Il funerale di Hamdan Abu Amsha – ucciso durante le proteste di venerdì – a Beit Hanun, nella striscia di Gaza. ( MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)
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  • domenica 1 aprile 2018

Sono riprese le proteste nella Striscia di Gaza

E si sono svolti i funerali dei 17 palestinesi uccisi venerdì dall'esercito israeliano, il cui comportamento è stato lodato da Netanyahu

Il funerale di Hamdan Abu Amsha – ucciso durante le proteste di venerdì – a Beit Hanun, nella striscia di Gaza. ( MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)

Due giorni dopo le grandi proteste di venerdì al confine tra la Striscia di Gaza e Israele, in cui 17 manifestanti sono stati uccisi dall’esercito israeliano in quella che molti osservatori internazionali hanno descritto come una strage, sono ricominciate le manifestazioni e ci sono già altri 49 feriti lievi. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso soddisfazione per il comportamento dell’esercito israeliano, sostenendo che ha difeso il paese permettendogli di festeggiare la Pasqua ebraica «in pace»: «ben fatto ai nostri soldati».

Sabato si sono anche svolti i funerali delle persone uccise, nelle diverse città della Striscia di Gaza dalle quali provenivano, e ai quali hanno partecipato migliaia di persone che hanno trasportato i feretri per strada. Sabato è stata una giornata di lutto in tutti i territori palestinesi, per decisione del presidente Mahmoud Abbas. Hamas, il gruppo politico-terrorista che controlla la Striscia di Gaza, ha detto che cinque delle persone uccise durante le proteste appartenevano alla sua ala militare. Secondo Israele sono invece almeno otto, mentre altri due avevano «chiari passati da terroristi».

Nelle proteste di sabato, l’esercito israeliano ha sparato nei pressi di Jabalya, nel Nord della Striscia di Gaza, e di Khan Younis, nel sud, senza uccidere nessuno. Lungo il confine tra Striscia di Gaza e Israele sono state allestite centinaia di tende, dove dormiranno molti manifestanti da qui al 15 maggio, organizzando periodiche proteste, specialmente di venerdì. Per questo in molti sono preoccupati che la situazione possa nuovamente peggiorare e che ci possano essere altri morti nelle prossime settimane.

Da venerdì, organizzazioni umanitarie, attivisti e osservatori internazionali stanno condannando Israele per l’uso della forza durante le manifestazioni di venerdì, a cui hanno partecipato circa 30mila persone e che sono state in larga parte pacifiche. Video e testimonianze circolate online hanno raccontato di manifestanti apparentemente disarmati uccisi dagli oltre cento tiratori scelti che Israele aveva disposto lungo il confine, con il permesso di sparare. L’organizzazione per i diritti dei palestinesi Adalah ha diffuso uno screenshot di un tweet apparentemente fatto dall’esercito israeliano e poi cancellato, che dice che venerdì «niente è stato fatto in modo incontrollato: tutto è stato accurato e misurato, e sappiamo dove ha colpito ogni proiettile».

Secondo il ministero della Salute palestinese, 750 persone sono state colpite da proiettili: Israele non ha smentito questa stima. Il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres e l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri Federica Mogherini hanno chiesto un’indagine indipendente sul comportamento dell’esercito israeliano. Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per condannare le uccisioni dei manifestanti palestinesi è stata bloccata dagli Stati Uniti.

La protesta di venerdì era stata indetta per celebrare l’anniversario di un’altra protesta di massa, tenuta nel 1976, in cui 6 manifestanti palestinesi che protestavano contro l’occupazione  israeliana furono uccisi dall’esercito israeliano. La marcia in ricordo dei manifestanti uccisi si tiene ogni anno il 30 marzo, ma quest’anno la tensione era decisamente più alta per via della prossima inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, prevista per il 14 maggio, frutto di una controversa decisione del presidente americano Donald Trump.

Le proteste dovrebbero continuare anche nei prossimi giorni fino al 15 maggio, il giorno dell’inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme: per gli israeliani il 14 maggio è il giorno dell’Indipendenza, quello in cui festeggiano la vittoria nella guerra arabo-israeliana del 1948. I palestinesi invece celebrano il 15 maggio il giorno della nakba – “la catastrofe” – cioè quello in cui molti di loro furono costretti a lasciare le proprie case, finite in territorio israeliano.

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