Senza governo

Storie di paesi che si sono trovati dove potremmo trovarci noi a breve – dalla Spagna al Belgio – e come ne sono usciti

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Le elezioni di domenica 4 marzo hanno prodotto in Italia un Parlamento senza una chiara maggioranza, che renderà molto difficile la formazione di un nuovo esecutivo. Per settimane e forse per mesi l’Italia resterà senza un governo con pieni poteri, ma con un Consiglio dei ministri e un presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, in carica solo per gli “affari correnti” (un’espressione ambigua che non mette limiti predefiniti all’attività di governo). Non è la prima volta che succede, né in Italia, né nel resto d’Europa. Ma cosa accade, di solito, in queste situazioni, e come se la sono cavata i paesi che ci si sono trovati?

Belgio 2010-2011
Il caso più famoso è quello del Belgio, che detiene ancora il record assoluto di periodo più lungo senza un governo in carica con pieni poteri: 540 giorni consecutivi (qui avevamo raccontato la storia di questo periodo). La crisi iniziò il 13 giugno 2010, quando il partito separatista fiammingo della N-VA ottenne un successo inaspettato alle elezioni, superando i socialisti guidati da Elio Di Rupo e sottraendo loro i numeri necessari a formare una maggioranza.

La situazione politica del Belgio era, ed è ancora oggi, complicata dalle tensioni che da sempre dividono il paese tra la regione delle Fiandre, più ricca e popolosa, e la Vallonia, francofona e meno ricca. Alle elezioni del 2010 i voti si distribuirono lungo questa divisione linguistica ed economica: N-VA trionfò nel nord, mentre i socialisti ottennero una larga maggioranza a Bruxelles e in Vallonia, una regione più povera e più dipendente dai trasferimenti statali e dal pubblico impiego.

Seguirono una serie di tentativi da parte di Di Rupo per trovare un accordo e creare una maggioranza in grado di governare il paese. Il re Alberto II affidò anche diversi incarichi esplorativi a importanti politici belgi in veste di “conciliatori”, ma il disaccordo principale, quello sulla richiesta di maggiore autonomia da parte dei fiamminghi, fece fallire tutti i tentativi. La crisi finì ufficialmente solo il 5 dicembre 2011, quando il re Alberto II nominò primo ministro Elio Di Rupo sulla base di un accordo con alcuni partiti minori che permise di lasciare all’opposizione i separatisti.

Per tutto questo periodo rimase in carica il governo dimissionario guidato da Yves Leterme, primo ministro cristiano-democratico che aveva vinto le precedenti elezioni. Come succede in italia, Leterme aveva l’incarico di curare gli “affari correnti”, ma di fatto il periodo senza una maggioranza parlamentare fu così lungo che il suo governo prese parecchie decisioni che esulavano dalla normale amministrazione. Per esempio Laterme presiedette l’Unione europea nel secondo semestre del 2010, e fu sempre lui che – con l’appoggio unanime del Parlamento, però – decise di spedire uno squadrone di F-16 in Libia in occasione dell’attacco per destituire Gheddafi.

Per il resto il governo fu piuttosto prudente. La spesa pubblica rimase bassa e sostanzialmente invariata, non vennero creati nuovi enti e non vennero imposte nuove tasse. E nemmeno si fecero le grandi riforme di cui aveva bisogno il Belgio, quelle che normalmente sono più connotate politicamente (come la riforma del mercato del lavoro) e per le quali i politici belgi decisero di attendere l’arrivo di un governo con una maggiore legittimità da parte del Parlamento.

Italia 2013
Un caso non altrettanto grave, ma potenzialmente ancora più complicato, è quello che si verificò all’indomani delle ultime elezioni italiane, nel febbraio del 2013. Il risultato inaspettatamente basso del Partito Democratico e quello sorprendentemente buono del Movimento 5 Stelle crearono un Parlamento senza una chiara maggioranza in entrambi i rami. Alla Camera, il PD aveva una larga maggioranza, grazie al premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale (il famigerato “Porcellum”), ma al Senato la situazione era in bilico.

A complicare la situazione c’erano due elementi. Il primo: il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, aveva assicurato per tutta la campagna elettorale che non avrebbe mai governato con il centrodestra. La formazione di una larga coalizione, quindi, sembrava da subito molto difficile. Il secondo: il presidente della Repubblica, all’epoca Giorgio Napolitano, si trovava nel cosiddetto “semestre bianco”, il periodo di sei mesi prima della scadenza del suo mandato durante il quale non gli è consentito sciogliere il Parlamento. Significa che non era possibile risolvere lo stallo andando a nuove elezioni, se non riuscendo ad accordarsi prima sul nome del nuovo presidente della Repubblica. In altre parole, non si riusciva a fare un governo ma non si poteva nemmeno andare a nuove elezioni: era una sorta di “tempesta perfetta” istituzionale.

Bersani cercò di formare un governo chiedendo l’appoggio del Movimento 5 Stelle, ma la sua offerta venne respinta. Nel frattempo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano utilizzò strumenti creativi e mai visti prima nella storia della Repubblica per cercare di risolvere la situazione: per esempio nominò due commissioni di “saggi”, composte da esponenti moderati e dialoganti di entrambe le principali coalizioni, con il compito di formulare una serie di proposte di riforma costituzionale ed elettorale, oltre che proposte generiche di governo, che fossero condivise da entrambi gli schieramenti.

Ad aprile Bersani provò allora a risolvere il secondo problema: l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Prima propose la candidatura di Franco Marini, che fallì in Parlamento, e poi quella di Romano Prodi che fece la stessa fine, anche grazie al voto contrario di numerosi parlamentari del suo stesso partito. Bersani fu costretto a dimettersi da segretario e subito dopo una delegazione formata da esponenti del PD e di Forza Italia chiese a Napolitano di accettare una ricandidatura per risolvere almeno la parte più urgente del problema: avere un presidente della Repubblica in carica con pieni poteri.

La rielezione di Napolitano ebbe successo grazie al voto di gran parte del Parlamento. Raggiunto l’accordo sul presidente della Repubblica e senza più Bersani alla guida del PD, la strada per la formazione del nuovo governo era oramai aperta. Enrico Letta e i suoi ministri giurarono il 28 aprile del 2013, due mesi dopo le elezioni del febbraio precedente.

Spagna 2015-2016
Un’altra crisi che può insegnare qualcosa all’Italia di oggi è quella che ha colpito la Spagna tra la fine del 2015 e l’inverno 2016, e che oggi occupa il secondo posto come crisi di governo più lunga, rubandolo all’Iraq, che tra 2003 e 2004 era rimasto per 249 giorni senza un esecutivo (una situazione spiegabile col fatto che il paese era stato invaso dagli americani e sottoposto per quasi un anno all’amministrazione degli occupanti).

La crisi in Spagna iniziò con le elezioni del 2015 che ridimensionarono il Partito Popolare del presidente Mariano Rajoy, colpito da numerosi scandali di corruzione, e lo lasciarono senza più una maggioranza parlamentare. Come spesso è accaduto negli ultimi anni, ad approfittare della disfatta non fu il PSOE, il partito socialdemocratico spagnolo guidato da Pedro Sanchez, che anzi perse sei punti. A crescere furono Podemos, un nuovo partito di sinistra guidato dal professore e conduttore televisivo Pedro Iglesias, che raccolse il 20 per cento dei voti, appena un paio di punti meno dei socialisti, e Ciudadanos, un partito altrettanto nuovo ma europeista, liberale e contrario all’indipendenza della Catalogna, che ne raccolse il 13 per cento.

La situazione era simile a quella dell’Italia nel 2013: la maggioranza più facile da ottenere era quella composta da Popolari e Socialisti, ma questi ultimi avevano promesso che non si sarebbero mai alleati con i Popolari, accusati di corruzione e di aver introdotto misure di austerità che avevano colpito in particolare gli spagnoli più poveri. L’offerta di una grande coalizione venne respinta e Sanchez, il leader del PSOE, cercò di formare una coalizione alternativa con Ciudadanos e Podemos. A causa delle profonde differenze tra questi due partiti, Sanchez riuscì a raggiungere un accordo soltanto con Ciudadanos. Tentò ugualmente di ottenere la fiducia, ma fallì per due volte consecutive nell’ottenere la maggioranza dei voti in Parlamento.

La Costituzione spagnola prevede che in caso di mancata formazione del governo entro un certo periodo si torni automaticamente a votare (lo prevede anche la Costituzione tedesca, ma non quella belga né quella italiana), così nel giugno del 2016 il paese tornò alle elezioni. Per la seconda volta consecutiva le elezioni produssero un Parlamento senza maggioranza. È interessante vedere come si distribuirono i voti: gli unici a incrementare il numero di seggi furono i Popolari di Rajoy, che per i sei mesi precedenti avevano chiesto, senza successo, la formazione di un governo di grande coalizione. I socialisti, che avevano rifiutato la grande coalizione cercando strade alternative, rimasero stabili intorno al risultato precedente (che era comunque il peggiore della loro storia). Podemos, che nel frattempo si era alleato con un partito di estrema sinistra, ottenne meno voti di quanti ne avevano ottenuti separati l’anno prima. Anche Ciudadanos rimase stabile.

Dopo il voto, forte del fatto che il suo partito era l’unico ad aver incrementato il numero di voti raccolti, Rajoy propose nuovamente una grande coalizione, ma dovette impiegare altri quattro mesi per ottenere il voto di fiducia che mise fine alla crisi. Inizialmente Rajoy raggiunse un accordo con Ciudadanos ma non con il PSOE (i cui voti erano fondamentali per avere la maggioranza). Sanchez continuò a opporsi a una grande coalizione, chiedendo invece a tutti gli altri partiti di astenersi durante il voto di fiducia, in modo da consentire la nascita del governo Rajoy e nel contempo di dividere il peso della responsabilità di averlo fatto insediare. Podemos respinse la proposta e le trattative sembrarono nuovamente a un punto morto. Poi, a ottobre, una rivolta interna al partito fece cadere la segreteria di Sanchez e la nuova guida del PSOE decise che il partito si sarebbe astenuto durante il voto di fiducia al governo Rajoy. 314 giorni dopo l’inizio, la crisi politica spagnola venne risolta.