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  • giovedì 8 marzo 2018

I dazi di Trump arrivano il 23 marzo

Il presidente degli Stati Uniti ha firmato la decisione che secondo molti rischia di innescare una "guerra commerciale" (che vuol dire?)

(AP Photo/Pablo Martinez Monsivais, File)

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato due atti che impongono dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio da tutti i paesi del mondo, tranne in un primo momento Canada e Messico. I dazi entreranno in vigore tra 15 giorni, cioè il 23 marzo. Canada e Messico sono stati temporaneamente esentati per via delle trattative in corso sulla modifica del NAFTA, il trattato commerciale che regola i loro rapporti. Altre nazioni alleate degli Stati Uniti, se vorranno, potranno chiedere di negoziare un’esenzione dai dazi.

Dal 23 marzo quindi l’acciaio importato negli Stati Uniti sarà tassato del 25 per cento e l’alluminio del 10 per cento; se Canada e Messico dovessero ottenere delle esenzioni permanenti, le aliquote potrebbero salire. «Avrò il diritto di alzare o aumentare le tasse a questo o quel paese, di aggiungerne o di toglierne dalla lista», ha detto Trump davanti ai giornalisti insieme ai membri del suo governo. «Voglio equità, perché non siamo stati trattati equamente dagli altri paesi». Questi dazi seguono quelli già introdotti sulle importazioni di lavatrici e pannelli solari.

Trump si riferisce al deficit commerciale che gli Stati Uniti hanno con molti paesi – cioè importano più di quanto esportino – ma in molti casi è una normale dinamica di mercato che comporta i suoi vantaggi per l’economia statunitense: l’acciaio e l’alluminio a basso costo, per esempio, sono usati da tantissime industrie statunitensi che potrebbero essere messe in difficoltà dai dazi. Questi atti sono comunque un grosso ridimensionamento rispetto a quanto promesso da Trump in campagna elettorale, cioè dazi su ogni genere di prodotto; il ridimensionamento si deve alle posizioni molto contrarie del Partito Repubblicano, il partito del presidente, che sostiene da sempre gli accordi di libero scambio.

Tantissimi economisti e politici internazionali temono che la decisione di Trump inneschi una guerra commerciale: molti paesi infatti potrebbero rispondere alla decisione degli Stati Uniti approvando a loro volta dei dazi contro le importazioni di prodotti dagli Stati Uniti, e complessivamente si potrebbe innescare una reazione a catena che rischia di compromettere la ripresa economica globale e soprattutto quella dei paesi che più basano la loro ricchezza sulle esportazioni (è il caso dell’Italia, la cui bilancia commerciale invece è in attivo). L’Unione Europea ha già minacciato di approvare dazi speculari contro i prodotti importati dagli Stati Uniti.

Nei giorni scorsi la decisione di Trump aveva provocato le dimissioni di Gary Cohn, il suo principale consigliere economico, ma una forte critica era arrivata anche da Paul Ryan, presidente della Camera e uno dei più importanti politici Repubblicani. I Repubblicani temono che l’introduzione dei dazi annulli in parte i vantaggi dei tagli alle tasse per le imprese approvati a dicembre con la riforma fiscale, rallentando la crescita economica.  Anche per questo un gruppo di parlamentari sta prendendo in considerazione l’ipotesi di provare a bloccare i dazi per via parlamentare. Il Congresso avrebbe il potere di stabilire le politiche commerciali, ma negli ultimi anni ha solitamente delegato queste questioni all’amministrazione. Per cambiare questo corso, deputati e senatori potrebbero aggiungere una contromisura a una legge di bilancio che dovrebbe essere approvata alla fine del mese. Ottenendo una maggioranza a prova di veto presidenziale i Repubblicani potrebbero limitare il potere del presidente di introdurre nuovi dazi.

Una tale opposizione del Partito Repubblicano al proprio presidente sarebbe una cosa molto grossa: per questo la discussione sui dazi è più importante di tutte le altre piccole forme di critica e opposizione – per esempio sulla politica estera e sul suo stile comunicativo – dimostrate finora da politici Repubblicani nei confronti di Trump.

 

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