(Bryn Lennon/Getty Images)
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  • domenica 8 aprile 2018

Sei milioni di pietre per vincerne una

È la Parigi-Roubaix, che si corre oggi: per molti è la più importante classica del ciclismo, di sicuro è la più particolare

di Gabriele Gargantini
(Bryn Lennon/Getty Images)

La Parigi-Roubaix è una delle cinque classiche monumento del ciclismo su strada: è la più importante e diversa dalle altre, ed è nota anche come “la regina delle classiche”. Si corre oggi nel nord della Francia, vicino al confine con il Belgio, e spesso viene chiamata anche “l’inferno del nord”. Arriva davvero a Roubaix, in un velodromo, ma dal 1977 non parte da Parigi: inizia da Compiègne, comune che dista circa 80 chilometri dalla capitale. Tra partenza e arrivo ci sono 257 chilometri e il motivo per cui non esiste un’altra corsa come la Parigi-Roubaix è che 54,5 di questi si corrono su pietre e terra, perché ci sono 29 settori in pavé, tutti negli ultimi 165 chilometri. Si potrà seguire oggi su Rai Sport, Rai 3 ed Eurosport dall’ora di pranzo fino all’arrivo, più o meno verso le cinque.

«La Parigi-Roubaix è un’entità a sé, che non si può paragonare a nessun’altra gara. Le pietre sono più rozze e pericolose, e ce ne sono molte più che in altre corse», ha scritto Stephen Puddicombe su Cycling Weekly. Si stima che in quei settori ci siano almeno sei milioni di ciottoli o cubetti di pietre. Il premio per chi vince la Parigi-Roubaix, dopo aver pedalato per circa sei ore a 45 chilometri orari di media, è un cubo di pietra che pesa circa 15 chili. Si vincono anche circa 40mila euro, ma è usanza che il vincitore li divida con la squadra.

Greg Van Avermaet premiato dopo aver vinto l’ultima edizione della corsa, l’anno scorso (PHILIPPE LOPEZ/AFP/Getty Images)

Si dice che un uomo inviato a testare il percorso della corsa, quando a fine Ottocento si pensò di farla per la prima volta, fece sapere, dopo essere arrivato a Roubaix esausto e al buio, che era un “progetto diabolico” e una “follia inutile”. Alla prima Parigi-Roubaix, nel 1896, il primo ciclista arrivò dopo nove ore; l’ultimo tra quelli che non si ritirarono ci mise circa il doppio. Un anno fa partirono in 199 e arrivarono in poco più di 100, l’ultimo circa mezz’ora dopo il primo. Gli altri o si ritirarono o arrivarono fuori tempo massimo, e uno – dopo essersi ritirato – si perse e finì in autostrada. Sam Challis, che è un giornalista e pedala molto più piano di un professionista, qualche giorno fa ha spiegato su Cyclist cosa succede quando con una bici da corsa si arriva nella foresta di Arenberg, uno dei più difficili tratti in pavé della Roubaix:

La superficie di quei 2,4 chilometri può essere descritta solo come violenta. È come un pugno in faccia. Non solo in faccia. […] Quando ne esci è come riprendere a respirare. Di colpo ti ricordi di nuovo come si guida una bicicletta, una competenza che eri convinto di aver dimenticato fino a pochi attimi prima.

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Perché è diversa

Nel 1981, il francese Bernard Hinault vinse la Parigi-Roubaix e disse – dopo esser caduto sette volte – che era «une connerie», una cosa da matti.

Alla Parigi-Roubaix si cade spesso e spesso si fora; in molte altre gare è piuttosto facile rientrare in gruppo, alla Parigi-Roubaix è molto più complicato, anche perché spesso non c’è un gruppo, ma ci sono vari gruppetti di corridori. Quando c’è il sole, i tratti in pavé sono pieni di polvere; quando piove la terra diventa fango e le pietre diventano ancora più scivolose. Le biciclette usate dalla Parigi-Roubaix sono piene di modifiche per quel terreno, ma sono comunque biciclette e ruote fatte per andare su strada, non su quelle pietre. Al giornalista di Rouleur che gli ha chiesto di descrivere le strade in pavé della Parigi-Roubaix, il tedesco John Degenkolp che l’ha vinta nel 2009 ha detto: «Non puoi chiamarle strade». Poi ha spiegato che il segreto, per andare su quelle pietre, è andare veloce. «Più vai piano e più diventa difficile».

I ciclisti la descrivono come una corsa estenuante: «Alla fine ti senti come se avessi corso un Grande Giro di tre settimane» ha detto Ian Stannard, che poi ha però aggiunto: «La adoro». In altre corse, anche importanti come la Milano-Sanremo, i primi chilometri servono soprattutto a fare fatica prima degli ultimi, che quasi sempre sono gli unici davvero decisivi. Alla Parigi-Roubaix il momento decisivo può arrivare a 100 chilometri dall’arrivo: è una corsa in cui capita più spesso che altrove che una fuga partita da lontano arrivi al traguardo. È una corsa che negli ultimi trent’anni è stata vinta due volte su tre da ciclisti esperti, con più di trent’anni. Negli ultimi dieci anni è successo cinque volte che il vincitore arrivasse al traguardo da solo. Il belga Tom Boonen, uno dei due ad averla vinta quattro volte, nel 2009 ha detto: «È tutta una questione di sopravvivenza. Sapevo di non stare bene, ma forse gli altri stavano peggio».

I 29 settori in pavé della Parigi-Roubaix sono classificati in base alla difficolta, da una a cinque stelle. Quelli a cinque stelle sono tre, quelli davvero famosi sono due: la foresta di Arenberg, a circa 100 chilometri dall’arrivo, e il Carrefour de l’Arbre, il quart’ultimo settore in pavé situato a 17 chilometri dall’arrivo. La foresta di Arenberg è difficile per l’irregolarità delle sue pietre. Fa parte della Parigi-Roubaix dagli anni Sessanta, quando Jacques Goddet, l’organizzatore della corsa, chiese ad alcuni abitanti del posto di trovargli nuovi settori in pavé.

Quando gli mostrarono quel tratto di strada disse: «Avevo detto strade con pietre, non buche», ma poi lo inserì lo stesso. I settori in pavé sono spesso molto stretti e prima dell’inizio di ognuno i ciclisti accelerano notevolmente per cominciarlo in testa: per poter decidere dove far andare la bicicletta e per evitare di cadere, se cadono altri davanti. Alain ha detto: «Se inizi la foresta di Arenberg dopo la 24ma posizione, hai già perso».

Chi può vincerla

La squadra più forte è la Quick-Step: è belga, quattro dei suoi sette corridori che faranno la Parigi-Roubaix sono belgi, e i belgi hanno vinto 56 edizioni su 115, perché sono i più abituati a quel tipo di strade. Quest’anno la Quick-Step ha vinto praticamente ogni corsa che aveva del pavé, in pianura o in salita, e che si correva in Belgio o lì vicino. Il più favorito tra i corridori della Quick-Step è il belga Philippe Gilbert, che dopo aver vinto altre tre classiche monumento quest’anno ha puntato quasi tutto sulla Parigi-Roubaix: dovesse vincerla, e dovesse anche vincere la Milano-Sanremo (l’altra che gli manca) sarebbe il quarto nella storia a farlo, dopo Rik Van Looy, Eddy Merckx e Roger de Vlaeminck.

Il favorito è però lo slovacco Peter Sagan: è considerato da tutti il più forte ma non ha mai vinto la Parigi-Roubaix. Il belga Greg Van Avermaet l’ha vinta l’anno scorso, ma quest’anno sembra meno in forma. Un altro belga da tenere d’occhio è Wout Van Aert, che ha 23 anni e arriva dal ciclocross, un altro sport, in cui si pedala su distanze più brevi, con bici diverse e su terreni diversi. Tra gli altri nomi da segnarsi: Niki Terpstra (che corre nella Quick-Step e una settimana fa ha vinto il Giro delle Fiandre), Sep Vanmarke e Zdenek Stybar.

Gli italiani che potrebbero vincere sono Gianni Moscon, che l’anno scorso è arrivato quinto alla sua seconda Parigi-Roubaix (una cosa che vale “ottimo risultato”) e, seppur con meno possibilità, Matteo Trentin e Daniel Oss, che è sembrato molto in forma ma dovrà forse fare da gregario a Sagan. Vincenzo Nibali non c’è, e non ci sarà nemmeno quasi nessuno dei corridori che puntano a vincere il Giro d’Italia, il Tour de France o la Vuelta di Spagna: alla Parigi-Roubaix il rischio di cadere, farsi male e mandare in malora l’intera stagione è alto, più che in ogni altra corsa.

Tre che non l’hanno vinta

Chris Boardman, un corridore britannico degli anni Novanta, disse: «È un circo e io non voglio fare il clown». Altri la adorano; Bradley Wiggings, vincitore di cinque ori olimpici e di un Tour de France la scelse come gara del suo ritiro e disse: «È la più bella corsa del mondo». Qualcun altro sta nel mezzo; nel 2004 Jo Planckaert disse: «Se sono in giornata è una corsa che fa per me. Ma se non hai le giuste gambe è il peggior posto in cui tu ti possa trovare». Nel 1985 l’olandese Theo de Rooij, che era ben messo ma poi cadde e arrivò 25esimo: «È una corsa di merda». Gli chiesero quindi se avesse intenzione di ritornarci. Rispose: «Certo, è la gara più bella del mondo». Però poi non tornò.

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