• Sport
  • mercoledì 25 aprile 2018

I cavalli clonati nel polo

Il più grande giocatore di polo in attività sta creando una generazione di campioni in un centro specializzato nella clonazione di cavalli

Adolfo Cambiaso e Gareth Evans in una partita al Guards Polo Club di Windsor, in Inghilterra (Ben Stansall/Getty Images)

L’argentino Adolfo Cambiaso è da vent’anni il più grande giocatore di polo al mondo. È nato e cresciuto a Cañuelas, città oltre la cintura periferica di Buenos Aires, in una famiglia benestante e con una lunga tradizione nel polo, l’antico sport a cavallo che iniziò a diffondersi nelle regioni dell’Asia centrale a partire dal VI secolo. Il padre, anche lui di nome Adolfo, fu un noto giocatore argentino di lunga carriera che fece in tempo anche a giocare con il figlio, nella squadra del La Martina. Come tanti altri fuoriclasse nella storia dello sport, già da adolescente Adolfo Cambiaso mostrava doti e abilità sopra la media e a 14 anni — nei primi anni Novanta — iniziò a vincere tutti i più importanti tornei di polo americani, senza più fermarsi.

La carriera di Cambiaso continua ancora oggi, a 43 anni compiuti. Nel 2000 ha fondato il La Dolfina Polo Team insieme a un altro grande giocatore argentino, Bartolome Castagnola. Con il La Dolfina ha vinto tornei in tutto il mondo e si è confermato anno dopo anno come il più bravo giocatore di polo in attività. Ma da un paio di anni la sua storia è sconfinata anche al di fuori dell’Argentina e del ristretto e benestante mondo del polo, come è capitato raramente nella storia di questo sport.

Juan Martin Nero, Pablo Mac Donough, David Stirling e Adolfo Cambiaso del La Dolfina Polo Team con il trofeo degli Open di Australia (STR/AFP/Getty Images)

Il suo La Dolfina Polo Team, la cui sede si trova nel paese natale di Cambiaso, è probabilmente la squadra di polo più importante a utilizzare ormai da anni decine di cavalli clonati col metodo Dolly. Questa pratica ha portato nuovi successi per Cambiaso e i suoi collaboratori e ha attirato l’interesse di tanti, suscitando inevitabilmente dei piccoli dibattiti sia dal punto di vista sportivo (nel polo si dice che un buon cavallo sia più influente di un buon giocatore) sia da quello etico.

Clonare un animale

Clonare vuol dire creare un nuovo essere vivente con le stesse informazioni genetiche dell’organismo di partenza. Il biologo Adrian Mutto, uno dei primi ricercatori ad aver effettuato clonazioni in Argentina, ha spiegato che il processo utilizzato per la clonazione dei cavalli non si differenzia da quello usato per la pecora Dolly nel 1997 in Scozia. Nel nucleo di ogni cellula sono racchiuse tutte le informazioni genetiche di un organismo: le istruzioni di base per farlo funzionare e sviluppare. Il trasferimento di nucleo consiste nel prelevare queste informazioni da una cellula somatica adulta, cioè che fa parte di un tessuto e che fa una sola cosa a differenza di quelle non specializzate, e di inserirle in un ovocita (la cellula uovo in uno stadio non completo), da cui è stato rimosso il nucleo originario.

La cellula ibrida ottenuta viene successivamente stimolata, tramite una scossa elettrica, in modo che avvii la divisione cellulare in vitro, quindi fuori da un organismo vivente. La moltiplicazione delle cellule porta alla blastocisti, una delle prime fasi dell’embrione, e a questo punto è possibile procedere con il suo impianto nell’utero della madre surrogata che porterà avanti la gravidanza, fino alla nascita del nuovo individuo. In questo modo si ottiene un clone dell’organismo di partenza, a differenza di una normale fecondazione in cui sono messi insieme il patrimonio genetico della madre e del padre. Cambiaso e i ricercatori che hanno praticato la clonazione dei suoi migliori esemplari sostengono che i cavalli clonati siano cresciuti e vivano normalmente, senza aver mai evidenziato problemi di salute di alcun genere, se non quelli più comuni.

Dopo la pecora Dolly, altri centri di ricerca hanno clonato mammiferi: maiali, cavalli, tori e cervi utilizzando la stessa tecnica sviluppata in Scozia. Negli ultimi anni sono stati raggiunti ulteriori progressi che hanno ridotto i casi di malformazioni e aborti spontanei. In Cina, per esempio, nel 2014 un centro di ricerca annunciò di avere ottenuto una percentuale di successi intorno al 70-80 per cento.

Per formare una squadra di campioni

Una partita di polo viene giocata da due squadre formate da quattro giocatori, i quali montano altrettanti cavalli. Ogni squadra, a seconda della sua dimensione, ha sede in una tenuta che ospita spazi per gli allenamenti e per l’allevamento dei cavalli. I cavalli usati nel polo sono chiamati “pony” anche se non hanno nulla a che fare con i veri pony, i cavalli di dimensione ridotta la cui altezza è inferiore ai 150 centimetri al garrese. L’altezza di un cavallo da polo è in media fra i 150 e i 160 centimetri. Partendo da questo requisito, il gioco del polo ha poi bisogno di esemplari rapidi, docili e facili da condurre, meglio ancora se capaci di “girarsi su una monetina”, come spesso si sente dire nell’ambiente.

La squadra di Cambiaso ha avuto tra le sue file i migliori cavalli nella storia recente dello sport. Una in particolare, Cuartetera – una cavalla di 17 anni usata da quando ne aveva 4 – nel 2017 è stata eletta miglior cavallo ad aver mai giocato a polo. A detta di Cambiaso, oltre alle caratteristiche fisiche eccellenti Cuartetera è una cavalla molto intelligente che richiese poco addestramento prima di iniziare a giocare regolarmente nelle partite più importanti: «Penso sia nata per giocare, è unica. Si potrebbe paragonare ai grandi cavalli da corsa, o a Lionel Messi. Fenomeni rari».

Negli ultimi sette anni sono stati clonati con successo quattordici esemplari con le stesse informazioni genetiche di Cuartetera. Tutti i cavalli clonati – che sono stati chiamati Cuartetera 1, Cuartetera 2, Cuartetera 3 e via dicendo – presentano macchie bianche sui loro manti, seppur di forme diverse. I primi a essere utilizzati nel polo, seppur ancora relativamente giovani, per i membri del La Dolfina Polo Team hanno mostrato caratteristiche simili alla Cuartetera originale.

Differenze e critiche

Le prime clonazioni di cavalli iniziarono nel 2007 tra la tenuta di Cambiaso e il La Ensanada Polo Club di Lujan, nella provincia di Buenos Aires, a un’ora di macchina da Cañuelas. La Ensanada è di proprietà dell’imprenditore argentino Ernesto Gutierrez, allevatore di cavalli e socio di Cambiaso. Le clonazioni ora vengono praticate tutte lì, dato che nel tempo sono state allestite strutture adatte, sotto la direzione del biologo Adrian Mutto. Il primo cavallo clonato fu Cuartetera, a cui poi seguì Aiken Cura.

Aiken Cura era il cavallo preferito di Cambiaso e si spezzò una gamba durante una partita degli Open di Argentina del 2006. Prima di essere soppresso, Cambiaso – già al corrente dell’esistenza della clonazione dei cavalli, la cui prima al mondo risale al 2003 – disse al veterinario lì presente di conservare delle cellule dalla pelle del cavallo. Ma allora le pratiche di clonazione erano ancora in fase sperimentale e poco accessibili. La clonazione di Aiken Cura avvenne non appena Cambiaso e Gutierrez allestirono le strutture necessarie per farlo. Non si hanno notizie di quanti tentativi siano stati fatti, ma un primo esemplare clonato venne fatto nascere e una volta cresciuto presentava tratti e caratteristiche identiche ad Aiken Cura: «Quando lo vidi non riuscivo a crederci. Per essere sicuro feci analizzare un capello conservato dalla criniera di Aiken Cura, e il DNA era quello».

Adolfo Cambiaso nella sua tenuta di Canuelas (EITAN ABRAMOVICH/AFP/Getty Images)

I primi embrioni clonati a La Ensenada morirono durante la fase di gestazione e ci vollero anni per perfezionare i procedimenti. Mutto afferma che negli ultimi tentativi (senza specificare un numero esatto, probabilmente una ventina) la percentuale di successo è dell’85 per cento. Gli esemplari nati non hanno mai presentato patologie particolari e godono di buona salute. Fra quelli nati dallo stesso organismo di partenza si notano solo piccole differenze: «Alcuni sono di dimensioni leggermente più grandi. Alcuni mangiano di più, altri meno. Si muovono anche in maniera differente, anche se di poco. Le cose più comuni a tutti sono le reazioni e i comportamenti. E nel gioco sono tutti ineccepibili».

Nessun clone viene venduto, come Gutierrez suggerì di fare a Cambiaso: «Vendere un clone vuol dire vendere il suo sangue, la sua “linea”, il suo DNA. Se vendi un clone vendi tutto e perdi il vero valore, l’esclusività della genetica». A differenza delle corse di cavalli, dove non è ammessa la partecipazione di esemplari clonati, il regolamento del polo non impone nessuna restrizione. Le maggiori critiche verso i metodi utilizzati da Cambiaso arrivano dal suo più grande rivale, l’ argentino Facundo Pieres. Nella tenuta della squadra di Ellerstina, quella di Pieres, per cui Cambiaso giocò per nove anni, viene gestita un’attività di allevamento con un giro di affari milionario, principalmente grazie alla vendita di puledri ed embrioni. Pieres e i suoi soci credono di poter produrre cavalli migliori attraverso le loro pratiche di allevamento, mescolando i DNA di due cavalli diversi, piuttosto che riproducendone solo uno, pratica che peraltro viene ritenuta rischiosa per le dinamiche che potrebbe andare a creare sia nello sport che nell’uso della clonazione degli animali.

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