14 canzoni di Claudio Baglioni, ovviamente d’amore

Da riascoltare per cantarle davanti alla TV in questi giorni in cui le risentiamo al Festival di Sanremo

Claudio Baglioni sul palco del Festival di Sanremo, il 6 febbraio 2018 (ANSA/CLAUDIO ONORATI)

Claudio Baglioni è il direttore artistico e il conduttore della 68esima Festival di Sanremo, iniziata martedì 6 febbraio e che terminerà sabato 10. Come aveva annunciato prima dell’inizio del Festival, Baglioni canterà ogni sera alcune delle sue canzoni più famose, famose almeno per tantissimi italiani con più di 20 anni. Se siete tra quelli e siete in vena di cantarne qualcuna anche voi stando sul divano, con questa selezione fatta da Luca Sofri, peraltro direttore del Post, potete ripassare. È tratta dal suo libro Playlist, la musica è cambiata, in cui Sofri diceva che Baglioni:

«Non è che conti per la storia della musica. Chissenefrega. Baglioni conta per la storia di ciascuno di noi. Se facciamo la gara a chi ci ricorda più canzoni d’amore, lui stravince. Dice: i cantautori però eccetera. E va bene, è vero: lui ha scritto sempre e solo di se stesso e dei suoi affetti. E non si è mai spostato di un millimetro da dove era partito, musicalmente e letterariamente. L’unica volta che ha spiazzato qualcuno, è stato quando ha cantato “Anima mia” e si è esibito con gli Inti Illimani e compagnia bella. Gli è venuto benissimo, e non l’ha più fatto. Ma questo è un libro di canzoni. Lui sta in cima».

“Quanto ti voglio”
 (Questo piccolo grande amore, 1972)
A un certo punto, quando si vivono dei disastri sentimentali giovanili e si rincoglionisce totalmente, si passa continuamente dal desiderio che lei muoia, scompaia, soffra quanto noi, alla speranza che lei torni malgrado tutto e ricominciamo insieme, tutto è dimenticato eccetera. “E non me ne importa niente, di quello che hai fatto, se ci sei stata a letto.” E poi c’è sempre qualche genitore che bussa alla porta e chiede: “caro, cosa c’è? Va tutto bene?”. E insomma, l’unica cosa più banale e prevedibile delle storie d’amore di Baglioni sono le storie d’amore di noialtri.
Nella versione dal vivo in Alé-oò, ha tutto un altro ritmo, e ne guadagna.

“Amore bello”
 (Gira che ti rigira amore bello, 1973)
Questa è perfetta già quando comincia: “così vai via, non scherzare no…”. E ormai è fatta. Lascia stare che poi c’è quel passaggio che finisce con “un lento, l’ultimo oramai…”, che è tremendo.

“Io me ne andrei” 
(Gira che ti rigira amore bello, 1973)
L’invenzione del refrain, di decla-
mare semplicemente il liberatorio:
“io me ne andrei”, vale la canzone. L’altra genialata è renderlo fragile e
poco credibile, il refrain: lui non se
ne andrà da nessuna parte, come spiegano i controcanti e secoli di storie che nessuno ha avuto il co21 raggio di chiudere.

“Poster” 
(Sabato pomeriggio, 1975)
Per tutta la strofa uno vorrebbe morire, tanto è deprimente nel contenuto e nella forma. Ma ci sono pure qui versi immortali: “e l’orologio contro il muro segna l’una e dieci da due anni in qua”, “un uomo si lamenta ad alta voce del governo e della polizia”. Il concetto è “che ci faccio io qui?”, e così – aveva funzionato con “Io me ne andrei” – arriva l’ispirata declamazione del desiderio di andarsene, ma lontano. Lontaaaanooo.

“Solo”
 (Solo, 1977)
“Lascia che sia tutto così” eccetera. Canzone di ricordi, che pure a un certo punto indulge nelle solite curiosità su cosa sarà di lei (“E chissà se prima o poi, se ogni tanto penserai…”). Ci sono alcuni classici: “No, non cambiare mai”, “abbottonati il paltò per bene” e “mangia un po’ di più che sei tutt’ossa”. Un po’ datati l’assolo e la retorica individualista finale – “da solo, continuerò”: da “My way” in poi suona un po’ autocompiaciuto – ma la strofa è molto bella.

“Quante volte”
 (Solo, 1977)
“Tu non ci sei, tu non sei più con me…” Non quanto Battisti, ma anche Baglioni ha piantato solidamente nel linguaggio alcune espressioni. Una è “il mio amico sta dicendo che mi vuole bene”.

“E tu come stai” 
(E tu come stai, 1978)
Istruzioni per cantare “E tu come stai”. Lezione uno: “ho girato e riggirato”, con due “gi”. Lezione due: fare nanà-nanà-na con la bocca nelle pause del cantato. Lezione tre: dice “chi si stende al tuo fianco”, non “chi si sdraia”, che è volgare. Lezione quattro: prepararsi a slittare sul tono giusto per quando arriva la coda, vera ciliegina della canzone, che sennò steccate.

“Ti amo ancora” 
(E tu come stai, 1978)
Uuuuh, qui ci si commuove. Loro si vedono, sei anni dopo, che lui è in città e l’ha chiamata per bere una cosa. E fanno come se ormai fossero amici, diversi, cambiati, altre vite: “e due baci discreti tra noi due”. Ma almeno per lui, non è così: “ti amo ancora, e ancora vorrei amarti”. Poi, il punto di massima autocommiserazione è “sarò lo zio per i tuoi bambini”.

“Ancora la pioggia cadrà”
 (E tu come stai, 1978)
Avessi mai capito cosa vuol dire. Lui va a morire in mare, pare: ma perché, esattamente? Perché “i treni partiti senza portarci via non si fermeranno più qua”? O perché “i sogni sognati con tanta ingenuità marciscono in fondo a una via”? O solo perché lei gli ha detto “non ti amo più, non sono tua”, e saremmo alle solite?
Però è una canzone di Baglioni tetra, tesa, con una storia, che non capita spesso. Ed è una canzone di Baglioni che dice “culo”.

“Via”
 (Strada facendo, 1981)
La striscia bianca della mezzeria. O siete degli agenti della Polstrada, oppure la striscia bianca della mezzeria non potete associarla con nient’altro che questa canzone. “Tanto non ti perderò perché tu non sei stata mai mia”; ma anche “e scambiare due parole brevi con le notti blu dei benzinai”, e “perché tutto è finito come cenere in un piatto?” e “ti baciavo mentre tu piangevi, e adesso che io piango tu chi bacerai?” (ancora il meccanismo di “E tu come stai?”).

“Notti
” (Strada facendo, 1981)
Poi uno ha anche i suoi momenti allegri, e un paio di punti in comune con Jovanotti. Uno è l’inclinazione elencatoria (anche in “I vecchi”), l’altro, la canzone elencatoria di ritrattini notturni (“La gente della notte”, per Jovanotti).

“Avrai”
 (Alé-Oò, 1982)
Io ho l’impressione che mi piacesse anche prima di avere dei bambini (quando uscì, un bel po’ di tempo fa, non ero ancora biologicamente in grado di farne). Ma temo che sia vero che ora mi piace di più, pur con tutte le sue telline, il legnetto di cremino e tutto il circo di espressioni di infanzia demodé. In realtà, quello che succede è molto semplice: è una bellissima canzone.

“Mille giorni di te e di me”
 (Oltre, 1990)
L’ultima grande canzone di Baglioni, prima che si adattasse alla maniera e alle raccolte. Ma grande. Benché usi l’ennesima versione del giochetto di “E tu come stai” (“Chi ci sarà dopo di te…”). E benché il passaggio “e una storia va a puttane, sapessi andarci io…” sia tremendo. Ma tutto è salvato dalla leggerezza aerea della musica e di lui che fa: “ti presento un vecchio amico mio, il ricordo di te…”.

“Anima mia
” (Anime in gioco, 1997)
È tutt’ora un mistero. Il programma Anima mia rivelò che Baglioni era spiritoso, o che Fabio Fazio sa rendere spiritoso persino Baglioni? In ogni caso, fu un’idea televisiva e culturale formidabile tuttora imbattuta. Baglioni si prestò a cantare qualsiasi cosa provenisse dagli anni Settanta – da “Orzowei” a “Pippi Calzelunghe” a “Figli delle Stelle” – e tolse ad “Anima mia” dei Cugini di campagna gli anacronismi imbarazzanti, facendo vedere che se ne poteva fare una gran canzone.