acqua del 40 per cento, e affidarsi in molti casi a riserve private. La produzione è calata di circa un quinto, con la conseguenza che migliaia di posti di lavoro sono a rischio. È comunque meno di quanto ci si sarebbe potuti aspettare, per via soprattutto delle tecniche di risparmio idrico adottate (irrigare i campi di notte, per esempio). Le cose potrebbero anche migliorare, visto che è da maggio in poi – durante l’inverno dell’emisfero australe – che il Sudafrica è interessato dalle maggiori piogge.

Un frutteto secco a nord di Città del Capo. (WIKUS DE WET/AFP/Getty Images)

In molti ritengono comunque che quello di Città del Capo sia un esempio che diventerà fondamentale nei prossimi anni, quando per via del cambiamento climatico la siccità potrebbe colpire altre metropoli. Secondo Armitage, «siamo ufficialmente alla fine dell’era delle dighe. Il risparmio sarà la vera questione nelle città nel prossimo futuro: e Città del Capo ha mostrato come farlo».

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