L’Europa si muove sulla “web tax”

La Commissione ha presentato un piano per obbligare le grandi società di Internet a pagare le tasse dove realizzano i profitti

(Tobias Hase/picture-alliance/dpa/AP Images)

La Commissione Europea ha presentato oggi il suo piano per creare una tassa europea sui guadagni delle grande aziende di internet, soprattutto Google, Amazon, Facebook e Apple (a volte indicate con l’acronimo GAFA). La nuova imposta – qui potete leggerne i dettagli – prevede un’aliquota del 3 per cento da pagare sul fatturato, che dovrebbe generare 5 miliardi di euro di entrate aggiuntive. Il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici ha detto che «l’attuale vuoto legislativo ha creato un buco nelle entrate fiscale degli stati membri dell’Unione», a cui la nuova imposta vuole rimediare. L’annuncio della Commissione arriva in un momento delicato in particolare per Facebook, criticata e sotto indagine per il caso Cambridge Analytica, e per le grandi società del settore digitale in generale, accusate di essere riuscite a pagare sempre meno tasse nel corso dell’ultimo decennio.

Politici ed esperti sostengono da tempo che l’elusione fiscale, specialmente quella delle grandi società digitali, sia un problema da risolvere. Secondo uno studio del Parlamento europeo, queste società eludono ogni anno al fisco europeo circa 70 miliardi di euro. La Commissione europea ha stimato che le grandi società del digitale paghino in media il 9,5 per cento di tasse sui loro profitti, contro una media del 23,3 per cento pagata dalle altre società.

La nuova imposta, dovesse entrare in vigore, riguarderà tutte le società con un fatturato globale superiore ai 750 milioni di euro e un fatturato generato nell’Unione Europea pari almeno a 50 milioni di euro. La “web tax” europea viene definita una misura “temporanea”, nel documento della Commissione. Sarà applicata nell’attesa di una soluzione a lungo termine al problema: un nuovo meccanismo fiscale che obblighi le grandi società del digitale a registrare i profitti e pagare le tasse nel paese dove questi sono effettivamente generati e non in paesi terzi, scelti per la loro bassa imposizione fiscale. Questa seconda misura, una volta messa a punto, sostituirà l’imposta sul fatturato al 3 per cento. Prima di entrare in vigore entrambe le misure dovranno essere approvate dal Parlamento europeo e, all’unanimità, dai governi dell’Unione riuniti nel Consiglio dell’Unione Europea (quindi dovranno votare a favore anche Irlanda e Lussemburgo, due paesi con imposizione fiscale molto bassa e che hanno approfittato di questa situazione).

L’elusione fiscale, cioè utilizzare cavilli e altre tecniche per pagare meno tasse, è un problema particolarmente forte con le società digitali. Dato che il loro business sostanzialmente “immateriale” (non hanno bisogno di grandi capannoni con migliaia di operai, ma possono vendere i loro servizi in tutto il mondo) è relativamente facile eludere il fisco, per esempio registrando i loro guadagni in un paese dove le imposte sono basse ma portando avanti il loro business anche nei paesi con imposte più alte. Tutte le imprese possono usare simili strumenti di “elusione fiscale”, ma per le imprese digitali è più facile grazie alla particolarità dei prodotti che vendono.

Il comportamento di Google in Italia è un buon esempio di come funzionano questi meccanismi. L’Ufficio parlamentare di bilancio italiano ha calcolato che nel 2015 Google ha fatturato 637 milioni di euro da clienti italiani. Di questi, 67 milioni sono stati fatturati da Google Italia mentre altri 570 sono stati fatturati da Google Ireland, la società madre di tutte le operazioni di Google in Europa. Soltanto i redditi della prima sono tassati in Italia, anche se entrambe le società hanno fornito servizi e prodotti a clienti italiani che li hanno utilizzati in Italia.

Questa divisione tra Google Italia e Google Ireland è soltanto un aspetto del complesso sistema utilizzato da Google per risparmiare sulle tasse. Il primo passaggio è mantenere basso il fatturato della società che ha sede nel paese ad alta tassazione (Google Italia, in questo caso) e riversare invece ricavi e profitti nella società che si trova nel paese a bassa tassazione (Irlanda). Google Ireland versa a sua volta buona parte degli incassi alla holding di Google nei Paesi Bassi, che in un ennesimo passaggio li versa a sua volta a Google Ireland Holding, che possiede il diritto esclusivo dell’uso del marchio Google in tutti i paesi esclusi gli Stati Uniti. Grazie a questo sistema, che sfrutta le legislazioni favorevoli alle imprese di vari paesi europei, Google può minimizzare – legalmente – la quantità di tasse pagate nel continente.

Secondo le istituzioni internazionali che si sono occupate del fenomeno, il modo migliore per limitare l’elusione fiscale è un accordo internazionale o europeo. Questi accordi però non sono facili da raggiungere, principalmente a causa dell’opposizione di quei paesi con regimi fiscali vantaggiosi che traggono un guadagno da questa situazione. Diversi paesi europei hanno provato a fermare l’elusione fiscale in maniera unilaterale, approvando varie forme di “web tax”. I risultati, però, non sempre sono stati all’altezza delle aspettative. La materia è infatti molto complessa e le iniziative dei singoli paesi rischiano di essere inefficaci o in conflitto con i trattati internazionali. Il Parlamento italiano aveva già approvato una “web tax” nel 2014, ma la legge venne abrogata prima di entrare in vigore. Una seconda “web tax” è stata approvata l’anno scorso e dovrebbe entrare in vigore dal 2019.

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